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India, torna a casa un migrante arrestato in Arabia Saudita e per 20 anni nel braccio della morte

Abdul Rahim, il migrante indiano, ora libero, ma rimasto per 20 anni nel braccio della morte in Arabia Saudita 
Grazie alla mobilitazione senza precedenti della comunità malayali, originaria dello stato del Kerala, in favore di Abdul Rahim. L’enorme cifra richiesta dalla famiglia del ragazzo disabile di cui si prendeva cura, morto accidentalmente
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KOCHI – KERALA (AsiaNews) - Dopo quasi vent’anni trascorsi nel braccio della morte in Arabia Saudita, Abdul Rahim, migrante indiano musulmano, originario di Kodampuzha, nello stato del Kerala, è finalmente tornato a casa. Il suo rientro, avvenuto venerdì scorso all’aeroporto di Karipur, con un volo Air India proveniente da Riyadh, ha coinciso con le celebrazioni dell’Eid (il giorno della fine del Ramadan) ed è stato accolto con grande emozione dalla famiglia e dalla comunità locale.

Per la sua libertà pagato il “prezzo del sangue”: 3 milioni di euro. La sua liberazione è stata possibile grazie al pagamento di una “diyah” (il cosiddetto “prezzo del sangue”) pari a circa 340 milioni di rupie indiane (oltre 3 milioni di euro ndr). Rahim, autista di professione, si era trasferito in Arabia Saudita nel novembre 2006. In Kerala aveva lavorato come autista di scuolabus e di autorisciò. Appena arrivato a Riyadh, aveva iniziato a lavorare per la famiglia Al Shahri, occupandosi del figlio diciassettenne, paralizzato e dipendente da un respiratore artificiale.

L’incidente involontario che lo avrebbe portato alla pena di morte. Secondo quanto riportato dalle autorità e dai media indiani, il 24 dicembre 2006, mentre Rahim stava guidando, la sua mano avrebbe accidentalmente toccato un dispositivo medico collegato al ragazzo. Poco dopo, il giovane perse conoscenza e morì. Rahim fu arrestato lo stesso giorno, appena 28 giorni dopo il suo arrivo nel Paese. Nel 2011 un tribunale saudita lo condannò a morte. La sentenza venne successivamente confermata nei gradi superiori di giudizio.

Anni di battaglia, poi il perdono della famiglia, previa pagamento del prezzo del sangue. Dopo anni di battaglie legali, nel 2024 la famiglia della vittima accettò di concedere il perdono in cambio del pagamento della diyah, una compensazione economica prevista dal diritto islamico nei casi di omicidio non intenzionale, lesioni o danni. La somma richiesta ammontava a 15 milioni di riyal sauditi. In seguito all’accordo, il tribunale saudita revocò la condanna a morte il 2 luglio 2024, ma dispose che Rahim completasse comunque la pena detentiva di vent’anni, terminata ufficialmente il 20 maggio 2026 secondo il calendario arabo.

Decisiva per la sua salvezza la mobilitazione di 60 comunità malayali. Avvenuta sia in India che all’estero. La Campagna “Save Abdul Rahim” si è trasformata in una delle più grandi raccolte fondi popolari nella storia recente del Kerala. Poiché la famiglia non era in grado di raccogliere autonomamente la somma necessaria, oltre 60 organizzazioni malayali in Arabia Saudita hanno coordinato per anni il sostegno legale e umanitario. Attraverso una piattaforma digitale dedicata, tra marzo e aprile 2024 vennero raccolti oltre 470 milioni di rupie grazie alle donazioni di migliaia di persone, inclusi lavoratori emigrati e cittadini comuni.

In 20 anni ha incontrato in carcere sua madre solo una volta. Per la famiglia di Rahim, questi vent’anni sono stati segnati dal dolore. Suo padre morì appena sei mesi dopo l’arresto. La madre, Fathima, era riuscita a incontrarlo di persona una sola volta, nel novembre 2024, dopo la concessione del perdono. Per il resto del tempo, i contatti si erano limitati a sporadiche videochiamate.

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