Conflitti, quando e dove gli interessi militari prevalgono su quelli della popolazione
Negli ultimi giorni gli aerei israeliani e statunitensi hanno preso di mira diversi impianti di stoccaggio e distribuzione di carburante in Iran; dall’altro lato Teheran ha effettuato diversi attacchi contro depositi di carburante e infrastrutture di petrolio e gas in diversi stati del Golfo. I danni per la popolazione civile provocati da questi bombardamenti configurano una violazione del diritto internazionale umanitario – scrive Amnesty International – e in alcuni casi possono costituire un crimine di guerra.
La vicinanza a obiettivi militari non giustifica nulla. Il fatto che queste infrastrutture sorgano vicino a obiettivi militari o siano esse stesse considerate obiettivi militari, non giustifica gli attacchi indiscriminati o sproporzionati, perché le parti in conflitto devono adottare tutte le precauzioni possibili per ridurre i danni ai civili, specifica l’organizzazione. Una raffineria di petrolio, per esempio, può essere presa di mira solo se costituisce un obiettivo militare e solo se danneggiandola se ne ricaverebbe un netto vantaggio militare. Ma anche in presenza di questi due presupposti, bisogna poi valutare se le conseguenze, come il rilascio di sostanze tossiche, non sia per i civili un danno superiore del vantaggio sul campo di guerra.
Gli attacchi in Iran. Le riprese video degli attacchi israelo-statunitensi a diversi depositi di carburante mostrano enormi fiamme e colonne di fumo nero nonché vasti incendi che hanno distrutto aree abitate dai civili. Dopo questi episodi l’agenzia iraniana per l’ambiente e la Mezzaluna Rossa locale hanno consigliato alla popolazione di Teheran di rimanere a casa perché le sostanze chimiche tossiche sprigionate dagli incendi possono causare piogge acide.
L’attacco ai depositi di carburante a Teheran. L’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma di avere attaccato diversi depositi di carburante a Teheran perché venivano usati dai pasdaran per gestire infrastrutture militari. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Iran rischiano di aggravare le sofferenze di una popolazione già stremata da anni di declino economico.
Le bombe alle infrastrutture petrolifere nei Paesi del Golfo. Dal 28 febbraio ci sono stati molteplici attacchi iraniani alle basi e alle risorse americane nei Paesi del Golfo e dall’Iran fanno sapere che finché ci saranno basi statunitensi in tutta la regione non ci sarà pace. A farne le spese per ora sono stati il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Kuwait, il Kurdistan iracheno, l’Arabia Saudita. In Qatar, il 2 marzo, i droni iraniani hanno preso di mira gli impianti energetici nella città industriale di Ras Laffan, il principale hub di esportazione di gas naturale liquefatto del Paese, ma non sono state segnalate vittime. In seguito all'attacco Qatar Energy ha sospeso la produzione di gnl.
Da Arabia Saudita ed Emirati si fugge: restano gli immigrati senza soldi né passaporto. Il 7 marzo i sauditi hanno intercettato 21 droni diretti verso il giacimento Shaybah di Aramco, uno dei più grandi del Regno, che comprende impianti produttori di gnl utilizzato nell'industria petrolchimica. In Oman, il 1° marzo, due droni hanno colpito il porto commerciale di Duqm, sulla costa orientale, ferendo un lavoratore straniero. La sua sorte è identica a quella di tanti altri immigrati in quell’area del mondo, dove si approda per lavorare, ma dove si sperimentano condizioni di vita semi-schiavistiche, con paghe da fame e passaporti sequestrati, fino alla fine del contratto.
Le conseguenze sulle popolazioni povere dell’Africa subsahariana. A questa sequenza di attacchi contro le infrastrutture energetiche si aggiunge il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, che sta avendo conseguenze dirette e pesantissime sui paesi dell'Africa subsahariana – come denunciano diversi report di ong e agenzie umanitarie che lavorano in quell’area – colpendo principalmente i costi energetici, l'inflazione alimentare e gli investimenti esteri. Essendo gran parte di questi Paesi importatori di petrolio, la chiusura del collo di bottiglia da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale comporta rischi di shock economici che travolgono popolazioni già provate dalla povertà e dal cibo scarso e inaccessibile.
Impennata dei prezzi di carburante ed energia. Paesi importatori netti come Kenya e Ghana sono particolarmente esposti a questi shock di prezzo, che rischiano di aumentare l'inflazione e mettere pressione sulle valute locali. Ma lo Stretto di Hormuz non è vitale solo per il petrolio, ma anche per il transito di fertilizzanti. La carenza di approvvigionamento per l’agricoltura, composti organici e fosfati, proveniente dai Paesi del Golfo (Qatar, Iran, Arabia Saudita) minaccia di ridurre i raccolti e innalzare i costi dei prodotti agricoli, con rischi di una nuova crisi alimentare.