ROMA – I livelli di assistenza sanitaria non sono uniformi su tutto il territorio nazionale e questo provoca una mobilità sanitaria che restituisce l’immagine di un’Italia spaccata in due, divisa fra chi si cura dove vive e chi invece cambia regione per accedere all’assistenza medica.
Sempre meno medici di Medicina Generale. Non solo: il Sistema Sanitario Nazionale conta sempre meno medici di medicina generale - nel 2026 ce ne saranno 135 in meno rispetto al 2022 - sempre meno medici d’urgenza - il 45 per cento di chi è andato in pensione nel 2023 non è stato sostituito - sempre meno infermieri - in media in Italia ce ne sono 6,2 per mille abitanti, numero ben al di sotto della media OCSE di 9,9. Diminuiscono anche le strutture ospedaliere e i posti letto. E’ questa la fotografia del sistema sanitario nazionale scattata durante l’evento che si è tenuto a Roma “#SALUTE24 - Sanità pubblica: l’autonomia differenziata delle Regioni nell’Unione della salute”.
I nodi dell’autonomia differenziata. Al centro il grande tema del processo dell’autonomia differenziata iniziato nel 2017 e approdato lo scorso 14 febbraio in Commissione Affari Costituzionali alla Camera dei deputati. Se con il disegno di legge si sta lavorando nella direzione di consentire agli enti locali di individuare percorsi anche differenti per garantire omogenei livelli essenziali di prestazioni, ampliando di fatto poteri e responsabilità delle Regioni, la questione sul tavolo è se davvero l’autonomia differenziata riuscirà a ricucire le differenze tra Regioni in ambito sanitario e a risollevare il Sistema Sanitario Nazionale. All’evento, organizzato dalla piattaforma editoriale WitHub, insieme al sito d’informazione con sede a Bruxelles Eunews, all’agenzia di stampa GEA Green Economy e a Fondazione art.49.
La mobilità sanitaria. Quello che emerge è il gap tra le diverse regioni italiane, motivo per cui molti cittadini decidono di curarsi in una Regione differente rispetto a quella di appartenenza. Secondo i dati AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), il trend della mobilità dei ricoveri in Italia, dal 2017 al 2022, è costante, con un saldo di poco meno di 3 miliardi di euro all’anno. A guadagnarci sono state la Lombardia e l’Emilia-Romagna, con una saldo attivo pari a quasi 362 milioni di euro la prima e 337 milioni di euro la seconda. Segue il Veneto, con 107 milioni di euro, la Toscana, il Piemonte, il Molise e Trento. Il resto delle Regioni ha avuto nel 2022 un saldo negativo, con Campania, Calabria e Sicilia nelle ultime posizioni.
La fuga sanitaria. Ma quali sono le Regioni che hanno l’indice di fuga più alto, ovvero quelle nelle quali i cittadini si spostano verso altre zone per ottenere prestazioni mediche adeguate? È il Molise a detenere il primo posto per mobilità passiva, con un indice di fuga totale corrispondente a oltre il 38 per cento. Al secondo posto la Basilicata e poi la Calabria. La mobilità sanitaria non è l’unica criticità del Sistema Sanitario. L’accessibilità e la qualità dell’assistenza sanitaria è minacciata infatti anche dalla mancanza di medici, in particolare da quelli che garantiscono il primo presidio sul territorio: i medici di medicina generale. Un medico di medicina generale può avere fino a 1500 assistiti - in casi particolari si può arrivare a 1800 - eppure secondo una rielaborazione GIMBE basata sui dati Ministero della Salute, in quasi tutte le Regioni italiane al 1 gennaio 2023 almeno la metà dei medici di ogni Regione ha un numero di assistiti superiore a 1500. Qualche esempio: il 71 per cento dei medici di medicina generale della Lombardia ha oltre 1500 assistiti, segue la provincia autonoma di Bolzano, con il 66,3, e il Veneto con il 64,7 per cento. Numeri alti anche per la Valle D’Aosta con 59,2 per cento, per la provincia autonoma di Trento, 59,1 per cento e per la Campania, 58,4. Appena sopra il 50 per cento anche l’Emilia Romagna. Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Sardegna, Marche, Toscana, Liguria e Lazio sono comunque vicini alla soglia del 50 per cento.
Il futuro. Questa fotografia del presente non accenna a migliorare se si guarda ai prossimi anni. Se si calcola il saldo tra i pensionamenti nell’arco temporale 2023 - 2026 e il numero di borse di studio finanziate per il Corso di Formazione in Medicina Generale, secondo GIMBE, tra due anni il numero di medici di medicina generale diminuirà di 135 unità rispetto al 2022, con nette differenze regionali: Campania, Lazio e Puglia perderanno rispettivamente 384, 231 e 175 medici, mentre Emilia Romagna, Veneto e Lombardia avranno un saldo attivo rispettivamente di 170, 183 e 328 medici. In generale, la maggior parte delle Regioni del centro nord saranno all’attivo.
La crisi del Pronto Soccorso. Nel 2023, secondo i dati Simeu (Società italiana medicina di emergenza-urgenza), sono mancati quattromila medici di emergenza-urgenza rispetto al necessario. Sempre nell’anno passato, 1.033 medici hanno lasciato i Pronto Soccorso, a fronte di 567 nuovi ingressi e ciò significa che il 45 per cento di chi ha lasciato non è stato sostituito. Per coprire i turni di fronte a un'evidente carenza di personale le soluzioni adottate vanno dall'utilizzo di contratti atipici, nel 54 per cento dei casi; nell'impiego di medici di altri reparti: 48 per cento dei casi; nel coinvolgimento di specializzandi di emergenza-urgenza: 32 per cento dei casi; nell’uso delle cooperative, 28 per cento dei casi. Questa situazione di emergenza ha portato oltre 300 mila persone, nel 2022, a dover aspettare fino a 3 giorni per ottenere un posto letto in ospedale, denuncia il Tribunale dei diritti del malato.
Gli infermieri. Secondo gli ultimi dati, relativi al 2021, il numero medio di infermieri in Italia è pari a 6,2 per 1.000 abitanti, rispetto alla media OCSE di 9,9. Anche in questo caso, ritorna la netta divisione tra nord e sud con Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Liguria tra le Regioni con più infermieri, male invece per Calabria, Sicilia e Campania con una media rispettivamente di 3,8, 3,77 e 3,59 infermieri per mille abitanti.
Strutture ospedaliere e posti letto. Secondo i dati rielaborati analizzando il database Istat “Rapporto Noi Italia 2023” e il portale I.Stat, nel 2004 l’Italia contava 1.296 strutture ospedaliere tra quelle pubbliche, quelle equiparate alle pubbliche e le private accreditate con il Sistema Sanitario Nazionale. Nel 2021 sono scese a 1.051, con un decremento del -19 per cento e, se si esclude la Lombardia tutte le Regioni hanno diminuito l’offerta ospedaliera o l’hanno lasciata intatta. Tra le performance peggiori emerge quella del Lazio: -42 per cento dal 2004 al 2021. Non va meglio a chi cerca un posto letto in degenza ordinaria: nel 2004, in Italia, l’offerta era pari a 231.915, scesa poi a 209.568, con un decremento del 10 per cento, con Molise e Calabria tra le peggiori in assoluto.