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La pace che non c’è ancora: ecco i conflitti che rischiano di peggiorare nel 2024 se i leader mondiali non si impegnano negli accordi per il cessate il fuoco

La pace che non c’è ancora: ecco i conflitti che rischiano di peggiorare nel 2024 se i leader mondiali non si impegnano negli accordi per il cessate il fuoco

Aumentano le guerre, cresce il bisogno urgente di aiuti umanitari e sembra sparire l’azione politica: l’analisi dell’International Crisis Group

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ROMA – Dopo un miglioramento registrato tra la fine degli anni ’90 e il 2000, il numero di guerre nel mondo dal 2011 aumenta senza sosta. Lo si apprende da una analisi di International Crisis Group, una ONG che lavora per prevenire e risolvere conflitti mortali. Una dilatazione delle aree di guerra che – si sottolinea – produce soprattutto pesantissime conseguenze sulla popolazione civile.

I dati sconvolgenti dell’ Unicef sui bambini. C’è un numero mai registrato prima di 400 milioni di bambini coinvolti in aree di crisi nell’anno appena finito. Conflitti, inondazioni, crisi climatica. Sono emergenze globali che tra il 2022 e il 2023 si sono moltiplicate, prima con la guerra in Ucraina, poi con l’attacco criminale e spietato sui civili compiuto da Hamas il 7 ottobre scorso, con la feroce risposta israeliana su Gaza. Tra il 2005 e il 2022 – sempre secondo l’Unicef – almeno 120.000 bambini uccisi o mutilati

I primi conflitti da oltre un decennio. I primi conflitti sono esplosi in Libia, Siria e Yemen, innescati dalle rivoluzioni arabe. L’instabilità della Libia si è poi estesa verso Sud, causando una serie di prolungate ostilità nel Sahel. In seguito un’ondata di combattimenti ha coinvolto diverse zone del globo: tra Azerbaigian e Armenia nel 2020 per l’enclave del Nagorno-Karabakh; in Etiopia, in particolare nella regione settentrionale del Tigray; in Myanmar, dopo la presa del potere da parte della giunta militare nel 2021; in Ucraina, in seguito all’aggressione della Russia nel 2022; in Sudan, dove ad aprile 2023 è esploso il conflitto che da Khartoum si è esteso ad altre zone del Paese e infine tra Israele e Gaza, dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Il numero di morti a causa delle bombe, di sfollati e di persone che non potrebbero sopravvivere senza aiuti umanitari è in costante aumento.

La strada per la pace. Su alcuni campi di battaglia il percorso per la pacificazione manca del tutto. La giunta del Myanmar, per esempio, o gli ufficiali militari che hanno preso il potere nel Sahel, sono così determinati a spazzare via i rivali che di accordi di pace non si parla neppure. In Sudan, forse la peggiore tra le guerre di oggi per numero di persone uccise e sfollate, gli sforzi diplomatici guidati da Stati Uniti e Arabia Saudita non hanno prodotto risultati in direzione della fine delle ostilità. Il presidente russo Vladimir Putin, puntando sul calo del sostegno occidentale a Kiev, cerca di costringere l’Ucraina alla resa, risultato inaccettabile per gli ucraini.

Si punta alla vittoria, non agli accordi. Entrambi i paesi, quindi, puntano alla fine della guerra ma la pace non è negoziabile con un accordo, ma può derivare solo dalla vittoria. In tutti questi luoghi la diplomazia ha lavorato per negoziare l’accesso degli aiuti umanitari o lo scambio di prigionieri, o per concludere patti come quello che ha portato il grano ucraino sui mercati globali attraverso il Mar Nero. Ma questi sforzi, seppur fondamentali, non sostituiscono la politica. Laddove i combattimenti sono finiti, la pace ritrovata è una conseguenza più della vittoria sul campo che degli accordi politici.

Afghanistan ed Etiopia. I talebani hanno preso il potere nell’agosto 2021 mentre le truppe statunitensi si ritiravano, ma senza particolari accordi a tutela della popolazione che dopo decenni di guerra tornava a vivere sotto un regime. Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha raggiunto un accordo per il cessate il fuoco con i ribelli del Tigray a novembre 2022, ma quel patto può essere considerato più come un consolidamento della vittoria di Abiy che come un progetto di pace che guarda al futuro della regione. Nel 2023 l’Azerbaigian ha ripreso il controllo del Nagorno-Karabakh e ha spinto molti armeni a scappare, mettendo fine a una situazione di stallo durata trent’anni. Anche in questo caso, quindi, la fine delle ostilità è espressione di una vittoria sul campo.

Libia, Yemen e Siria. Le guerre in questi tre Paesi sono formalmente finite, anche se nei fatti non si è mai raggiunta una pace completa e duratura perché manca un accordo tra le parti rivali e manca, in Libia e in Siria soprattutto, un percorso politico solido che guardi al futuro. Negli anni ’90 una serie di accordi per il cessate il fuoco ha messo fine ai conflitti in Cambogia, in Bosnia, in Mozambico e in Liberia. Si trattava di intese incomplete e spesso anche poco giuste, ma costituivano comunque un tentativo della politica di marciare verso la pace. Negli ultimi dieci anni, invece, raramente si sono siglati patti tra le parti in guerra. La drammatica piega che ha preso il conflitto tra Israele e Palestina in questi mesi è forse l’esempio più calzante per comprendere questa tendenza. L’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre e la punizione di Israele a Gaza, che sta radendo al suolo gran parte della Striscia, potrebbero cancellare la speranza di pace per un’intera generazione.

Cosa c'è che non va? Le grandi crisi internazionali – scrivono gli analisti dell’International Crisis Group – dipendono spesso dalla mancanza di azione politica globale. I vincoli all’uso della forza, per esempio, si stanno sgretolando. Anche nelle crisi in cui non sono direttamente coinvolte, le grandi potenze oggi discutono più su cosa dovrebbe fare la diplomazia e su come appoggiarla, invece che impegnarsi a trovare soluzioni di pace. I rischi di queste lacune politiche vanno oltre il tributo di vite umane che le guerre impongono. I leader incoraggiati dalle vittorie sul campo potrebbero non volersi fermare. In Africa, per esempio, si teme che Abiy, fresco del trionfo nel Tigray, possa usare la forza per fare in modo che l'Etiopia, che non ha sbocchi sul mare, ne conquisti uno attraverso l’Eritrea fino al Mar Rosso. Le probabilità che si verifichi una cosa del genere, sebbene ancora basse, sono già abbastanza alte da preoccupare. La norma di non aggressione che per decenni ha regolato l’ordine globale si è già logorata, in parte, con l’attacco della Russia all’Ucraina.

I buoni frutti del 2023. Un aspetto positivo dell’anno appena concluso è stato il riavvicinamento iraniano-saudita – risultato della mediazione irachena, omanita e cinese – che attenua una rivalità che per anni ha alimentato le guerre arabe. I leader turchi e greci, entrambi spaventati dall’invasione russa dell’Ucraina, hanno cercato di ricucire i legami a lungo logorati da una disputa sul mar Egeo. Il vertice tra il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e il presidente cinese, Xi Jinping, a fine 2023, ha gettato un po’ di acqua sulla relazione bilaterale più importante del mondo. Anche in mezzo al disordine – viene sottolineato sempre dagli analisti di International Crisis Group – i leader delle grandi potenze possono incidere se fanno politica.

Il clima sui campi di battaglia. Sui campi di battaglia, invece, le cose sono sempre più complesse: bisogna individuare opportunità per fermare i combattimenti, mitigare le sofferenze umane, raddoppiare gli sforzi per fermare l’estensione dei conflitti. Il più delle volte questo significa accettare accordi imperfetti tra le parti rivali, che sono comunque preferibili a una guerra prolungata, e lavorare con le parti coinvolte per rendere il cessate il fuoco, in ogni zona del mondo, duraturo. Idealmente, i leader mondiali dovrebbero anche prestare ai cosiddetti “conflitti congelati” l’attenzione di cui hanno bisogno, prima che sia troppo tardi. Ancora una volta lo dimostra la tragedia di Gaza.

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