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Armi e aiuti ai ribelli siriani
La protesta di alcune Ong

Un generale delle truppe che combattono il regime di Bashar Al Assad ringrazia (senza fare nomi) gli stati stranieri che mandano armi. In una lettera al ministro degli Esteri Emma Bonino, Agire (consorzio di 10 Ong italiane) fa notare che "la destinazione di aiuti italiani a strutture umanitarie dell'opposizione comporterebbe una lesione dei principi di neutralità e imparzialità, presupposto dell'azione umanitaria".
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DAMASCO - Le forze siriane dell'opposizione al regime di Bashar al Assad - formazioni dal volto quanto mai incerto, composte di sicuro da cittadini siriani che lottano per abbattere un regime, ma pericolosamente inquinate da gruppi collegati a forze straniere che agiscono con interessi forti nel teatro di guerra - bene, quelle forze d'opposizione avrebbero ricevuto nuove armi da paesi alleati, che ne sostengono la lotta contro il regime del presidente siriano. Un contributo "in natura" capace di "cambiare il corso della battaglia". Del resto, è stato lo stesso generale Salim Idris, che guida l'esercito siriano libero, a dire che le sue forze hanno recentemente ottenuto le armi, sebbene rifiutandosi di dire chi le abbia fornite. "Voglio ringraziare i fratelli e gli amici che non voglio nominare", ha detto in un'intervista ad Al-Jazeera. Alla domanda se si trattasse della prima tranche di armi promesse dal presidente degli Stati Uniti, Idris ha rispo…
DAMASCO - Le forze siriane dell'opposizione al regime di Bashar al Assad - formazioni dal volto quanto mai incerto, composte di sicuro da cittadini siriani che lottano per abbattere un regime, ma pericolosamente inquinate da gruppi collegati a forze straniere che agiscono con interessi forti nel teatro di guerra - bene, quelle forze d'opposizione avrebbero ricevuto nuove armi da paesi alleati, che ne sostengono la lotta contro il regime del presidente siriano. Un contributo "in natura" capace di "cambiare il corso della battaglia". Del resto, è stato lo stesso generale Salim Idris, che guida l'esercito siriano libero, a dire che le sue forze hanno recentemente ottenuto le armi, sebbene rifiutandosi di dire chi le abbia fornite. "Voglio ringraziare i fratelli e gli amici che non voglio nominare", ha detto in un'intervista ad Al-Jazeera. Alla domanda se si trattasse della prima tranche di armi promesse dal presidente degli Stati Uniti, Idris ha risposto chiedendo a Washington di "sbrigarsi a fornire armi e munizioni. Stiamo aspettando", ha poi aggiunto. Al momento, non è chiaro quali e quante armi saranno mandate dagli Stati Uniti ai ribelli siriani e quanto tempo debba passare prima che le forze di opposizione le ottengano.

La protesta di alcune ONG italiane. L'arrivo di armi leggere all'esercito degli oppositori di Bashar Al Assad ha avuto un'eco anche in Italia. Il network umanitario italiano Agire (composto da 10 Ong: ActionAid, Amref, Cesvi, Coopi, GVC, Intersos, Oxfam, SOS Villaggio dei Bambini, Terre des Hommes, Vis) in una lettera al ministro degli Esteri, Emma Bonino, si legge che "la destinazione di aiuti italiani alla Siria a strutture umanitarie facenti capo all' opposizione comporterebbe una lesione dei principi di neutralità e imparzialità che costituiscono presupposto essenziale dell'azione umanitaria".

La strumentalilzzazione dell'aiuto.
"Indirizzare i soccorsi - si legge nella lettera - ad una sola delle parti in conflitto, perseguendo l'obiettivo di fornirle indirettamente supporto e legittimazione all'interno della società siriana e senza indicare come tale opzione discenda esclusivamente dall'analisi dei bisogni umanitari sul terreno e della diseguale distribuzione degli aiuti, costituirebbe dal nostro punto di vista una pratica di strumentalizzazione politica dell'aiuto umanitario inaccettabile", che "rischierebbe di compromettere la percezione di imparzialità di tutte le attività umanitarie". Agire chiede infine alla ministra Bonino "un suo diretto interessamento" affinché l'impostazione di neutralità nella destinazione degli aiuti "sia confermata nei fatti".

Contrari senatori Usa, repubblicani e democratici. Un gruppo di senatori Usa, sia repubblicani che democratici, ha presentato un disegno di legge per bloccare sul nascere la possibilità di un intervento degli Stati Uniti nella guerra civile in Siria. A preoccupare, è la possibilità che le armi che Washington vorrebbe fornire ai ribelli finiscano nelle mani "dei terroristi". Due senatori repubblicani, Rand Paul e Mike Lee, e altrettanti democratici, Tom Udall e Chris Murphy, hanno presentato la proposta di legge per proibire al Dipartimento della difesa e alle agenzie di intelligence di finanziare operazioni di qualsiasi tipo in Siria. "Impegnarsi in un altro conflitto in Medio Oriente senza il voto o la supervisione del Congresso rende più grave la situazione", ha detto Paul.

"Quelle armi in mano agli estremisti".
"Il popolo americano merita una reale riflessione da parte dei suoi eletti prima di mandare armi in una regione piena di estremisti che cercano di minacciare gli stati uniti e i loro alleati" ha aggiunto Paul. Murphy ha espresso preoccupazioni sul rischio che le armi e i soldi americani finiscano nelle mani delle organizzazioni terroristiche. "Dovremmo essere molto circospetti prima di permettere agli stati uniti di essere coinvolti per procura in una guerra complicata in cui il nostro paese potrebbe impantanarsi per anni, con costi potenzialmente incalcolabili per i contribuenti americani e per la reputazione dell'america a casa e all'estero" ha detto murphy. I senatori hanno specificato che il disegno di legge non prende di mira l'assistenza umanitaria per la popolazione siriana. Va comunque detto che la commissione per le relazioni estere del Senato ha votato a maggio in favore della consegna di armi ai ribelli, del loro addestramento militare e delle sanzioni contro chiunque venda o consegni armi al regime del presidente bashar al-assad.

Dubbi sui test delle armi chimiche di Assad. I test e le modalità con cui sono stati condotti per verificare l'uso delle armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad in Siria mettono in dubbio l'autorevolezza delle prove in mano all'Amministrazione americana. Prove che, nei fatti, hanno fatto superare la linea rossa stabilita dal presidente Usa Barack Obama, dicendolo così disposto a fornire armi ai ribelli. Esperti e diplomatici, riferisce il Washington Post, restano scettici sulle prove dell'uso di gas sarin da parte delle forze di sicurezza siriane, che avrebbero così ucciso 150-200 persone. Inoltre i dati presentati da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sono di scarso valore per gli ispettori delle Nazioni Unite che, allo stesso tempo, stanno cercando di valutare se anche i ribelli abbiano usato armi chimiche, come accusato dal regime di Assad. Per l'Onu, infatti, valgono solo le prove raccolte direttamente dai propri ispettori. Ma a nessuno di questi è stato concesso l'accesso in Siria, permettendo così solo di analizzare campioni fatti uscire dal Paese dai ribelli o dai servizi di intelligence. (segue)

Intanto l'esercito di Bashar al Assad bombarda ancora. L'esercito siriano ha bombardato il Quartiere di qaboun, nell'est di Damasco, per tentare di allontanare i ribelli. Lo ha riportato una Ong britannica, il cui nome non è stato specificato dalle agenzie. Da mercoledì, i soldati hanno lanciato una campagna per stanare i pochi ribelli ancora a Damasco, in particolare nel nordest della capitale e nei suoi dintorni. "L'esercito ha ripreso questa mattina il bombardamento di Qaboun e combattimenti intensi tra soldati e ribelli sono avvenuti intorno a questo settore", ha indicato l'Osservatorio siriano dei diritti umani. "Le forze del regime colpiscono la zona con tiri di mortaio, carri armati e artiglieria pesante", ha proseguito questa Ong. Secondo l'organizzazione, le truppe sono ormai appoggiate vicino Damasco dal movimento sciita libanese Hezbollah, che ha già avuto un ruolo determinante nella recente riconquista, da parte dell'esercito, della città strategica di Qusayr, vicino alla frontiera libanese. Nella vicina città del nord, Aleppo, l'esercito bombarda vari quartieri tra i quali quello di Cheikh Maksoud (nord) e i combattenti hanno ucciso almeno due ribelli in quella di Suleimane al Halabi, secondo l'Osservatorio siriano dei diritti umani.

Dubbi sui test delle armi chimiche. I test e le modalità con cui sono stati condotti per verificare l'uso delle armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad in Siria mettono in dubbio l'autorevolezza delle prove in mano all'Amministrazione americana. Prove che, nei fatti, hanno fatto superare la linea rossa stabilita dal presidente Usa Barack Obama, dicendolo così disposto a fornire armi ai ribelli. Esperti e diplomatici, riferisce il Washington Post, restano scettici sulle prove dell'uso di gas sarin da parte delle forze di sicurezza siriane, che avrebbero così ucciso 150-200 persone. Inoltre i dati presentati da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia sono di scarso valore per gli ispettori delle Nazioni Unite che, allo stesso tempo, stanno cercando di valutare se anche i ribelli abbiano usato armi chimiche, come accusato dal regime di Assad. Per l'Onu, infatti, valgono solo le prove raccolte direttamente dai propri ispettori. Ma a nessuno di questi è stato concesso l'accesso in Siria, permettendo così solo di analizzare campioni fatti uscire dal Paese dai ribelli o dai servizi di intelligence. (segue)

Quattro milioni di bambini a rischio. L' impennata delle temperature estive, il sovraffollamento e il peggioramento delle condizioni igieniche rappresentano solo le ultime difficoltà che devono affrontare circa 4 milioni di bambini colpiti dal conflitto in Siria. A lanciare l'allarme è l'Unicef. "Senza acqua potabile e servizi igienico-sanitari sufficienti, le probabilità che i bambini in Siria e quelli rifugiati in tutta la regione si ammalino di diarrea e di altre malattie sono destinate a crescere - avverte Maria Calivis, direttore regionale dell'Unicef per il Medio Oriente e Nord Africa - in Siria, la disponibilità di acqua sicura è di un terzo rispetto a prima della crisi. Degli oltre 4,25 milioni di sfollati siriani, molti vivono in rifugi sovraffollati con scarso accesso a servizi igienici e docce". L'Unicef ha intensificato l'impegno per fornire acqua e servizi igienico-sanitari, raggiungendo dall'inizio dell'anno quasi 9 milioni di persone.