Giustizia, come progettare con l’indulto differito il futuro di chi ha scontato una pena in carcere
ROMA – Una soluzione nuova e originale, per “una libertà accompagnata e assistita, con la presa in carico di una rete di accoglienza” per chi esce dal carcere, è quella presentata da Nicola Mazzamuto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo, coordinatore di un gruppo di lavoro composto da giuristi, magistrati, esperti in materia penitenziaria, filosofi e teologi.
Il diritto alla speranza. Si apprende tutto questo leggendo un articolo pubblicato da giustizia newsoline, il quotidiano del Ministero della Giustizia. Il team, nel documento redatto in seno al convegno “Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti”, si propone di rispondere al problema del sovraffollamento carcerario con una misura di clemenza che consolidi il percorso riabilitativo avviato all’interno delle carceri.
L’aiuto nel periodo che precede l’uscita dall’istituto di pena. È l’”indulto differito”, un intervento per il quale l’efficacia della libertà è rinviata di tre – sei mesi dopo l’uscita dal carcere, lasso di tempo durante il quale deve essere attivato il sostegno alle persone che sono state detenute, così come previsto dell’articolo 46 dell’ordinamento penitenziario: “I detenuti e gli internati ricevono un particolare aiuto nel periodo di tempo che immediatamente precede la loro dimissione e per congruo periodo a questa successivo”.
L’indulto differito agisce in senso strutturale. Laddove l’indulto vero e proprio, istituto di rango costituzionale, rappresenta una misura emergenziale, l’indulto differito mira ad agire in senso strutturale, con iniziative finalizzate al concreto reinserimento sociale delle persone che escono dal carcere.
Le misure e i soggetti coinvolti per limitare la recidiva. Il soggetto, una volta fuori, viene preso in carico dall’Ufficio di esecuzione penale esterna, dal Consiglio di aiuto sociale, dal Comitato per l’occupazione, nonché dai Centri per la giustizia riparativa. Gli enti territoriali pubblici, unitamente alla Cassa delle Ammende e al terzo settore, sono invitati a collaborare, per far sì che l’individuo, una volta fuori, non incappi nel degrado personale, familiare e ambientale, situazione da cui può derivare la recidiva del reato.
E’ un progetto di “restituzione sociale”. Dedicato alla persona che delinque e che, attraverso un percorso mirato, con interventi formativi, di avvio al lavoro e di supporto morale e materiale, riconquista gradualmente la libertà. Insomma, la proposta del giudice Nicola Mazzamuto, non è altro che l’invito all’introduzione di uno strumento utile, nell’ottica della “responsabilità, della sicurezza, della speranza, della clemenza e della prevenzione”.
Un'idea solidale su cui discutere. Non siamo in presenza di una proposta di legge, ma di un’idea su cui discutere, ispirata anche dalle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nonché dai richiami di Papa Francesco e Leone XIV; un’idea ragionata, per la quale i firmatari del documento auspicano altri sottoscrittori, di rango istituzionale, o anche semplici cittadini.