FAYDA (Libano) - I frammenti dei visi e dei corpi di belle ragazze della pubblicità, che si intravedono nella nebbia assieme agli spezzoni di marchi celebri, creano un paesaggio surreale. Purtroppo, però, non si tratta di un'installazione d'arte contemporanea nella campagna. Quello che si apre davanti ai nostri occhi è l'inferno del campo dei rifugiati siriani a Fayda, nel nord del Libano. "Usano i cartelloni pubblicitari per costruirsi i ripari - dice Anna Maria Laurini Direttore di UNICEF Libano - dicono che sono migliori dei teli di plastica per proteggersi dal freddo".
Le bombe sono meglio del freddo. Il freddo è l'ultima tragedia arrivata sulla testa di decine di migliaia di profughi fuggiti dalla violenza della guerra civile siriana che in Libano non hanno trovato altro rifugio che un telo di plastica. In questi giorni nel Paese dei Cedri si è abbattuta con violenza "Alexa", una tempesta che ha portato con sé freddo polare, neve e vento. Strade e scuole chiuse in tutte il Paese, diverse vittime per crolli e incidenti, ma il prezzo più alto lo ha pagato il popolo di questi accampamenti. "Un bambino di 8 anni qui al campo mi ha detto che preferiva le bombe che sentiva ad Aleppo a questo freddo", dice Maria, un'operatrice di "Beyond", ONG locale attiva in molti di questi campi informali, cioè non riconosciuti e non autorizzati dal Governo libanese.
Costretti a vivere da illegali. Nei giorni scorsi qui sono caduti almeno 25 centimetri di neve e la temperatura è scesa fino a 10° sottozero. Non ci sono stufe, non c'è energia elettrica, non c'è acqua potabile. La pioggia e la neve hanno trasformato il terreno in una palude fangosa e la neve ammucchiata ai lati delle tende inizia a ghiacciare. Quello di Fayda è uno dei quindici campi sorti in questa zona, non lontana dal confine siriano. Ci sopravvivono circa 1.000 persone, in maggioranza donne e bambini. "Questi insediamenti non sono riconosciuti - precisa Joseph Hawad, responsabile di "Beyond" nella regione - è questo accentua di molto i problemi. Non si possono fare lavori per migliorare le condizioni di vita della gente. Non si può portare acqua, energia o realizzare strutture migliori di queste tende".
Le paure del medico. Oggi per il campo Fayda è un giorno importante, si aspetta l'arrivo della clinica mobile di UNICEF. "Abbiamo messo in piedi queste strutture - dice Anna Maria Laurini - per cercare di garantire un servizio sanitario di base a tutti gli insediamenti". Nonostante il freddo e l'umidità le mamme escono dalle tende con i bambini e aspettano il loro turno in mezzo al fango. "Malattie respiratorie, dissenterie, malnutrizione. Quasi tutti i bambini che visitiamo non sono in salute - Hassan, uno dei due medici arrivati con la clinica - In queste condizioni climatiche, igieniche e di cattiva alimentazione anche un semplice raffreddore può essere veramente pericoloso
Le difficoltà dell'aiuto. "La tempesta era attesa, ma è stata davvero violente. Abbiamo cercato di essere pronti per affrontarla. Purtroppo non si è mai del tutto preparatiti." Sebastian, che si occupa della protezione dei bambini per UNICEF, racconta delle migliaia e migliaia di kit per l'inverno (vestiti pesanti, coperte e scarpe) che sono stati distribuiti. "Avviamo aumentato il numero di kit previsti e potenziato la distribuzione, ma non è facile raggiungere tutti i rifugiati. Lavoriamo cercando di consegnare i kit porta a porta. I campi sono tanti, con il maltempo alcuni quasi irraggiungibili, le persone spesso si spostano da uno all'altro o vanno alla ricerca di condizioni migliori, come edifici abbandonati o in costruzione."
La rabbia di chi non ha più nulla. Il lavoro dei due dottori prosegue, all'improvviso si sentono delle urla. Un uomo sbuca dalla nebbia e sembra volersi lanciare contro il medico. Immediatamente un altro risponde con la sessa veemenza. I due litigano e stanno quasi per venire alle mani, poi qualcuno riesce s riportare la calma. Hassan non si ferma neanche per un istante e commenta: "Non ho tempo da perdere, guardate quanti bambini da visitare." Joseph ci spiega che a scontrarsi erano i capi delle due sezioni dell'accampamento. Lo scontro era per chi dovesse avere la precedenza nelle visite. Spesso nelle tendopoli si riproducono le divisioni politiche e settarie che erano vissute in patria. "Hanno perso tutto e non sanno immaginare il loro futuro - commenta Maria - litigano per questo non per la politica."
Sono i bambini a rischiare di più. Non è facile stabilire quante persone sono costretti a vivere in queste condizioni. Secondo UNHCR sono circa 160.000, ma l'Agenzia per i Rifugiati tiene conto solo di chi si è regolarmente registrato come profugo nel Paese. Stime più attendibili parlano di almeno 300.000 persone. "In queste condizioni i bambini sono i soggetti più vulnerabili. - dice la responsabile di UNICEF - Malattie, lavoro nero, matrimoni precoci e prostituzione sono i pericoli maggiori. Cerchiamo di offrire a tutti i minori la possibilità di continuare il loro percorso formativo. Sosteniamo le scuole pubbliche libanesi, ma queste non potranno mai essere sufficienti. Così, cerchiamo di realizzare il maggior numero possibile di iniziative di scuola non formale. Offrirgli una scuola, in qualsiasi forma, è il modo migliore per proteggerli."
A scuola nel campo. Al limite del campo c'è solo un piccolo e vecchio edificio in muratura. "Ecco la scuola del campo - dice Maria - qui facciamo giocare, disegnare e cantare i più piccoli. Con i più grandi cerchiamo di continuare i programmi scolastici." Quattro stanze non illuminate e stracolme di bambini di ogni età. Qui dentro non piove e il freddo sembra mordere di meno. Dalla classe dei più piccoli arriva un canto allegro e dal ritmo vagamente militaresco, è in arabo e la sola parola che riusciamo a capire, continuamente ripetuta, è Siria.
Sfollata più di un quarto della popolazione. "Il governo e la gente del Libano hanno paura di legalizzare i campi profughi - spiega Joseph Hawad - per quanto è accaduto con l'esodo palestinese. I rifugiati arrivati nel 1948 dovevano restare al massimo per due anni, e sono ancora qui. Una soluzione per questa gente deve comunque essere trovata. Non possono continuare a vivere così." Intanto, il flusso di profughi non accenna a diminuire. Secondo il governo libanese sono già 1,3 milioni, e il Libano è un paese grande come il nostro Molise con quattro milioni di abitanti. Alexa è passata, ma non il freddo, la neve e il fango. Anche la guerra in Siria continua senza sosta. La soluzione che vuole Joseph è probabilmente una sola: la fine delle ostilità in Siria. "Chi tra i potenti l'ha iniziata non vuole certo finirla." Speriamo che questa volta la saggezza di Hassan, un anziano del campo, non sia fondata.
Le bombe sono meglio del freddo. Il freddo è l'ultima tragedia arrivata sulla testa di decine di migliaia di profughi fuggiti dalla violenza della guerra civile siriana che in Libano non hanno trovato altro rifugio che un telo di plastica. In questi giorni nel Paese dei Cedri si è abbattuta con violenza "Alexa", una tempesta che ha portato con sé freddo polare, neve e vento. Strade e scuole chiuse in tutte il Paese, diverse vittime per crolli e incidenti, ma il prezzo più alto lo ha pagato il popolo di questi accampamenti. "Un bambino di 8 anni qui al campo mi ha detto che preferiva le bombe che sentiva ad Aleppo a questo freddo", dice Maria, un'operatrice di "Beyond", ONG locale attiva in molti di questi campi informali, cioè non riconosciuti e non autorizzati dal Governo libanese.
Costretti a vivere da illegali. Nei giorni scorsi qui sono caduti almeno 25 centimetri di neve e la temperatura è scesa fino a 10° sottozero. Non ci sono stufe, non c'è energia elettrica, non c'è acqua potabile. La pioggia e la neve hanno trasformato il terreno in una palude fangosa e la neve ammucchiata ai lati delle tende inizia a ghiacciare. Quello di Fayda è uno dei quindici campi sorti in questa zona, non lontana dal confine siriano. Ci sopravvivono circa 1.000 persone, in maggioranza donne e bambini. "Questi insediamenti non sono riconosciuti - precisa Joseph Hawad, responsabile di "Beyond" nella regione - è questo accentua di molto i problemi. Non si possono fare lavori per migliorare le condizioni di vita della gente. Non si può portare acqua, energia o realizzare strutture migliori di queste tende".
Le paure del medico. Oggi per il campo Fayda è un giorno importante, si aspetta l'arrivo della clinica mobile di UNICEF. "Abbiamo messo in piedi queste strutture - dice Anna Maria Laurini - per cercare di garantire un servizio sanitario di base a tutti gli insediamenti". Nonostante il freddo e l'umidità le mamme escono dalle tende con i bambini e aspettano il loro turno in mezzo al fango. "Malattie respiratorie, dissenterie, malnutrizione. Quasi tutti i bambini che visitiamo non sono in salute - Hassan, uno dei due medici arrivati con la clinica - In queste condizioni climatiche, igieniche e di cattiva alimentazione anche un semplice raffreddore può essere veramente pericoloso
Le difficoltà dell'aiuto. "La tempesta era attesa, ma è stata davvero violente. Abbiamo cercato di essere pronti per affrontarla. Purtroppo non si è mai del tutto preparatiti." Sebastian, che si occupa della protezione dei bambini per UNICEF, racconta delle migliaia e migliaia di kit per l'inverno (vestiti pesanti, coperte e scarpe) che sono stati distribuiti. "Avviamo aumentato il numero di kit previsti e potenziato la distribuzione, ma non è facile raggiungere tutti i rifugiati. Lavoriamo cercando di consegnare i kit porta a porta. I campi sono tanti, con il maltempo alcuni quasi irraggiungibili, le persone spesso si spostano da uno all'altro o vanno alla ricerca di condizioni migliori, come edifici abbandonati o in costruzione."
La rabbia di chi non ha più nulla. Il lavoro dei due dottori prosegue, all'improvviso si sentono delle urla. Un uomo sbuca dalla nebbia e sembra volersi lanciare contro il medico. Immediatamente un altro risponde con la sessa veemenza. I due litigano e stanno quasi per venire alle mani, poi qualcuno riesce s riportare la calma. Hassan non si ferma neanche per un istante e commenta: "Non ho tempo da perdere, guardate quanti bambini da visitare." Joseph ci spiega che a scontrarsi erano i capi delle due sezioni dell'accampamento. Lo scontro era per chi dovesse avere la precedenza nelle visite. Spesso nelle tendopoli si riproducono le divisioni politiche e settarie che erano vissute in patria. "Hanno perso tutto e non sanno immaginare il loro futuro - commenta Maria - litigano per questo non per la politica."
Sono i bambini a rischiare di più. Non è facile stabilire quante persone sono costretti a vivere in queste condizioni. Secondo UNHCR sono circa 160.000, ma l'Agenzia per i Rifugiati tiene conto solo di chi si è regolarmente registrato come profugo nel Paese. Stime più attendibili parlano di almeno 300.000 persone. "In queste condizioni i bambini sono i soggetti più vulnerabili. - dice la responsabile di UNICEF - Malattie, lavoro nero, matrimoni precoci e prostituzione sono i pericoli maggiori. Cerchiamo di offrire a tutti i minori la possibilità di continuare il loro percorso formativo. Sosteniamo le scuole pubbliche libanesi, ma queste non potranno mai essere sufficienti. Così, cerchiamo di realizzare il maggior numero possibile di iniziative di scuola non formale. Offrirgli una scuola, in qualsiasi forma, è il modo migliore per proteggerli."
A scuola nel campo. Al limite del campo c'è solo un piccolo e vecchio edificio in muratura. "Ecco la scuola del campo - dice Maria - qui facciamo giocare, disegnare e cantare i più piccoli. Con i più grandi cerchiamo di continuare i programmi scolastici." Quattro stanze non illuminate e stracolme di bambini di ogni età. Qui dentro non piove e il freddo sembra mordere di meno. Dalla classe dei più piccoli arriva un canto allegro e dal ritmo vagamente militaresco, è in arabo e la sola parola che riusciamo a capire, continuamente ripetuta, è Siria.
Sfollata più di un quarto della popolazione. "Il governo e la gente del Libano hanno paura di legalizzare i campi profughi - spiega Joseph Hawad - per quanto è accaduto con l'esodo palestinese. I rifugiati arrivati nel 1948 dovevano restare al massimo per due anni, e sono ancora qui. Una soluzione per questa gente deve comunque essere trovata. Non possono continuare a vivere così." Intanto, il flusso di profughi non accenna a diminuire. Secondo il governo libanese sono già 1,3 milioni, e il Libano è un paese grande come il nostro Molise con quattro milioni di abitanti. Alexa è passata, ma non il freddo, la neve e il fango. Anche la guerra in Siria continua senza sosta. La soluzione che vuole Joseph è probabilmente una sola: la fine delle ostilità in Siria. "Chi tra i potenti l'ha iniziata non vuole certo finirla." Speriamo che questa volta la saggezza di Hassan, un anziano del campo, non sia fondata.