ROMA – L’esercito etiope ha giustiziato diverse decine di persone e ha commesso altri crimini di guerra, il 29 gennaio, nella città di Merawi, nella regione nordoccidentale di Amhara, denuncia Human Rights Watch. L’incidente è stato tra i più mortali per i civili durante gli scontri tra le forze federali etiopi e le milizie di Fano da quando sono esplosi i combattimenti ad Amhara nell’agosto 2023. Le Nazioni Unite e l’Unione Africana – scrive l’organizzazione - dovrebbero prendere in considerazione la sospensione di nuovi dispiegamenti di forze etiopi nelle operazioni internazionali di mantenimento della pace fino a quando i comandanti responsabili di questi gravi abusi non saranno assicurati alla giustizia.
La cronaca. Nelle prime ore del mattino del 29 gennaio le forze di Fano – una milizia Amhara di matrice nazionalista nata come movimento di protesta ma che durante la guerra del Tigray ha combattuto affianco all’esercito nazionale - hanno attaccato un contingente di soldati etiopi a Merawi, a circa 30 chilometri a sud di Bahir Dar, capoluogo dell'Amhara. Dopo il ritiro, i combattenti di Fano hanno lasciato la città alle forze federali etiopi che per più di sei ore hanno sparato ai civili in strada e durante le perquisizioni casa per casa. Sono state uccise decine di persone, soprattutto uomini, e sono state saccheggiate e distrutte terre e proprietà. Il 24 febbraio sempre le forze armate etiopi hanno giustiziato sommariamente fino a otto civili a Merawi in seguito ad un altro attacco da parte dei combattenti di Fano nella città. “Sentivamo che c’era disordine per strada, ci siamo affacciati per vedere cosa stesse succedendo e all’improvviso sono comparsi due soldati. Mio marito teneva in braccio mio figlio di due mesi, gli hanno detto di lasciare il bambino e subito dopo gli hanno sparato. Con il mio vicino hanno fatto la stessa cosa”, racconta una donna di Merawi raggiunta telefonicamente da HRW. L’organizzazione non è stata ancora in grado di stabilire il numero preciso delle vittime di questi ultimi mesi ad Amhara. Le comunità locale hanno stilato una lista con 40 nomi di persone identificate e sepolte in città, ma il numero totale delle persone uccise potrebbe essere superiore a 80, come sostiene il Consiglio etiope per i diritti umani.
Il diritto. Secondo il diritto internazionale umanitario, applicabile anche al conflitto armato nella regione di Amhara, l’uccisione deliberata o il maltrattamento di civili così come il saccheggio di beni e proprietà sono proibiti e possono essere perseguiti come crimini di guerra. Un portavoce del governo etiope ha detto ai media che i combattenti di Fano hanno attaccato una base militare a Merawi e di conseguenza l’esercito nazionale ha agito solo per autodifesa, anche durante le perquisizioni nelle case. Il portavoce nega che l’esercito abbia preso di mira i civili. Intanto il massacro commesso a Merawi tra gennaio e febbraio è stato condannato da Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito: tutti i Paesi hanno chiesto alle Nazioni Unite di avviare un’indagine indipendente. Da quando l’inchiesta ONU è terminata a ottobre 2023, infatti, il monitoraggio internazionale dei diritti umani in Etiopia è quasi inesistente.
La storia recente. Nell’aprile 2023 dopo che il governo etiope ha annunciato l’intenzione di smantellare le forze speciali regionali del Paese per integrarle nell’esercito o nella polizia, le milizie di Fano e l’esercito etiope si sono scontrati continuamente in tutta la regione di Amhara. I combattimenti sono diventati ancora più aspri ad agosto 2023: Fano ha attaccato e conquistato le principali città dell'Amhara e, in risposta, il governo federale ha proclamato lo stato di emergenza e ha posto la regione sotto il controllo dell’autorità militare per sei mesi, poi prorogato per altri quattro. La Commissione etiope per i diritti umani ha documentato gli abusi commessi dalle forze governative, a settembre, a Merawi, la città più contesa tra le forze di Fano e quelle regolari. Oggi chi ha potuto è scappato a Bahir Dar o ad Addis Abeba. Merawi è diventata una trappola solo per chi non ha trovato alcuna via di fuga.