Libertà di espressione, nove querele-bavaglio su dieci senza tutela
di Martina CiaiROMA – Recepita dall’Italia con ritardo e riproposta in forma restrittiva, la direttiva anti-SLAPP rischia di far pagare a giornalisti, scrittori e attivisti un prezzo altissimo per esercitare il loro diritto di raccontare fatti. La direttiva anti-SLAPP è una normativa dell'Unione Europea pensata per proteggere da querele-bavaglio e azioni legali abusive, operatori dell’informazione, attivisti, difensori dei diritti umani e whistleblower , che tradotto vuol dire una persona che denuncia o rivela al pubblico e alle autorità competenti attività illecite, frodi, abusi o irregolarità commesse da organizzazioni pubbliche o private. L’acronico SLAPP vuol dire Lawsuits Against Public Participation.
Quando una causa legale diventa una intimidazione per chi indaga. La libertà di espressione non si difende soltanto quando qualcuno viene censurato, arrestato o minacciato. Si difende anche nei tribunali, quando una causa legale diventa uno strumento per intimidire chi indaga, scoraggiare chi denuncia e impedire ai cittadini di conoscere fatti di interesse pubblico.
I tratti restrittivi imposti dal governo italiano. Il governo italiano ha recepito la direttiva europea 2024/1069, ma, secondo CASE Italia, lo ha fatto restringendo sensibilmente le tutele. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 2 ottobre protegge infatti soltanto i bersagli di determinate azioni civili con implicazioni transfrontaliere, escludendo i procedimenti penali e la grande maggioranza delle controversie nazionali. Il risultato, denuncia la coalizione, è che circa nove casi su dieci rischiano di restare senza protezione. Secondo i rapporti europei di CASE, l’Italia ha registrato 26 casi di SLAPP nel 2023 e 21 nel 2024, i numeri nazionali più alti nell’Unione europea.
Il prezzo del silenzio: se continuare a parlare può costare troppo. Le querele-bavaglio sono azioni giudiziarie infondate e sproporzionate, spesso promosse da soggetti potenti contro chi esercita il diritto di informare e criticare. Non riguardano soltanto i giornalisti: possono colpire scrittori, ricercatori, attivisti ambientali, Organizzazioni Non Governative e, appunto, i whistleblower, o “allertatori civici”. Anche quando non si arriva ad una condanna, anni di procedimenti, spese legali e richieste di risarcimento possono compromettere il lavoro e la vita di chi ne è bersaglio. Il messaggio è semplice: continuare a parlare può costare troppo.
La libertà di espressione non è un privilegio professionale. Il problema assume contorni ancora più gravi in un ecosistema digitale in cui campagne d’odio, minacce sui social e pressioni economiche possono sommarsi alle azioni giudiziarie. La libertà di espressione non è un privilegio professionale: è la condizione che consente ai cittadini di conoscere gli abusi, controllare il potere e partecipare consapevolmente alla vita democratica.
Daphne Caruana Galizia, il simbolo di una battaglia europea. Il caso più drammatico resta quello di Daphne Caruana Galizia, la giornalista investigativa maltese uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 mentre indagava su corruzione e potere politico. Al momento dell’assassinio aveva decine di procedimenti per diffamazione pendenti: secondo la sua fondazione, erano 48. La sua famiglia ha dovuto affrontare anche le conseguenze legali lasciate in eredità da quelle cause. La vicenda ha contribuito a portare la lotta alle SLAPP al centro dell’agenda europea, fino alla direttiva comunemente chiamata «legge Daphne».
Isolare chi denuncia, prosciugarne le risorse, significa scoraggiare anche altri. Le intimidazioni giudiziarie non sono violenza fisica, ma possono produrre un effetto altrettanto insidioso: isolare chi denuncia, prosciugarne le risorse significa anche scoraggiare altri dal seguire lo stesso percorso. E mentre il caso maltese ricorda quanto possa essere pericoloso indagare sugli interessi dei potenti, molti giornalisti continuano a lavorare senza protezioni adeguate.
L’Europa non può voltarsi dall’altra parte. La direttiva europea, entrata in vigore nel maggio 2024, riguarda le controversie civili con implicazioni transfrontaliere. La Commissione europea e il Consiglio d’Europa hanno però raccomandato di estendere le garanzie anche ai procedimenti nazionali e ad altre forme di contenzioso. La scelta italiana rischia invece di restringere ulteriormente una tutela già limitata. CASE Italia ha annunciato che porterà le criticità del decreto all’attenzione della Commissione europea. Il 22 ottobre la coalizione scenderà in piazza Capranica, a Roma, per chiedere al governo e al Parlamento di correggere la normativa.
Esistono esperienze da cui imparare. In Norvegia, il Consiglio d’Europa documenta misure istituzionali per affrontare le minacce contro i giornalisti e indicazioni rivolte alle autorità giudiziarie per dare priorità ai casi di violenza nei loro confronti. Un modello non privo di problemi, ma che riconosce la protezione di chi informa come una responsabilità pubblica.
Se l’UE approva direttive che poi gli Stati vanificano. L’Unione europea non può limitarsi ad approvare direttive se poi la loro applicazione nazionale lascia scoperte proprio le persone che dovrebbero proteggere. In un mondo attraversato da equilibri geopolitici instabili, nel quale la disinformazione e la concentrazione del potere comunicativo minacciano il dibattito pubblico, Bruxelles non può lasciare che la difesa della libertà di parola dipenda soltanto dalla volontà dei singoli governi.
La domanda dopo la morte di Daphne. A nove anni dall’uccisione di Daphne, rimane centrale una domanda: quale democrazia può dirsi davvero libera se chi cerca la verità deve prima calcolare quanto costerà raccontarla?