Libano, vita da sfollati
Tra i siriani in fuga dalla guerra
di STELLA MORGANA<strong><br /></strong>
Nel cuore povero e rurale del Libano, a est di Beirut, in gran parte controllato da Hezbollah. Tra le città di Chtoura e Zahlé, ormai i siriani sono quasi la metà della popolazione. In 604.954 si sono iscritti negli elenchi dell'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Sono donne e bambini, più della metà ha meno di 17 anni. La Ong Médecins du Monde, fa sapere che sono stati assistiti 1800 pazienti
CHTOURA (Libano, valle della Beqa'a) - Sono al ciglio della strada molti campi profughi nella valle della Beqa'a, cuore povero e rurale del Libano a est di Beirut, in gran parte controllato da Hezbollah. Tra le città di Chtoura e Zahlé, ormai i siriani sono quasi la metà della popolazione. In 604.954 si sono iscritti negli elenchi dell'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. A luglio 2012 erano 24mila. Stando ai numeri del governo, invece, sarebbero un milione di persone. La maggior parte sono donne e bambini, più della metà ha meno di 17 anni. Dopo la battaglia di Quasayr, a giugno scorso, sono arrivate centinaia di combattenti: tanti uomini, tanti ragazzini. I più anziani, invece, non scappano: il viaggio è faticoso, il futuro pieno di dubbi. Così scelgono di restare in Siria e infatti solo il 2,6% dei rifugiati registrati ha 60 anni o più.
In subaffitto o nella tenda. Chi ce la fa prende in affitto un appar…
In subaffitto o nella tenda. Chi ce la fa prende in affitto un appar…
CHTOURA (Libano, valle della Beqa'a) - Sono al ciglio della strada molti campi profughi nella valle della Beqa'a, cuore povero e rurale del Libano a est di Beirut, in gran parte controllato da Hezbollah. Tra le città di Chtoura e Zahlé, ormai i siriani sono quasi la metà della popolazione. In 604.954 si sono iscritti negli elenchi dell'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. A luglio 2012 erano 24mila. Stando ai numeri del governo, invece, sarebbero un milione di persone. La maggior parte sono donne e bambini, più della metà ha meno di 17 anni. Dopo la battaglia di Quasayr, a giugno scorso, sono arrivate centinaia di combattenti: tanti uomini, tanti ragazzini. I più anziani, invece, non scappano: il viaggio è faticoso, il futuro pieno di dubbi. Così scelgono di restare in Siria e infatti solo il 2,6% dei rifugiati registrati ha 60 anni o più.
In subaffitto o nella tenda. Chi ce la fa prende in affitto un appartamento con un'altra famiglia per almeno 400 dollari al mese, chi non ha abbastanza denaro pianta la sua tenda in un terreno dove sono già arrivati altri siriani. Ogni municipalità tiene il conto dei "nuovi", anche se non sono ufficialmente inseriti negli elenchi dell'Unhcr. Molti siriani, per esempio, hanno paura di registrarsi perché qualcuno della loro famiglia è legato ai combattenti dell'Esercito siriano libero. E la vita nel campo non è semplice: almeno dieci persone dormono nella stessa tenda, le donne badano per lo più ai bambini, gli altri cercano un lavoro giornaliero. Chi ci riesce raccoglie le verdure nei campi limitrofi e come bracciante agricolo tira su 7mila lire libanesi, che non valgono neanche quindici euro al giorno. Specialmente tra gli ultimi arrivati, quasi nessuno manda i bambini a scuola. "Ci andavano tutti in Siria, ma qui non siamo neanche registrati. Siamo arrivati tre mesi fa, la scuola era già iniziata da tempo", racconta Kamal, 48 anni, nel campo di Kabelias.
Da un incubo all'altro. "Abbiamo lasciato un incubo e ne abbiamo trovato un altro, anche se sicuramente diverso", dice Yassin, 56 anni, seduto con le gambe incrociate nella sua tenda caldissima. "Sono partito da Hama quattro mesi fa (50 chilometri da Homs), perché c'erano troppi combattimenti, non mi sentivo più sicuro. Io vorrei solo che la Siria tornasse sicura, siamo noi le vere vittime: di chi combatte, da una parte e dall'altra. In questa tenda dormiamo in dodici, non riusciamo a trovare lavoro. L'acqua è sporca, spesso ci ammaliamo. In più, i libanesi ci guardano dall'alto in basso. Non ci vogliono, ci fanno pagare un sacco di soldi per stare qui".
Infezioni respiratorie e intossicazioni alimentari. Nella Beqa'a sono stati aperti diversi centri di salute per assistere i rifugiati siriani. Ihsan Hammad, che dirige un ambulatorio finanziato dalla Ong Médecins du Monde, spiega: "Nell'ultimo mese abbiamo avuto 1800 pazienti, mentre lo scorso anno non erano più di 500. La maggior parte sono donne e bambini. Hanno infezioni respiratorie, intossicazioni alimentari dovute a cibo scaduto o mal conservato, dermatiti, disidratazione. Negli ultimi mesi sono aumentati i casi di leshmaniosi, una malattia infettiva cutanea dovuta alla puntura di un insetto. Arriva anche qualche ferito, che è già stato operato in ospedale e ha bisogno di medicazioni quotidiane".
Le corsie piene di feriti. A Tripoli, a circa 70 chilometri da Beirut e vicina al confine con la Siria, invece, le corsie sono piene di feriti. Al Dar al-Zahra ce ne sono 110, molti sono arrivati nell'ultimo mese e mezzo da Qusayr. Il 90% di loro sono uomini e, di questi, il 30% sono civili. Il resto sono combattenti. In corsia ci sono ragazzi giovanissimi, tra i 15 e i 25 anni anni. C'è chi è rimasto cieco, chi ha perso una gamba, chi un braccio. Come Abu Yam, siriano che adesso lavora con un'associazione finanziata dai Paesi del Golfo e offre assistenza all'ospedale. Ha perso il braccio sinistro e racconta: "Stavo scappando dalla mia casa di Qusayr che era stata distrutta, mi hanno sparato, ma nella fuga la ferita si è infettata e quando sono arrivato qui mi hanno amputato il braccio. Ci ho messo tre giorni per uscire dalla città, mi sono dovuto nascondere per evitare tutti i checkpoint. Poi sono arrivato al confine, l'ho attraversato di corsa e alla fine la Croce rossa mi ha portato qui in ospedale. Se tutti sapessero quanto è duro il viaggio per arrivare in Libano con una ferita che sanguina, forse nessuno lo affronterebbe".
In subaffitto o nella tenda. Chi ce la fa prende in affitto un appartamento con un'altra famiglia per almeno 400 dollari al mese, chi non ha abbastanza denaro pianta la sua tenda in un terreno dove sono già arrivati altri siriani. Ogni municipalità tiene il conto dei "nuovi", anche se non sono ufficialmente inseriti negli elenchi dell'Unhcr. Molti siriani, per esempio, hanno paura di registrarsi perché qualcuno della loro famiglia è legato ai combattenti dell'Esercito siriano libero. E la vita nel campo non è semplice: almeno dieci persone dormono nella stessa tenda, le donne badano per lo più ai bambini, gli altri cercano un lavoro giornaliero. Chi ci riesce raccoglie le verdure nei campi limitrofi e come bracciante agricolo tira su 7mila lire libanesi, che non valgono neanche quindici euro al giorno. Specialmente tra gli ultimi arrivati, quasi nessuno manda i bambini a scuola. "Ci andavano tutti in Siria, ma qui non siamo neanche registrati. Siamo arrivati tre mesi fa, la scuola era già iniziata da tempo", racconta Kamal, 48 anni, nel campo di Kabelias.
Da un incubo all'altro. "Abbiamo lasciato un incubo e ne abbiamo trovato un altro, anche se sicuramente diverso", dice Yassin, 56 anni, seduto con le gambe incrociate nella sua tenda caldissima. "Sono partito da Hama quattro mesi fa (50 chilometri da Homs), perché c'erano troppi combattimenti, non mi sentivo più sicuro. Io vorrei solo che la Siria tornasse sicura, siamo noi le vere vittime: di chi combatte, da una parte e dall'altra. In questa tenda dormiamo in dodici, non riusciamo a trovare lavoro. L'acqua è sporca, spesso ci ammaliamo. In più, i libanesi ci guardano dall'alto in basso. Non ci vogliono, ci fanno pagare un sacco di soldi per stare qui".
Infezioni respiratorie e intossicazioni alimentari. Nella Beqa'a sono stati aperti diversi centri di salute per assistere i rifugiati siriani. Ihsan Hammad, che dirige un ambulatorio finanziato dalla Ong Médecins du Monde, spiega: "Nell'ultimo mese abbiamo avuto 1800 pazienti, mentre lo scorso anno non erano più di 500. La maggior parte sono donne e bambini. Hanno infezioni respiratorie, intossicazioni alimentari dovute a cibo scaduto o mal conservato, dermatiti, disidratazione. Negli ultimi mesi sono aumentati i casi di leshmaniosi, una malattia infettiva cutanea dovuta alla puntura di un insetto. Arriva anche qualche ferito, che è già stato operato in ospedale e ha bisogno di medicazioni quotidiane".
Le corsie piene di feriti. A Tripoli, a circa 70 chilometri da Beirut e vicina al confine con la Siria, invece, le corsie sono piene di feriti. Al Dar al-Zahra ce ne sono 110, molti sono arrivati nell'ultimo mese e mezzo da Qusayr. Il 90% di loro sono uomini e, di questi, il 30% sono civili. Il resto sono combattenti. In corsia ci sono ragazzi giovanissimi, tra i 15 e i 25 anni anni. C'è chi è rimasto cieco, chi ha perso una gamba, chi un braccio. Come Abu Yam, siriano che adesso lavora con un'associazione finanziata dai Paesi del Golfo e offre assistenza all'ospedale. Ha perso il braccio sinistro e racconta: "Stavo scappando dalla mia casa di Qusayr che era stata distrutta, mi hanno sparato, ma nella fuga la ferita si è infettata e quando sono arrivato qui mi hanno amputato il braccio. Ci ho messo tre giorni per uscire dalla città, mi sono dovuto nascondere per evitare tutti i checkpoint. Poi sono arrivato al confine, l'ho attraversato di corsa e alla fine la Croce rossa mi ha portato qui in ospedale. Se tutti sapessero quanto è duro il viaggio per arrivare in Libano con una ferita che sanguina, forse nessuno lo affronterebbe".