ROMA – A quasi tre anni dall’inizio del conflitto in Sudan, quella che era iniziata come una lotta di potere concentrata solo a Khartoum si è poi trasformata in un massacro a livello nazionale. Trenta milioni di persone vivono in stato di emergenza umanitaria, in dieci milioni hanno dovuto abbandonare case e villaggi.
La guerra. Dopo oltre 500 giorni di assedio le Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate da Mohamed Hamdan Daglo, a ottobre 2025 hanno conquistato la città di El-Fasher, l’ultima roccaforte governativa nel Darfur, tra massacri etnici contro le comunità non arabe, stupri di massa, esecuzioni sommarie. Tutte violenze non nuove per gli abitanti del posto: le RSF infatti nascono dalle milizie Janjaweed che combatterono insieme al governo di Khartoum contro le comunità non arabe dei Fur, dei Masalit e degli Zaghawa più di venti anni fa. Poche settimane prima della caduta di El-Fasher la Corte Penale Internazionale aveva condannato Ali Muhammad Ali Abd-Al Rahman, ex leader Janjaweed noto come Ali Kushay, per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel Darfur negli anni passati. In quella occasione i giudici hanno avvisato che le stesse atrocità accadono ancora oggi, ancora nel Darfur.
La fuga in massa. Chi scappa dal Darfur attraversa il confine Sud per entrare nella Repubblica Centrafricana, ad Am Dafock. Alcuni proseguono il viaggio fino a Birao, un villaggio polveroso circondato dalla savana che oggi accoglie il maggior numero di profughi sudanesi. Non ci sono barriere fisiche né controlli che segnano la fine di un Paese e l'inizio dell'altro: le persone si muovono liberamente a piedi, col gregge, qualcuno con le armi. Un News riporta che a settembre alcuni uomini armati sospettati di appartenere alle RSF hanno raggiunto Am Dafock, hanno saccheggiato case, sparato, stuprato e ucciso alcuni abitanti. Alla fine di una giornata di paura 11.500 persone, cioè una fetta consistente della popolazione locale, ha abbandonato Am Dafock innescando una nuova ondata di rifugiati all'interno della Repubblica Centrafricana.
La missione Onu. Molti profughi hanno trovato sicurezza grazie alla presenza della Minusca, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana, stanziata sul confine proprio da quando è scoppiata la guerra in Sudan. Tuttavia la nascita della MINUSCA non ha nulla a che vedere col Sudan. La missione è stata avviata nel 2014 in risposta alla guerra civile che sconvolse Bangui quando la Séléka, una coalizione a maggioranza musulmana, rovesciò l'allora presidente François Bozizé e iniziò a combattere contro le milizie cristiane dette anti-Balaka. Entrambe le parti commisero abusi contro i civili: uccisioni, saccheggi, violenze sessuali. Intere comunità furono sfollate per motivi religiosi. Dopo più di dieci anni la Séléka si è sciolta, si sono tenute le elezioni presidenziali ed è stato fatto un accordo di pace a febbraio 2019 tra il governo e 14 gruppi armati. Tuttavia vaste aree del Paese sono ancora oggi instabili e la missione delle Nazioni Unite con i suoi 13.000 soldati aiuta a tenere la situazione sotto controllo e a proteggere i cittadini. A dicembre la Repubblica Centrafricana è andata al voto e ha confermato per la terza volta il presidente in carica, Faustin-Archange Touadéra.
Gli attriti tra comunità. Con la guerra sudanese alle porte la MINUSCA ha assunto un ruolo cruciale. Soprattutto nella zona di Birao ci sono quotidianamente tensioni tra i rifugiati sudanesi, molti dei quali sono pastori col bestiame al seguito, e gli agricoltori autoctoni, i cui campi si trovano proprio lungo le vie della transumanza. Con una tale massa di gente in fuga quelle che un tempo erano solo scaramucce stagionali adesso sono diventate scontri veri e propri di cui si stanno approfittando i combattenti delle Rsf, probabilmente responsabili degli attacchi di settembre ad Am Dafock.
Il ruolo della Minusca. La missione è intervenuta favorendo il dialogo tra le comunità centrafricane e sudanesi. Tra il 27 e il 30 settembre 2025 più di cento rappresentanti di entrambe le parti si sono riuniti ad Am Dafock per ridisegnare pacificamente i confini, non sulle carte geografiche ma nella vita quotidiana. Alla fine è stato firmato un accordo che stabilisce quali sono i canali della transumanza, impegna sudanesi e centrafricani a risolvere le controversie con la parola e vieta il trasporto di armi.
L’intervento umanitario. L'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) collabora con le autorità locali per registrare i nuovi arrivati sudanesi e fornire loro i beni essenziali: coperte, materassi, cibo. Oggi più di 27.000 rifugiati vivono a Birao e dintorni, un numero impressionante per una città che fino a qualche mese fa contava meno di 18.000 persone. I nuovi e i vecchi abitanti dipendono dagli aiuti umanitari, che però nel 2026 rischiano di essere insufficienti. Il World Food Programme potrebbe smettere con la distribuzione delle razioni alimentari a marzo, se non si inverte la rotta dei finanziamenti, mentre venti milioni di persone in Sudan e 2,6 milioni di rifugiati potrebbero restare senza supporto salvavita.