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Giordania: migliaia di arresti tra le persone che hanno partecipato a manifestazioni di solidarietà nei confronti di Gaza

Giordania: migliaia di arresti tra le persone che hanno partecipato a manifestazioni di solidarietà nei confronti di Gaza

Amnesty International documenta diversi casi di attivisti e giornalisti detenuti e denuncia le violazioni della libertà di manifestazione e di parola

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ROMA – Dal 7 ottobre 2023 a oggi la Giordania ha arrestato almeno 1.500 persone che hanno manifestato per Gaza. In 500 sono detenute da marzo a seguito delle proteste organizzate proprio davanti all'ambasciata israeliana ad Amman. I video analizzati da Amnesty International mostrano come le forze di sicurezza hanno disperso i manifestanti utilizzando gas lacrimogeni e manganelli e hanno inseguito e picchiato chi cercava di allontanarsi.

I divieti. Almeno 165 manifestanti sono stati arrestati tra il 24 e il 27 marzo per il loro attivismo filo-palestinese; decine di altri sono in custodia ma in attesa del processo; almeno 21, invece, sono trattenuti in stato di detenzione amministrativa su ordine del governatore di Amman, anche se i giudici hanno autorizzato il rilascio. Avvocati e attivisti hanno riferito ad Amnesty che le autorità giordane hanno recentemente imposto nuove restrizioni alle proteste filo-palestinesi, compreso il divieto di sventolare la bandiera palestinese o di esibire striscioni contenenti slogan, e hanno vietato la partecipazione ai cortei ai minori di 18 anni. Hanno inoltre imposto che tutte le manifestazioni finiscano entro la mezzanotte. Decine di persone sono state messe sotto accusa ai sensi della legge sui crimini informatici adottata dalla Giordania per dei post sui social media in cui esprimevano sentimenti filo-palestinesi e invitavano a partecipare a proteste pacifiche e a scioperi pubblici. La legge giordana sui crimini informatici mette all’indice qualsiasi discorso che possa offendere le forze dell’ordine.

Il caso di Khair Eddine al-Jabri. Amnesty International ha esaminato i casi di sei persone detenute con false accuse legate alla loro partecipazione alle proteste o per i post pubblicati sui social media. Il 25 marzo la Direzione della Pubblica Sicurezza ha convocato il giornalista Khair Eddine al-Jabri senza svelarne il motivo. Al-Jabri ha detto ad Amnesty di essere stato interrogato senza la presenza del suo avvocato sulle sue attività online e sulla sua copertura delle proteste filo-palestinesi. Il giorno successivo al-Jabri è dovuto comparire davanti al pubblico ministero con l’accusa di aver utilizzato le piattaforme dei social media per “incitare alla discordia, alla sedizione, all’odio e per avere minacciato la pace sociale” ai sensi della legge sui crimini informatici. Il giudice ha chiesto che venisse detenuto per sette giorni nel carcere Marka ad Amman; alla fine Al-Jabri è stato rilasciato su cauzione il 30 marzo, ma gli è stato imposto il divieto di viaggio in attesa del processo penale. “Mi hanno posto sotto stretta sorveglianza e mi hanno legato le mani legate dietro la schiena. Mi hanno trattato come un criminale”, ha raccontato al-Jabri ad Amnesty International. Il giornalista ha condiviso una cella con più di 50 detenuti, in condizioni disumane. A differenza degli altri prigionieri – ha detto - non gli è stato permesso ricevere oggetti come vestiti o sapone da parte della sua famiglia.

I fratelli Shdeifat. In un altro caso ancora la polizia, in abiti civili, ha arrestato l’attivista Ibrahim Shdeifat mentre durante le proteste davanti all’ambasciata israeliana ad Amman il 26 marzo. Quando il fratello Siraj e suo cugino hanno chiesto a un agente della sicurezza dove si trovasse Ibrahim, sono stati entrambi arrestati. Il cugino è stato rilasciato poche ore dopo, mentre Siraj e Ibrahim sono ancora detenuti. La famiglia ritiene che i due ragazzi sono stati posti in custodia amministrativa perché entrambi si sono rifiutati di firmare documenti in cui si impegnavano a non partecipare a future manifestazioni. Secondo la legge giordana sulla prevenzione del crimine risalente al 1954, i governatori locali possono arrestare le persone con un ordine di natura amministrativa, con controllo giurisdizionale limitato, aggirando in questo modo il sistema di giustizia penale. Una coalizione di famiglie di detenuti, tra cui quella di Ibrahim e Siraj Eddine, ha intentato una causa contro il governatore di Amman contestando la detenzione amministrativa dei loro cari. Tuttavia il pubblico ufficiale si è rifiutato di registrare la denuncia e ne ha rinviato l'esame dopo le festività dell'Eid.

Il clima di repressione. Ad aprile un tribunale penale ha condannato una donna a una pena di tre mesi con sospensione ai sensi della legge sulla criminalità informatica e le ha imposto un divieto di viaggio in relazione ai pubblicati post su X (ex Twitter) in cui criticava le forze di sicurezza e condivideva gli appelli per le proteste di solidarietà con Gaza. Gli avvocati ascoltati da Amnesty International hanno detto che diversi altri attivisti continuano a essere detenuti dalle forze di intelligence e gli viene impedito di contattare i loro legali e le loro famiglie.

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