Sud Sudan, dubbi sulla neutralità dell'Onu: "Fornisce armi ai ribelli", 4,9 milioni di persone colpite dalla crisi
Ma portavoce delle Nazioni Unite, Ariane Quentier ribatte che le armi in alcun modo erano dirette ai ribelli, ma al contingente ganiano nella base di Bentiu. Sull'episodio è stata aperta un'indagine congiunta con il governo, con di invio di alti funzionari da New York
JUBA - Lo stallo e l'incertezza che da mesi incombono sui dialoghi di pace tra governo sud sudanese e opposizione sembrano non voler abbandonare neppure la terza conferenza di pace prevista ad Addis Abeba, mentre nel paese è in corso una crisi umanitaria che colpisce oltre 4,9 milioni di persone. Nonostante Stati Uniti ed Unione Europea minaccino sanzioni se il processo di pace non verrà realmente perseguito, i negoziati, previsti per il 20 Marzo nella capitale etiope, sono stati interrotti a causa del fuoco incrociato di accuse reciproche tra governo e ribelli.
Le violenze sulla popolazione civile. In questa situazione di stallo, nel paese non si placano gli scontri tra l'esercio governativo di Salva Kiir e le milizie ribelli di Riek Machar. Nei giorni scorsi la città di Malakal è stata nuovamente teatro di pesanti scontri armati. Le truppe dell'SPLA, l'esercito governativo, hanno assaltato e riconquistato la città, che era in mano alle forze r…
Le violenze sulla popolazione civile. In questa situazione di stallo, nel paese non si placano gli scontri tra l'esercio governativo di Salva Kiir e le milizie ribelli di Riek Machar. Nei giorni scorsi la città di Malakal è stata nuovamente teatro di pesanti scontri armati. Le truppe dell'SPLA, l'esercito governativo, hanno assaltato e riconquistato la città, che era in mano alle forze r…
JUBA - Lo stallo e l'incertezza che da mesi incombono sui dialoghi di pace tra governo sud sudanese e opposizione sembrano non voler abbandonare neppure la terza conferenza di pace prevista ad Addis Abeba, mentre nel paese è in corso una crisi umanitaria che colpisce oltre 4,9 milioni di persone. Nonostante Stati Uniti ed Unione Europea minaccino sanzioni se il processo di pace non verrà realmente perseguito, i negoziati, previsti per il 20 Marzo nella capitale etiope, sono stati interrotti a causa del fuoco incrociato di accuse reciproche tra governo e ribelli.
Le violenze sulla popolazione civile. In questa situazione di stallo, nel paese non si placano gli scontri tra l'esercio governativo di Salva Kiir e le milizie ribelli di Riek Machar. Nei giorni scorsi la città di Malakal è stata nuovamente teatro di pesanti scontri armati. Le truppe dell'SPLA, l'esercito governativo, hanno assaltato e riconquistato la città, che era in mano alle forze ribelli dal 19 febbraio. Malakal, capitale dello stato dell'Upper Nile, punto strategico per la presenza di giacimenti petroliferi, negli ultimi mesi, è stata lo scenario di duri scontri, di atroci e continue violenze ai danni della popolazione civile. Venti mila persone si sono rifugiate nella base delle Nazioni Unite di Malakal dove vivono dagli inizi degli scontri. ''E' difficile riuscire a portare avanti il nostro lavoro e assistere le persone sfollate che vivono qui, con la costante minaccia di dover fuggire da un momento all'altro - racconta Manuela Cau, che lavora come operatrice umanitaria per INTERSOS all'interno del campo di Malakal - abbiamo sentito i colpi di arma da fuoco sopra le nostre teste, per ore. I proiettili e le esplosioni erano a poche centinaia di metri dalle nostre tende".
Armi e cibo nei container UN. Tensione si respira anche tra il governo e le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite, circa 8.000 nel paese, la cui presenza sembra non essere troppo gradita al presidente Salva Kiir e al suo entourage politico. Già a Gennaio, il governo aveva più volte espresso dubbi sulla neutralità del personale UN, percepito come foriero di ingerenze politiche a sostegno dei ribelli. Sicuramente il ritrovamento di armi non segnalate all'interno di un convoglio delle Nazioni Unite diretto a Bentiu, nello stato di Unity, ha esacerbato le tensioni: il convoglio trasporava ufficialmente scorte di cibo dirette alla base UN a Bentiu, quando una perquisizione dell'SPLA, l'esercito governativo, ha rivelato la presenza di armi pesanti e munizioni all'interno dei container.
"Le munizioni erano dirette al contingente ganiano". Secondo quanto dichiarato dalla portavoce delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Ariane Quentier, le armi in alcun modo erano dirette ai ribelli, ma bensì al contingente ganiano nella base di Bentiu e sull'episodio è stata aperta un'indagine congiunta con il governo, con tanto di invio di alti funzionari da New York. Non sono bastatele rassicurazioni e le dichiarazioni ufficiali per impedire, nel paese, un susseguirsi di proteste e una feroce campagna mediatica contro il personale internazione UN, verso cui si concentrano adesso diffidenza e sospetti. E certamente queste tensioni complicano il lavoro delle ONG presenti nel paese per rispondere alla già drammatica condizione umanitaria: più di 800.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e oltre 3,7 milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare. Molte zone, negli stati di Unity e Upper Nile, rimangono completamente isolate a causa degli scontri: la scarsità di cibo sta provando duramente la popolazione che non riceve alcuna assistenza umanitaria.
La vita è dura nei campi degli sfollagti. Nei campi che sono sorti all'interno delle basi delle Nazioni Unite per accogliere gli sfollati, la situazione umanitaria è estremamente dura: "Nel campo di Tongping, a Juba, vivono adesso oltre 19.000 persone. E' difficile descrivere come migliaia di persone riescano a sopravvivere in questo spazio così limitato, da cui non possono andar via, perché per quanto difficile sia la vita all'interno del campo, fuori è sicuramente peggio, perché rischierebbero la vita." Racconta Davide Berruti, capo missione INTERSOS in Sud Sudan, " quello che facciamo qui è cercare di garantire a queste famiglie dignità, assistenza e supporto finché questa crisi non sarà finita. Con la stagione delle piogge in arrivo, le condizioni nel campo peggioreranno drasticamente: il rischio di diffusione di epidemie di colera e malaria è altissimo. Stiamo lavorando in fretta per essere pronti, ma i bisogni sono davvero tanti ".
INTERSOS in Sud Sudan. INTERSOS opera in Sud Sudan dal 2006 e da quando quando sono iniziati gli scontri a Juba nel dicembre 2013, ha assistito oltre 60.000 persone distribuendo kit d'emergenza con sapone, zanzariere, coperte, taniche per l'acqua, teli di plastica e portando avanti attività di educazione, promozione dell'igiene e protezione di donne e bambini all'interno dei campi di sfollati.
Le violenze sulla popolazione civile. In questa situazione di stallo, nel paese non si placano gli scontri tra l'esercio governativo di Salva Kiir e le milizie ribelli di Riek Machar. Nei giorni scorsi la città di Malakal è stata nuovamente teatro di pesanti scontri armati. Le truppe dell'SPLA, l'esercito governativo, hanno assaltato e riconquistato la città, che era in mano alle forze ribelli dal 19 febbraio. Malakal, capitale dello stato dell'Upper Nile, punto strategico per la presenza di giacimenti petroliferi, negli ultimi mesi, è stata lo scenario di duri scontri, di atroci e continue violenze ai danni della popolazione civile. Venti mila persone si sono rifugiate nella base delle Nazioni Unite di Malakal dove vivono dagli inizi degli scontri. ''E' difficile riuscire a portare avanti il nostro lavoro e assistere le persone sfollate che vivono qui, con la costante minaccia di dover fuggire da un momento all'altro - racconta Manuela Cau, che lavora come operatrice umanitaria per INTERSOS all'interno del campo di Malakal - abbiamo sentito i colpi di arma da fuoco sopra le nostre teste, per ore. I proiettili e le esplosioni erano a poche centinaia di metri dalle nostre tende".
Armi e cibo nei container UN. Tensione si respira anche tra il governo e le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite, circa 8.000 nel paese, la cui presenza sembra non essere troppo gradita al presidente Salva Kiir e al suo entourage politico. Già a Gennaio, il governo aveva più volte espresso dubbi sulla neutralità del personale UN, percepito come foriero di ingerenze politiche a sostegno dei ribelli. Sicuramente il ritrovamento di armi non segnalate all'interno di un convoglio delle Nazioni Unite diretto a Bentiu, nello stato di Unity, ha esacerbato le tensioni: il convoglio trasporava ufficialmente scorte di cibo dirette alla base UN a Bentiu, quando una perquisizione dell'SPLA, l'esercito governativo, ha rivelato la presenza di armi pesanti e munizioni all'interno dei container.
"Le munizioni erano dirette al contingente ganiano". Secondo quanto dichiarato dalla portavoce delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Ariane Quentier, le armi in alcun modo erano dirette ai ribelli, ma bensì al contingente ganiano nella base di Bentiu e sull'episodio è stata aperta un'indagine congiunta con il governo, con tanto di invio di alti funzionari da New York. Non sono bastatele rassicurazioni e le dichiarazioni ufficiali per impedire, nel paese, un susseguirsi di proteste e una feroce campagna mediatica contro il personale internazione UN, verso cui si concentrano adesso diffidenza e sospetti. E certamente queste tensioni complicano il lavoro delle ONG presenti nel paese per rispondere alla già drammatica condizione umanitaria: più di 800.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e oltre 3,7 milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare. Molte zone, negli stati di Unity e Upper Nile, rimangono completamente isolate a causa degli scontri: la scarsità di cibo sta provando duramente la popolazione che non riceve alcuna assistenza umanitaria.
La vita è dura nei campi degli sfollagti. Nei campi che sono sorti all'interno delle basi delle Nazioni Unite per accogliere gli sfollati, la situazione umanitaria è estremamente dura: "Nel campo di Tongping, a Juba, vivono adesso oltre 19.000 persone. E' difficile descrivere come migliaia di persone riescano a sopravvivere in questo spazio così limitato, da cui non possono andar via, perché per quanto difficile sia la vita all'interno del campo, fuori è sicuramente peggio, perché rischierebbero la vita." Racconta Davide Berruti, capo missione INTERSOS in Sud Sudan, " quello che facciamo qui è cercare di garantire a queste famiglie dignità, assistenza e supporto finché questa crisi non sarà finita. Con la stagione delle piogge in arrivo, le condizioni nel campo peggioreranno drasticamente: il rischio di diffusione di epidemie di colera e malaria è altissimo. Stiamo lavorando in fretta per essere pronti, ma i bisogni sono davvero tanti ".
INTERSOS in Sud Sudan. INTERSOS opera in Sud Sudan dal 2006 e da quando quando sono iniziati gli scontri a Juba nel dicembre 2013, ha assistito oltre 60.000 persone distribuendo kit d'emergenza con sapone, zanzariere, coperte, taniche per l'acqua, teli di plastica e portando avanti attività di educazione, promozione dell'igiene e protezione di donne e bambini all'interno dei campi di sfollati.