ROMA – La guerra in Sudan – si legge in un articolo pubblicato da Nigrizia - il mensile dei missionari comboniani fondato nel gennaio del 1883 – non sta distruggendo soltanto le infrastrutture e l’economia del Paese, ma sta ipotecando il futuro di un’intera generazione. Secondo i dati diffusi dal Comitato degli insegnanti sudanesi, confermati dall’UNICEF, circa 8 milioni di bambini, su un totale stimato di circa 17 milioni di minori in età scolare, sono attualmente esclusi dal sistema scolastico.
Solo il 3% di scuole aperte nella regione occidentale del Darfur. Nel Paese il 55% degli istituti rimane chiuso – con un picco di solo il 3% di scuole aperte nella regione occidentale del Darfur – e un edificio scolastico su dieci è stato trasformato in rifugio per sfollati o caserma militare. Moltissime strutture sono anche state danneggiate o distrutte dai bombardamenti. A gennaio di quest’anno Save the Children certificava che nel 2024 bambine e bambini sudanesi avevano perso quasi 500 giorni di istruzione continuativa, una delle più lunghe chiusure scolastiche mai registrate a livello globale, superiore anche a quelle causate dalla pandemia di Covid-19.
Una crisi educativa silente e devastante. Un bilancio drammatico che fotografa una crisi educativa silente ma devastante, amplificata da tre anni e mezzo di conflitto armato che hanno portato il paese al collasso economico e a un’emergenza alimentare e umanitaria tra le più gravi al mondo.
Lo sciopero degli insegnanti e la crisi economica. Mentre il sistema educativo statale agonizza nel totale disinteresse delle autorità, la mobilitazione del personale scolastico si fa più aspra. Nello Stato di Khartoum, lo sciopero proclamato dagli insegnanti il 26 ottobre è entrato nel vivo, registrando forti adesioni in aree chiave come Karari, Bahri e East Nile. Il cuore della protesta risiede in condizioni di vita e di lavoro ormai insostenibili.
Insegnanti con uno stipendio di 18 euro al mese. Secondo le stime del sindacato, lo stipendio minimo si attesta intorno alle 12.000 sterline sudanesi (circa 18 euro), una cifra del tutto inadeguata a fronte di un’inflazione galoppante e a un costo della vita alle stelle. Molti docenti non riescono neppure a coprire le spese di trasporto per recarsi a scuola: un’assenza forzata, dunque, che non è soltanto una forma di protesta sindacale, ma il sintomo di una povertà estrema che paralizza il settore.
Oltre il 50% degli insegnanti non riceve lo stipendio regolarmente da almeno un anno. Le richieste avanzate dal Comitato sono chiare: un aumento drastico dei salari, il pagamento degli arretrati, il miglioramento delle infrastrutture scolastiche e, soprattutto, l’impegno concreto a portare la spesa pubblica per l’istruzione al 20% del bilancio nazionale. Se queste istanze continueranno a essere ignorate, il sindacato ha già annunciato la possibile intensificazione delle azioni di protesta, inclusi blocchi totali delle attività e sit-in.
L’abisso delle disuguaglianze: tra scuole pubbliche e istituti d’élite. Uno degli aspetti più allarmanti sollevati dai docenti riguarda la crescente polarizzazione del sistema formativo. Nelle comunità più povere e nelle periferie urbane e rurali, le aule si svuotano a vista d’occhio. Le famiglie, schiacciate dalla crisi, non possono permettersi di mandare i figli a scuola o di far fronte alle spese accessorie. Questa disparità rischia di trasformare l’istruzione – sancita come diritto universale – in un privilegio riservato esclusivamente a chi possiede risorse economiche, allargando ulteriormente la voragine tra le diverse classi sociali.
Un futuro a rischio, anche lì. Il Comitato degli insegnanti ha accusato le autorità di tentare di aggirare il problema con promesse mancate e di delegittimare gli organismi sindacali, portando avanti una strategia che rischia di affossare definitivamente l’istruzione pubblica. La posta in gioco va ben oltre i diritti sindacali o le rivendicazioni salariali: in ballo c’è la sopravvivenza stessa della società sudanese. Senza un intervento immediato della comunità internazionale e una presa di coscienza istituzionale, milioni di bambini rischiano di crescere senza alcuna istruzione formale, condannati all’emarginazione in un Paese già devastato dalla violenza. La “battaglia di lungo corso” annunciata dai docenti sudanesi è, prima di tutto, una difesa disperata del diritto al futuro.