IL CAIRO - Essere rifugiati in terra straniera non è cosa facile. "Piccola Damasco" era chiamata la città rifugio dei tanti siriani arrivati in Egitto, finché il sospetto, la diffidenza e le discriminazioni cominciarono a farsi strada fra la popolazione locale. Migliaia di siriani, stremati da un conflitto settario che continua a insanguinare la loro terra, hanno assistito ad un progressivo peggioramento delle loro condizioni di vita, dopo la Rivoluzione egiziana del 30 giugno. Oggi, o scappano dall'Egitto o ci rimangono intrappolati.
Le nuove norme prevedono il visto. Lo scorso giugno il Governo Egiziano ha stimato tra i 250 e i 300mila siriani residenti in Egitto. Tra questi, 103.927 hanno richiesto e ottenuto la carta gialla dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che permette loro di ricevere assistenza medica in veste di rifugiati politici, e 18.906 sono in attesa. Dall'8 luglio di quest'anno è entrata in vigore la normativa secondo cui, per la prima volta nella storia, ai siriani è richiesto il visto per varcare il confine egiziano e il flusso dei siriani in entrata si è, però, improvvisamente arrestato.
Pre-Rivoluzione: l'insediamento. Centinaia di migliaia di siriani sono volati in Egitto, invece di cercare rifugio nei paesi confinanti come Libano, Turchia o Giordania, per simpatia storica tra i due paesi, e per la comunanza di credo, essendo entrambi a maggioranza musulmana sunnita. "Sono arrivato il 30 luglio del 2012 con 23 famiglie e, oltre a sistemare loro, ho garantito cibo, lavoro e casa ad altre 50," racconta Arkan Abo Kheir, noto come Abo Zakaria, manager dell'Organizzazione per i Rifugiati Siriani nella Città del 6 Ottobre. "E' così che in pochi mesi eravamo 4600 famiglie pienamente inserite nella realtà locale". In poco tempo i siriani residenti nella Piccola Damasco, soprannome della Città del 6 Ottobre, come negli altri centri, hanno assunto posizioni di prestigio - da avvocati, ragionieri, dottori e direttori di fabbriche o negozi. Il 30 giugno di quest'anno però rappresenta uno spartiacque negativo nella vita di tutti loro.
Post-Rivoluzione: attacchi ai siriani. Dalla discesa in piazza di decine di milioni di egiziani, e in particolare dal giorno della deposizione di Morsi e dall'insediamento - e successiva dispersione - dei Fratelli Musulmani a Rabaa e Nadha, è cominciata a tirare un'aria diversa nel paese. La caccia al siriano si è presto andata ad affiancare alla caccia al Fratello, con il primo accusato senza eccezione di supportare militarmente e allargare le fila del secondo. Da quel momento, i siriani sono stati guardati con sospetto, se non odio e, come riporta lo stesso UNHCR, "sono diventati vittime di sistematici attacchi fisici e verbali". "Da quando ho aperto questo ahwa (cafè) i vicini hanno cercato di ostacolarmi in qualunque modo possibile. Sono una piccola mafia", dice Mourid Sherif. Nella Città del 6 Ottobre molte fabbriche che davano lavoro ai siriani hanno chiuso i battenti o per volere del proprietario, "Fratello" egiziano timoroso di essere accusato di complotto con i suoi dipendenti, o dalle nuove autorità, convinte che il complotto sia parte di ogni attività gestita da siriani. Risultato: niente lavoro, cibo, tetto sulla testa e tanta paura di essere arrestati e deportati.
La Fratellanza e i siriani. Se i metodi adottati dalle autorità governative e da alcuni media egiziani sono sempre più discriminatori nei confronti dei rifugiati siriani, è noto che i Fratelli fanno leva sulle loro debolezze per attirarli a sé. "Quando ho aperto la mia organizzazione in difesa dei rifugiati siriani, i Fratelli hanno voluto incontrarmi - ammette Abo Zakaria - promettendoci soldi e protezione in cambio di supporto alla loro causa ma ho rifiutato". E' pratica comune per gli islamisti recarsi a casa delle famiglie siriane appena arrivate in Egitto, e perciò ancor più bisognose di aiuto, offrendo loro cibo, medicine e un posto di lavoro. Non è chiaro in quanti tra questi siriani sostengano i Fratelli sul campo. "Personalmente ho detto no al loro denaro," conclude Abo Zakaria. "Siamo rifugiati siriani, rispettiamo le leggi egiziane e non vogliamo immischiarci in una guerra che non ci appartiene. Se c'interessassimo di politica, staremo combattendo in Siria, non certo qui."
I numeri. Secondo l'UNHCR, negli ultimi due mesi, 158 siriani sono stati arrestati con l'accusa di affiliazione alla Fratellanza e, tra questi, 87 sono stati deportati, 33 rilasciati e 88 sono ancora trattenuti nelle carceri egiziane. Sono 50, invece, i siriani in detenzione per aver tentato di attraversare illegalmente il Mediterraneo e raggiungere l'Italia. Inoltre, Abo Zakaria, che coordina una fetta cospicua dei siriani d'Egitto, conferma che ogni giorno almeno 650 siriani partono alla volta della Turchia in cerca di miglior fortuna.
Un futuro incerto. La situazione politica egiziana è tutt'altro che chiara, ma gli sforzi per epurare il paese dai Fratelli si fanno sempre più evidenti. Con pesanti ripercussioni sulla minoranza siriana. "Ho firmato un contratto per cinque anni con questo cafè - dice Sherif - ma ho l'impressione che dovrò andarmene molto prima. Mi sembra di essere tornato agli inizi della rivoluzione siriana quando noi dell'opposizione eravamo costretti a stringere le mani e sorridere alle autorità che abusavano di noi. Non posso accettarlo". Uno scenario più roseo è quello prospettato da Abo Zakaria. "Abbiamo siglato un accordo con la città turca di Marsin - spiega - e presto molti siriani avranno la possibilità di trasferirsi lì e avere finalmente una vita dignitosa". Nonostante le tante discussioni per migliorare la condizione dei rifugiati siriani in terra egiziana, la scelta migliore a oggi sembra volarsene altrove. Ancora, e chissà se per l'ultima volta.
Le nuove norme prevedono il visto. Lo scorso giugno il Governo Egiziano ha stimato tra i 250 e i 300mila siriani residenti in Egitto. Tra questi, 103.927 hanno richiesto e ottenuto la carta gialla dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che permette loro di ricevere assistenza medica in veste di rifugiati politici, e 18.906 sono in attesa. Dall'8 luglio di quest'anno è entrata in vigore la normativa secondo cui, per la prima volta nella storia, ai siriani è richiesto il visto per varcare il confine egiziano e il flusso dei siriani in entrata si è, però, improvvisamente arrestato.
Pre-Rivoluzione: l'insediamento. Centinaia di migliaia di siriani sono volati in Egitto, invece di cercare rifugio nei paesi confinanti come Libano, Turchia o Giordania, per simpatia storica tra i due paesi, e per la comunanza di credo, essendo entrambi a maggioranza musulmana sunnita. "Sono arrivato il 30 luglio del 2012 con 23 famiglie e, oltre a sistemare loro, ho garantito cibo, lavoro e casa ad altre 50," racconta Arkan Abo Kheir, noto come Abo Zakaria, manager dell'Organizzazione per i Rifugiati Siriani nella Città del 6 Ottobre. "E' così che in pochi mesi eravamo 4600 famiglie pienamente inserite nella realtà locale". In poco tempo i siriani residenti nella Piccola Damasco, soprannome della Città del 6 Ottobre, come negli altri centri, hanno assunto posizioni di prestigio - da avvocati, ragionieri, dottori e direttori di fabbriche o negozi. Il 30 giugno di quest'anno però rappresenta uno spartiacque negativo nella vita di tutti loro.
Post-Rivoluzione: attacchi ai siriani. Dalla discesa in piazza di decine di milioni di egiziani, e in particolare dal giorno della deposizione di Morsi e dall'insediamento - e successiva dispersione - dei Fratelli Musulmani a Rabaa e Nadha, è cominciata a tirare un'aria diversa nel paese. La caccia al siriano si è presto andata ad affiancare alla caccia al Fratello, con il primo accusato senza eccezione di supportare militarmente e allargare le fila del secondo. Da quel momento, i siriani sono stati guardati con sospetto, se non odio e, come riporta lo stesso UNHCR, "sono diventati vittime di sistematici attacchi fisici e verbali". "Da quando ho aperto questo ahwa (cafè) i vicini hanno cercato di ostacolarmi in qualunque modo possibile. Sono una piccola mafia", dice Mourid Sherif. Nella Città del 6 Ottobre molte fabbriche che davano lavoro ai siriani hanno chiuso i battenti o per volere del proprietario, "Fratello" egiziano timoroso di essere accusato di complotto con i suoi dipendenti, o dalle nuove autorità, convinte che il complotto sia parte di ogni attività gestita da siriani. Risultato: niente lavoro, cibo, tetto sulla testa e tanta paura di essere arrestati e deportati.
La Fratellanza e i siriani. Se i metodi adottati dalle autorità governative e da alcuni media egiziani sono sempre più discriminatori nei confronti dei rifugiati siriani, è noto che i Fratelli fanno leva sulle loro debolezze per attirarli a sé. "Quando ho aperto la mia organizzazione in difesa dei rifugiati siriani, i Fratelli hanno voluto incontrarmi - ammette Abo Zakaria - promettendoci soldi e protezione in cambio di supporto alla loro causa ma ho rifiutato". E' pratica comune per gli islamisti recarsi a casa delle famiglie siriane appena arrivate in Egitto, e perciò ancor più bisognose di aiuto, offrendo loro cibo, medicine e un posto di lavoro. Non è chiaro in quanti tra questi siriani sostengano i Fratelli sul campo. "Personalmente ho detto no al loro denaro," conclude Abo Zakaria. "Siamo rifugiati siriani, rispettiamo le leggi egiziane e non vogliamo immischiarci in una guerra che non ci appartiene. Se c'interessassimo di politica, staremo combattendo in Siria, non certo qui."
I numeri. Secondo l'UNHCR, negli ultimi due mesi, 158 siriani sono stati arrestati con l'accusa di affiliazione alla Fratellanza e, tra questi, 87 sono stati deportati, 33 rilasciati e 88 sono ancora trattenuti nelle carceri egiziane. Sono 50, invece, i siriani in detenzione per aver tentato di attraversare illegalmente il Mediterraneo e raggiungere l'Italia. Inoltre, Abo Zakaria, che coordina una fetta cospicua dei siriani d'Egitto, conferma che ogni giorno almeno 650 siriani partono alla volta della Turchia in cerca di miglior fortuna.
Un futuro incerto. La situazione politica egiziana è tutt'altro che chiara, ma gli sforzi per epurare il paese dai Fratelli si fanno sempre più evidenti. Con pesanti ripercussioni sulla minoranza siriana. "Ho firmato un contratto per cinque anni con questo cafè - dice Sherif - ma ho l'impressione che dovrò andarmene molto prima. Mi sembra di essere tornato agli inizi della rivoluzione siriana quando noi dell'opposizione eravamo costretti a stringere le mani e sorridere alle autorità che abusavano di noi. Non posso accettarlo". Uno scenario più roseo è quello prospettato da Abo Zakaria. "Abbiamo siglato un accordo con la città turca di Marsin - spiega - e presto molti siriani avranno la possibilità di trasferirsi lì e avere finalmente una vita dignitosa". Nonostante le tante discussioni per migliorare la condizione dei rifugiati siriani in terra egiziana, la scelta migliore a oggi sembra volarsene altrove. Ancora, e chissà se per l'ultima volta.