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Giovani e adulti, l’impossibile dialogo: il bisogno di amare sostituito da quello di essere amati

Il libro di Francesca Pierotti, edito da Pensiero Scientifico. Chi sta educando davvero i nostri ragazzi e su quali valori se in tanti sembrano così disorientati nei loro rapporti personali?
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ROMA – “Dialoghi impossibili tra giovani e adulti – Le parole della cura, tra identità narrazione e social” è un volume – scritto dalla psicologa e semiologa Francesca Pierotti, edito da Pensiero Scientifico – che entra a piè pari dentro un tema tanto annoso quanto mai risolto: quello del problema della possibile-impossibile comunicazione tra le generazioni e delle domande che il disagio dei giovani pone.

A chi è affidata la trasmissione dei valori. Ogni società – scrive nella prefazione Laura Dalla Ragione, direttore scientifico della Rete disturbi alimentari Usl 1 dell’Umbria e docente al Campus Biomedico di Roma, di cui riportiamo alcuni passi – si fonda su una condivisione di regole e di visioni del mondo, la trasmissione di valori culturali viene affidata a delle istituzioni in grado di tener saldo il patto di fedeltà tra l’individuo e la società stessa: la famiglia, la scuola, la religione, le ideologie, il sistema valoriale, il mondo degli adulti. I giovani, quindi, di ogni società vengono educati dal mondo delle idee della società che abitano.

Ma chi sta educando davvero i nostri ragazzi? Una riflessione si impone su chi oggi sta educando davvero i nostri ragazzi e su quali valori e idee si fonda il nostro vivere comune, se questi giovani, così tanti, sembrano così disorientati nei loro rapporti personali. È come se fossero in grado di vivere i sentimenti, ma non possedessero un linguaggio adeguato ad esprimerli.

Quel loro non trovare le parole per esprimere emozioni. Certo – scrive ancora Laura Dalla Ragione – nei loro social, nei blog c’è una ricerca affannosa nel trovare parole alle proprie emozioni, sono pieni di simboli: cuoricini, lacrime, ali spezzate, fiori e farfalle… Ma sembrano piuttosto segni, tracce che nascondono molto più di quello che rivelano. È come se vivessero nella costante preoccupazione di esistere, cercando l’approvazione degli altri, di noi adulti e dei loro coetanei.

Un tirocinio con la vita che appare loro impervio. Non è un compito facile crescere, non lo è stato per nessuna generazione e di solito orientarsi nella crescita sentimentale lo è ancora di meno. Terreno accidentato, colmo di vissuti che richiedono un grado di autonomia e distanza di giudizio per essere riordinati. Quindi, questo apprendistato spirituale, questo tirocinio con la vita che dovrebbe educarli, accompagnarli, tanto da diventare il loro patrimonio di idee e valori nell’esistenza, appare impoverito a tal punto da impedire una crescita personale e creativa di sé stessi.

Il bisogno di amare sostituito da un bisogno onnivoro di essere amati. Anche le loro storie sentimentali, nel sentirle raccontare, vivono del tempo della propria auto-affermazione e, subito dopo, si passa ad altro. Il bisogno di amare è stato sostituito da un bisogno onnivoro di essere amati, riconosciuti e apprezzati. Sono scomparse le grandi narrazioni collettive, quelle che la letteratura, il cinema, la poesia, ma anche quelle familiari (ognuno di noi potrebbe raccontare almeno di un grande amore dei suoi nonni e dei propri genitori, che si sono attesi, aspettandosi per anni, contro tutti e tutto, amori che vivevano del coraggio e dell’autonomia personale) ci consegnavano educandoci all’amore.

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