Mondo Solidale

Disabili e lavoro, durante la pandemia la discriminazione è aumentata

Disabili e lavoro, durante la pandemia la discriminazione è aumentata
La denuncia della Fondazione italiana per il superamento dell’handicap, gli strumenti per l’inclusione sociale ci sono ma non vengono applicati. La testimonianza di Aipd
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ROMA - È l’ambito lavorativo quello in cui le persone con disabilità hanno a che fare con le forme più evidenti di discriminazione. Sono 1,6 milioni i disabili in Italia in età lavorativa e di questi il 69% non ha ancora un lavoro. La percentuale delle donne disabili disoccupate è ancora più alta con la discriminazione di genere che ha un effetto moltiplicatore sull’emarginazione. A denunciare la situazione è Vincenzo Falabella presidente di Fish, Fondazione italiana per il superamento dell’handicap, l’Onlus a cui aderiscono le più rappresentative associazioni impegnate all’inclusione sociale per le persone con disabilità fisiche e psichiche.

Discriminati duranti la pandemia. Con la pandemia però la forbice tra lavoratori con disabilità e lavoratori non fragili rischia di allargarsi ancora di più. “Sette lavoratori disabili su dieci si sono sentiti discriminati da quando è scoppiata la pandemia”, racconta il presidente di Fish. “Ci sono stati casi in cui i datori di lavoro hanno imposto ai dipendenti con disabilità di prendersi permessi e ferie per non andare a lavoro, invece di utilizzare gli ammortizzatori disponibili”. Il risultato è stato che il periodo pandemico ha fatto precipitare tantissimi lavoratori con disabilità in uno stato di grande isolamento.

L’inclusione sociale passa da quella lavorativa. Nell’ultimo anno Fish ha portato avanti progetti come Job Lab con cui mettere in campo gli strumenti necessari per superare gli ostacoli di accesso al lavoro. “Noi come associazione abbiamo altri due punti cardine, la salute e l’istruzione – racconta Vincenzo Falabella – ma è solo con l’inclusione lavorativa che si ottiene la massima inclusione sociale. È così che si rende la persona economicamente libera”. Sono stati aperti momenti di confronto con sindacati e aziende perché l’inclusione lavorativa diventi un aspetto culturale appreso. Il presidente di Fish ammette però che quanto successo durante la pandemia dimostri quanta strada ancora c’è da fare. Nel mondo del lavoro, ci spiega, ci sono ancora troppi stigmi nei loro confronti: “Ancora oggi chi è disabile è considerato malato, improduttivo, anche se così non è”.

Le leggi a tutela del disabile sono state disattese. Gli strumenti in campo in teoria ci sarebbero. L’articolo 26 sui lavoratori fragili del decreto Cura Italia, doveva vigilare sulla tutela dei loro diritti. Ma già da settembre il presidente della Federazione lamentava come, con il rinnovo della legge ad agosto. i lavoratori disabili messi “a riposo” si siano trovati senza retribuzione. A livello normativo c’è anche la legge 68 del 1999, un pilastro fondamentale per l’inserimento delle persone con handicap nel mondo del lavoro grazie collocamento mirato. “La legge 68 però non ha funzionato come avrebbe dovuto – continua Vincenzo Falabella. “Imporre a un imprenditore un’assunzione non è mai visto di buon occhio. Teoricamente le multe sarebbero un deterrente, ma non lo sono. Spesso si preferisce pagarle o sono evase”. La soluzione per il presidente di Fish sta nella defiscalizzazione, diminuendo il costo del lavoro della persona con disabilità da parte dell’azienda.

Occorre agire sul piano normativo. Quello che è urgente, ci spiega Vincenzo Falabella è agire sia sul piano culturale, Uno culturale, sull’evidenza che chi ha handicap non è inabile al lavoro sia su quello normativo. “Con l’articolo 151 del Jobs act c’era la volontà di salvaguardare le pari opportunità, ma dopo 5 anni mancano le linee guida cosa che lo rende inapplicabile nella realtà dei fatti”. La Federazione ha costruito un programma di azione sulle pari opportunità con una linea dedicata proprio all’inclusione lavorativa per persone con disabilità, programma che si trova all’interno dell’osservatorio nazionale delle persone con disabilità. Per questo il presidente di Fish lancia al governo e alle istituzioni un suggerimento per risolvere il problema: “Come linee guida basterebbe prendere quello che è all’interno di quel programma e applicarlo”.

L’inclusione per che ha la sindrome di down è anche più bassa. Se mediamente lavora solo il 31% delle persone con disabilità, per quanto riguarda le persone con sindrome di down i numeri sono ancora più bassi. “Hanno trovato un’occupazione solo il 10% di coloro che sono idonei al lavoro”, spiega Stefano Menghini, presidente di Associazione italiana persone down (Aipd) di Roma. Purtroppo lo Stato è il primo a dare il cattivo esempio: “Le scoperture delle aziende pubbliche relativamente alle assunzioni obbligatorie sono paurose”. Stefano Menghini precisa che la situazione, però, per quanto ancora drammatica, negli ultimi anni registra un netto miglioramento grazie anche alle campagne di sensibilizzazione messe in atto dalle associazioni.

I lavoratori portatori di handicap hanno un’alta affidabilità. “Il lavoro fa sentire normali” è il motto di Stefano Menghini. L’associazione si occupa del tutoraggio per l’azienda in cui i ragazzi Aipd sono inseriti, affiancandoli in un percorso che dura anni. “Avere una un disabile psichico all’interno dell’azienda è un impegno grosso”, conclude il presidente di Aipd Roma, “ma chi accoglie una persona con sindrome di down si rende subito conto di cosa ci ha guadagnato, non solo dal punto di vista umano ma da quello dell’impegno, della precisione e dell’affidabilità dei compiti di cui sono responsabili, con una dedizione difficilmente reperibile altrove”.