Sud Sudan, l'assalto nel campo dei rifugiati per uccidere bambini
L'agguato armato in un campo profughi a Bor, 200 km a nord della capitale. Il reclutamento forzoso di piccoli nelle bande di "ribelli". Il lavoro dei cooperanti di Intersos, Unicef e delle équipe di Medici Senza Frontiere nei rifugi per la popolazione sud sudanese allestiti in Uganda
BOR (Sud Sudan) - Sono almeno 58 le persone che sono state uccise e più di 100 rimaste ferite in un attacco portato ad una base delle Nazioni Unite, a Bor, circa 200 chilometri a nord della capitale Juba, in Sud Sudan. Tra le vittime, ha detto il funzionario dell'Onu che si trova nel paese africano, Toby Lanzer, si contano quarantotto bambini, donne, uomini, mentre altri 10 morti sarebbero tra gli attentatori. Ma il bilancio è destinato ad aumentare, ha aggiunto il funzionario. Quarantotto cadaveri, dunque, sono stati trovati nella base mentre i corpi di dieci assalitori sono stati rinvenuti fuori dalla base.
I testimoni diretti. E' Intersos a rendere noto che dalle prime ore di questa mattina è in corso registrato un attacco violento contro la popolazione civile che ha trovato rifugio nel campo delle Nazioni Unite allestito per gli sfollati. Un gruppo di giovani uomini armati, ha fatto irruzione aprendo il fuoco. Le vittime sono soprattutto bambini e donne. …
I testimoni diretti. E' Intersos a rendere noto che dalle prime ore di questa mattina è in corso registrato un attacco violento contro la popolazione civile che ha trovato rifugio nel campo delle Nazioni Unite allestito per gli sfollati. Un gruppo di giovani uomini armati, ha fatto irruzione aprendo il fuoco. Le vittime sono soprattutto bambini e donne. …
BOR (Sud Sudan) - Sono almeno 58 le persone che sono state uccise e più di 100 rimaste ferite in un attacco portato ad una base delle Nazioni Unite, a Bor, circa 200 chilometri a nord della capitale Juba, in Sud Sudan. Tra le vittime, ha detto il funzionario dell'Onu che si trova nel paese africano, Toby Lanzer, si contano quarantotto bambini, donne, uomini, mentre altri 10 morti sarebbero tra gli attentatori. Ma il bilancio è destinato ad aumentare, ha aggiunto il funzionario. Quarantotto cadaveri, dunque, sono stati trovati nella base mentre i corpi di dieci assalitori sono stati rinvenuti fuori dalla base.
I testimoni diretti. E' Intersos a rendere noto che dalle prime ore di questa mattina è in corso registrato un attacco violento contro la popolazione civile che ha trovato rifugio nel campo delle Nazioni Unite allestito per gli sfollati. Un gruppo di giovani uomini armati, ha fatto irruzione aprendo il fuoco. Le vittime sono soprattutto bambini e donne. Gabriel Hilaire, project manager per Intersos, al momento dell'attacco, si trovava nel campo per una distribuzione di kit d'emergenza. "Li ho visti arrivare, armati. Hanno iniziato a sparare in mezzo alla gente che aspettava: donne, bambini, anziani inermi. Non abbiamo potuto far altro che correre, ma non tutti si sono salvati", racconta. Lo staff di Intersos si trova a Bor per assistere la popolazione sfollata.
La spirale di violenze etniche. Quasi 5.000 persone, da mesi, vivono qui per sfuggire agli scontri e gli operatori Intersos portano avanti attività di assistenza, supporto e protezione dei gruppi più a rischio. Fanno attività educative e distribuzioni di beni di prima necessità. Tutto il personale Intersos, rileva l'organizzazione, "adesso è al sicuro". Sono quasi 60mila le persone che hanno trovato ospitalità nei vari campi allestiti dall'Onu nel Paese africano, che dal 15 dicembre è ripiombato in una spirale di violenze etniche. Dai primi scontri tra unità dell'esercito fedeli al presidente Salva Kirr e truppe di sostenitori del deposto vice presidente Riek Machar, la situazione è sprofondata in un "ciclo di vendette".
Gli assalitori di etnia Nuer. L'attacco alla base di Bor è stato compiuto da persone di etnia Nuer - che formano una confederazione di tribù, dediti alla pastorizia, più grandi dell'Africa orientale - gli stessi che a Machar, alla testa di un gruppo tra ribelli e disertatori, questa settimana ha preso il controllo della città di Bentiu, un centro petrolifero nevralgico nel nord. Intanto, Salva Kiir Mayardit, il presidente del Sud Sudan di etnia Dinka, controlla la capitale e gode della lealtà della maggioranza dell'esercito, potendo contare anche sul sostegno delle forze armate delle vicina Uganda. Finora sono migliaia i morti e un milione le persone costrette ad abbandonare le proprie case, in una nazione che ha ottenuto l'indipendenza solo nel 2011. Atrocità sono state registrate da entrambe le parti, con massacri etnici, reclutamento di bambini soldato, stupri e omicidi negli ospedali.
Le accuse ai Caschi Blu. Il governo del Sud Sudan ha puntato il dito contro i caschi blu dell'Unmiss - la missione militare dell'Onu in sud sudan - accusandoli di aver provocato gli incidenti, sparando in aria e di aver dato rifugio ai sostenitori dei ribelli. Per il ministro dell'Informazione, Michael Makuei Lueth, i giovani si erano recati al campo solo per protestare contro gli sfollati che stavano celebrando l'avanzata dei ribelli. Preoccupazione è stata espressa dall'ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Samantha Power, che ha esortato i Paesi, che si erano impegnati a inviare nuove forze alla Unmiss, ad affrettare il loro dispiegamento. Le basi Onu devono essere considerate "inviolabili", ha aggiunto, promettendo l'aiuto di Washington e dei suoi alleati per determinare i responsabili di questo "terribile attacco". Forti timori sono arrivati anche dal segretario generale Onu, Ban Ki-moon il quale, attraverso il suo portavoce, ha condannato l'attacco "inaccettabile e che costituisce un crimine di guerra".
Reclutano a forza bambini per combattere. Durante i combattimenti di questa settimana in Sud Sudan - fa sapere un dispaccio dell'Unicef - ci sono stati diversi attacchi contro i civili sfollati, mentre altri sono stati colpiti in combattimenti a fuoco e sono morti dopo essere stati reclutati da gruppi e forze armati. L'Unicef ha evidenze attendibili che entrambe le parti in conflitto stiano reclutando bambini. All'inizio di questa settimana durante gli intensi combattimenti al polo petrolifero di Bentiu (circa mille chilometri a nord di Juba) mentre centinaia di bambini sono fuggiti alla ricerca di protezione in una base delle Nazioni Unite, altri sono stati visti trasportare armi, in uniforme militare come se fossero in fase di addestramento.
I danni a lungo termine sui più piccoli. Un ragazzo di 16 anni che ha dichiarato di essere stato reclutato con la forza tre mesi fa da un gruppo armato è stato gravemente ferito nei combattimenti. La sua famiglia lo ha portato alla base di protezione delle Nazioni Unite, dove è stato curato. Nel frattempo, una bambina di sette anni è stata testimone dell'uccisione della sua famiglia in un ospedale e un ragazzo di 14 anni è stato ferito in uno scontro a fuoco, entrambi hanno trovato rifugio presso l'area protetta delle Nazioni Unite. "Questo è un combattimento violento e brutale: i bambini non devono essere strumenti del conflitto", ha affermato Jonathan Veitch dell'Unicef. "Parliamo dei danni a lungo termine sui bambini reclutati, ma ora la minaccia immediata è sulla loro stessa vita. I leader hanno il dovere di non mettere in pericolo i bambini e di prendere tutte le misure necessarie per evitare che essi vengano arruolati in gruppi e forze armati".
Oltre un milione di sfollati. Confermare il numero esatto di bambini reclutati nel conflitto in Sud Sudan è molto difficile, date le condizioni di sicurezza nel paese, anche se i rapporti indicano che sono moltissimi. Sia dal punto di vista del diritto internazionale che nazionale del Sud Sudan, il reclutamento forzato o volontario o il rapimento di essere umani di età inferiore ai 18 anni è proibito. Da quando i combattimenti sono iniziati in Sud Sudan nel dicembre 2013, gli operatori umanitari e per la protezione hanno documentato un significativo e tragico aumento degli scontri in cui sono stati coinvolti i bambini. Bambine e bambini sono stati uccisi, mutilati, violentati, sono rimasti orfani, sono stati reclutati e rimasti senza casa. Più di un milione di persone in Sud Sudan sono sfollate a causa del conflitto.
La lotta per i punti strategici del petrolio. "La situazione nel paese rimane estremamente tesa: l'attaco di oggi a Bor - prosegue il racconto di Intersos- arriva a poche ore dalla notizia che le milizie ribelli hanno riconquistato, dopo violenti scontri con le forze governative, la citta di Bentiu, nello stato di Unity, punto nevralgico per i giacimenti petroliferi". "A causa dell'insicurezza e delle violenze nel paese, più di 800.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, di queste circa 68.000 vivono nei campi allestiti per accogliere gli sfollati. Quasi 4,9 milioni di persone nel paese stanno subendo le conseguenze di questo conflitto".
Gli effetti della crisi in Uganda. Chiara baruzzi, medico di Medici Senza Frontiere (MSF), ricorda: "Uno dei bambini malnutriti, di tre mesi, portato dalla nonna a marzo. La famiglia del bambino era stata attaccata in Sud Sudan ed entrambi i genitori uccisi. La nonna mi ha detto di essere fuggita quando suo nipote aveva solo sei giorni. Ha camminato, fermandosi lungo il tragitto e alla fine è arrivata in Uganda, tre mesi dopo. Tutto ciò che aveva per nutrire il neonato erano acqua, zucchero e latte di capra". Il bambino è stato ricoverato appena arrivato e ha ricevuto un trattamento nutrizionale intensivo. Complessivamente, "i tassi di malnutrizione infantile non sono allarmanti, come non lo è la situazione sanitaria", ha sottolineato Ruben Pottier, capo missione per MSF in Uganda. Questo riflette le condizioni in entrambi i centri e nei campi permanenti ad Adjumani, dove l'organizzazione umanitaria, Premio Nobel per la Pace sta lavorando e ha installato sistema di monitoraggio epidemiologico. Le équipe di MSF stanno anche effettuando visite mediche e screening per la malnutrizione a Nyumanzi (25.000 persone), Ayilo (17.000 persone) e Baratuky (5.000 persone).
La situazione tenderà a peggiorare. La situazione in sud sudan è molto preoccupante e peggiorerà nei prossimi mesi. Nella seconda parte dell'anno il 60% del Sud Sudan rimarrà isolato a causa delle piogge. Per poter garantire assistenza umanitaria, è indispensabile pre-posizionare medicinali e materiali logistico. Per questo MSF ha pianificato l'invio di oltre 500 tonnellate di materiali che nei prossimi 50 giorni saranno trasportate con centinaia di camion e circa 100 rotazioni aeree: una delle più importanti operazioni logistiche mai effettuate.
I testimoni diretti. E' Intersos a rendere noto che dalle prime ore di questa mattina è in corso registrato un attacco violento contro la popolazione civile che ha trovato rifugio nel campo delle Nazioni Unite allestito per gli sfollati. Un gruppo di giovani uomini armati, ha fatto irruzione aprendo il fuoco. Le vittime sono soprattutto bambini e donne. Gabriel Hilaire, project manager per Intersos, al momento dell'attacco, si trovava nel campo per una distribuzione di kit d'emergenza. "Li ho visti arrivare, armati. Hanno iniziato a sparare in mezzo alla gente che aspettava: donne, bambini, anziani inermi. Non abbiamo potuto far altro che correre, ma non tutti si sono salvati", racconta. Lo staff di Intersos si trova a Bor per assistere la popolazione sfollata.
La spirale di violenze etniche. Quasi 5.000 persone, da mesi, vivono qui per sfuggire agli scontri e gli operatori Intersos portano avanti attività di assistenza, supporto e protezione dei gruppi più a rischio. Fanno attività educative e distribuzioni di beni di prima necessità. Tutto il personale Intersos, rileva l'organizzazione, "adesso è al sicuro". Sono quasi 60mila le persone che hanno trovato ospitalità nei vari campi allestiti dall'Onu nel Paese africano, che dal 15 dicembre è ripiombato in una spirale di violenze etniche. Dai primi scontri tra unità dell'esercito fedeli al presidente Salva Kirr e truppe di sostenitori del deposto vice presidente Riek Machar, la situazione è sprofondata in un "ciclo di vendette".
Gli assalitori di etnia Nuer. L'attacco alla base di Bor è stato compiuto da persone di etnia Nuer - che formano una confederazione di tribù, dediti alla pastorizia, più grandi dell'Africa orientale - gli stessi che a Machar, alla testa di un gruppo tra ribelli e disertatori, questa settimana ha preso il controllo della città di Bentiu, un centro petrolifero nevralgico nel nord. Intanto, Salva Kiir Mayardit, il presidente del Sud Sudan di etnia Dinka, controlla la capitale e gode della lealtà della maggioranza dell'esercito, potendo contare anche sul sostegno delle forze armate delle vicina Uganda. Finora sono migliaia i morti e un milione le persone costrette ad abbandonare le proprie case, in una nazione che ha ottenuto l'indipendenza solo nel 2011. Atrocità sono state registrate da entrambe le parti, con massacri etnici, reclutamento di bambini soldato, stupri e omicidi negli ospedali.
Le accuse ai Caschi Blu. Il governo del Sud Sudan ha puntato il dito contro i caschi blu dell'Unmiss - la missione militare dell'Onu in sud sudan - accusandoli di aver provocato gli incidenti, sparando in aria e di aver dato rifugio ai sostenitori dei ribelli. Per il ministro dell'Informazione, Michael Makuei Lueth, i giovani si erano recati al campo solo per protestare contro gli sfollati che stavano celebrando l'avanzata dei ribelli. Preoccupazione è stata espressa dall'ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Samantha Power, che ha esortato i Paesi, che si erano impegnati a inviare nuove forze alla Unmiss, ad affrettare il loro dispiegamento. Le basi Onu devono essere considerate "inviolabili", ha aggiunto, promettendo l'aiuto di Washington e dei suoi alleati per determinare i responsabili di questo "terribile attacco". Forti timori sono arrivati anche dal segretario generale Onu, Ban Ki-moon il quale, attraverso il suo portavoce, ha condannato l'attacco "inaccettabile e che costituisce un crimine di guerra".
Reclutano a forza bambini per combattere. Durante i combattimenti di questa settimana in Sud Sudan - fa sapere un dispaccio dell'Unicef - ci sono stati diversi attacchi contro i civili sfollati, mentre altri sono stati colpiti in combattimenti a fuoco e sono morti dopo essere stati reclutati da gruppi e forze armati. L'Unicef ha evidenze attendibili che entrambe le parti in conflitto stiano reclutando bambini. All'inizio di questa settimana durante gli intensi combattimenti al polo petrolifero di Bentiu (circa mille chilometri a nord di Juba) mentre centinaia di bambini sono fuggiti alla ricerca di protezione in una base delle Nazioni Unite, altri sono stati visti trasportare armi, in uniforme militare come se fossero in fase di addestramento.
I danni a lungo termine sui più piccoli. Un ragazzo di 16 anni che ha dichiarato di essere stato reclutato con la forza tre mesi fa da un gruppo armato è stato gravemente ferito nei combattimenti. La sua famiglia lo ha portato alla base di protezione delle Nazioni Unite, dove è stato curato. Nel frattempo, una bambina di sette anni è stata testimone dell'uccisione della sua famiglia in un ospedale e un ragazzo di 14 anni è stato ferito in uno scontro a fuoco, entrambi hanno trovato rifugio presso l'area protetta delle Nazioni Unite. "Questo è un combattimento violento e brutale: i bambini non devono essere strumenti del conflitto", ha affermato Jonathan Veitch dell'Unicef. "Parliamo dei danni a lungo termine sui bambini reclutati, ma ora la minaccia immediata è sulla loro stessa vita. I leader hanno il dovere di non mettere in pericolo i bambini e di prendere tutte le misure necessarie per evitare che essi vengano arruolati in gruppi e forze armati".
Oltre un milione di sfollati. Confermare il numero esatto di bambini reclutati nel conflitto in Sud Sudan è molto difficile, date le condizioni di sicurezza nel paese, anche se i rapporti indicano che sono moltissimi. Sia dal punto di vista del diritto internazionale che nazionale del Sud Sudan, il reclutamento forzato o volontario o il rapimento di essere umani di età inferiore ai 18 anni è proibito. Da quando i combattimenti sono iniziati in Sud Sudan nel dicembre 2013, gli operatori umanitari e per la protezione hanno documentato un significativo e tragico aumento degli scontri in cui sono stati coinvolti i bambini. Bambine e bambini sono stati uccisi, mutilati, violentati, sono rimasti orfani, sono stati reclutati e rimasti senza casa. Più di un milione di persone in Sud Sudan sono sfollate a causa del conflitto.
La lotta per i punti strategici del petrolio. "La situazione nel paese rimane estremamente tesa: l'attaco di oggi a Bor - prosegue il racconto di Intersos- arriva a poche ore dalla notizia che le milizie ribelli hanno riconquistato, dopo violenti scontri con le forze governative, la citta di Bentiu, nello stato di Unity, punto nevralgico per i giacimenti petroliferi". "A causa dell'insicurezza e delle violenze nel paese, più di 800.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, di queste circa 68.000 vivono nei campi allestiti per accogliere gli sfollati. Quasi 4,9 milioni di persone nel paese stanno subendo le conseguenze di questo conflitto".
Gli effetti della crisi in Uganda. Chiara baruzzi, medico di Medici Senza Frontiere (MSF), ricorda: "Uno dei bambini malnutriti, di tre mesi, portato dalla nonna a marzo. La famiglia del bambino era stata attaccata in Sud Sudan ed entrambi i genitori uccisi. La nonna mi ha detto di essere fuggita quando suo nipote aveva solo sei giorni. Ha camminato, fermandosi lungo il tragitto e alla fine è arrivata in Uganda, tre mesi dopo. Tutto ciò che aveva per nutrire il neonato erano acqua, zucchero e latte di capra". Il bambino è stato ricoverato appena arrivato e ha ricevuto un trattamento nutrizionale intensivo. Complessivamente, "i tassi di malnutrizione infantile non sono allarmanti, come non lo è la situazione sanitaria", ha sottolineato Ruben Pottier, capo missione per MSF in Uganda. Questo riflette le condizioni in entrambi i centri e nei campi permanenti ad Adjumani, dove l'organizzazione umanitaria, Premio Nobel per la Pace sta lavorando e ha installato sistema di monitoraggio epidemiologico. Le équipe di MSF stanno anche effettuando visite mediche e screening per la malnutrizione a Nyumanzi (25.000 persone), Ayilo (17.000 persone) e Baratuky (5.000 persone).
La situazione tenderà a peggiorare. La situazione in sud sudan è molto preoccupante e peggiorerà nei prossimi mesi. Nella seconda parte dell'anno il 60% del Sud Sudan rimarrà isolato a causa delle piogge. Per poter garantire assistenza umanitaria, è indispensabile pre-posizionare medicinali e materiali logistico. Per questo MSF ha pianificato l'invio di oltre 500 tonnellate di materiali che nei prossimi 50 giorni saranno trasportate con centinaia di camion e circa 100 rotazioni aeree: una delle più importanti operazioni logistiche mai effettuate.