BAGDAD - In una città come Bagdad, in un paese come l'Iraq che cerca nuova morte e affila antiche vendette, il centro oncologico pediatrico di Medical City è il luogo in cui la lotta contro il male, contro il tumore diventa un incredibile segnale di vita. Cercavamo dei medici iracheni per sapere di più sulle condizioni sanitarie del paese e sull'ultima ondata di attentati e uccisioni. Abbiamo parlato una prima volta con i dottori Salma Abbas al Hadas e Mazin Faisal Al Jadiry. Lei, Salma, è la responsabile del centro oncologico pediatrico a Medical City, il più grosso polo medico di Bagdad. Il dottor Mazin è il suo braccio destro. Dopo un primo incontro in un albergo, siamo andati a Medical city. Ci hanno fatto scoprire questo piccolo reparto che trae un'assistenza incredibile, quasi una linfa vitale dal contatto in telemedicina con l'Università di Roma, con il Dipartimento di ematologia della Sapienza.
I casi oncologici discussi via satellite. In poche parole: nel 2003, immediatamente dopo la guerra, la Ong italiana per gli interventi di emergenza Intersos ha lavorato per creare un contatto fra Medical City e La Sapienza di Roma. Il leader di Intersos, Nino Sergi, ha l'intuizione e avvia i contatti. La dottoressa Anna Maria Testi, responsabile dell'unità pediatrica di ematologia, vola a Bagdad, ci rimane per 3 settimane, capisce come funzionava l'ospedale, come venivano curati e seguiti i piccoli pazienti, quali protocolli, quali procedure. Tornata in Italia con Intersos e l'Esa, l'agenzia spaziale europea, vengono messi in piedi i canali per la telemedicina. Con i suoi colleghi dell'Università e del Policlinico Umberto I la dottoressa Testa per anni ha lavorato gratis per affiancare poco alla i medici di Roma a quelli di Bagdad. Passo dopo passo gli oncologi iracheni rendono le cure per i loro bimbi discutendo i casi via satellite con gli esperti italiani.
I grandi libroni delle anamnesi. Con Mazin visitiamo il reparto, vediamo tutto quanto questi due medici ci mostrano con orgoglio: i computer, le parabole, i video per le conferenze in telemedicina, agli armadi frigoriferi con i medicinali. Poi gli archivi dei pazienti, con i dati che non sono inseriti nei computer ma sono semplicemente scritti in dei grandi libroni che i dottori compilano da amanuensi e di cui fanno una copia che ogni famiglia custodisce gelosamente. Ma soprattutto il dottor Mazin ci presenta i nomi, le storie, soprattutto le madri di ogni bimbo. Perché ogni madre, ogni famiglia che in Iraq cura un bimbo contro il cancro combatte una battaglia mille volte più difficile: contro la guerra vera, contro le bombe e le stragi che dal 2003 tormentano il paese. E contro la paura, il terrore quasi le superstizioni delle tribù irachene che si tramandano la leggenda del cancro come male del demonio.
Brahim, tre anni, che è appena arrivato. "Questo bimbo che stiamo visitando è appena arrivato: si chiama Brahim, ha 3 anni, sospettiamo una forma di leucemia. Per giorni gli anziani della tribù non volevano che partisse, preferivano che rimanesse al margine della sua famiglia, quasi pronta al sacrificio". In una famiglia irachena scoprire che un bambino, un figlio ha un tumore spesso è una doppia tragedia. Per la malattia ma soprattutto per il carico di esclusione sociale che il cancro si porta appresso in una società conservatrice come questa. Se questa disavventura avviene poi in un paese in guerra settaria come l'Iraq il risultato è inimmaginabile: "Loro vivono a Tikrit, ma erano stati costretti al lasciare la città per i combattimenti fra esercito e Isis. Tutta la famiglia si è rifugiata ad Erbil, nel Curdistan. Ma erano in contatto con noi, perché i sintomi che i loro medici locali ci indicavano lasciavano pensare chiaramente a un tumore". La mamma di Brahim questa mattina è partita alle 4 da Erbil. In un taxi, senza il marito che come uomo avrebbe potuto essere facilmente fermato e trucidato ai posti di blocco, la donna e il bimbo hanno viaggiato per centinaia di chilometri, hanno fatto un giro largo, passando da Suleymania, costeggiando il confine iraniano fino ad arrivare a Bagdad provenendo da Sud invece che da Nord. "Adesso faremo rapidamente tutti i nostri esami, e inizieremo la terapia", dice Mazin.
A cosa serve le telemedicina. Ma a cosa serve la telemedicina messa in piedi da Intersos? Una volta stabiliti dei protocolli, dei modi di procedere comuni e condivisi, Sapienza e ospedale di Bagdad hanno avviato il confronto dei singoli casi in lunghe sedute video-satellitari con la dottoressa Testi e con i suoi colleghi di Roma. Durante le sedute il software premette di esaminare foto di raggi x, esami ematologici, altri tipi di esame, in maniera di far capire il prima possibile ai medici di Bagdad di quale tipo di tumore si tratta, e permettere di iniziare immediatamente cure che di solito vengono avviate con incredibile ritardo.
Il peso della vergogna e della paura. Torniamo agli iracheni: la dottoressa Salma parla chiaramente di qualcosa che noi stessi abbiamo conosciuto molto bene in Italia: il tabù, la vergogna, la paura (negli altri) del tumore e per il tumore. "Innanzitutto i medici locali non hanno esperienza, perdono mesi e mesi importantissimi per diagnosticare nei bambini il tumore e per avviare le cure. Quando avviene, questo è un problema nelle comunità: solo le madri, come al solito non hanno nessuna vergogna, ma i parenti, vicini, gli amici, le tribù quasi si allontanano, respingono il bimbo malato. Temono la trasmissibilità del tumore, o temono la sventura, la vergogna, il fallimento che la malattia secondo loro accompagna". Le mamme no, le mamme combattono. Non abbiamo voluto fotografare queste donne sciite, vestite colorate sotto il chador nero che ricompongono in fretta quando entriamo nelle stanze con il dottore. "In un paese ormai in guerra permanente da 11 anni queste madri attraversano i fiumi, i deserti e i fronti di combattimento per portarci i loro figli".
Un progetto che ha otto anni. Dal 2006, quando il progetto Intersos-Sapienza è entrato a regime, alla telemedicina i medici iracheni e italiani hanno affiancato anche l'esame compiuto a Roma di campioni biologici inviati da Bagdad. "Con l'assistenza della DHL che ci ha offerto questo servizio gratis, inviamo 10 campioni per volta a Roma, in tutto saranno stati più di 600, e poi ci consultiamo con i colleghi italiani in video-conferenza". Gli italiani rifanno le analisi e poi se ne discute insieme: il confronto è utile, e i dottori Salma e Mazin lo dicono con serenità e sincerità professionale: "Ancora oggi il 20% per cento delle diagnosi che facciamo qui viene corretto o comunque rivisto grazie al lavoro dei colleghi della Sapienza".
Un solo nemico: il cancro da sconfiggere. Oggi il reparto non è molto affollato, "abbiamo 49 bimbi sugli 80 che possiamo accogliere", dice Mazin. La guerra ha spaccato l'Iraq, attraversare le linee settarie nemiche è difficile, pericoloso. Ma altre madri sono già in marcia: "Una donna con cui eravamo già in contatto ci ha chiamato da Mossul, la città conquistata dall'Isis il 10 giugno. Lì intorno si combatte ancora, lei ha detto che si sta organizzando: presto arriverà con il suo bambino". In tutto l'Iraq donne e uomini si mostrano in televisione con i kalashnikov in pugno, giurano morte al nemico, si impegnano a combattere il nemico, che magari è il vicino di casa. Le donne del centro oncologico di Medical City hanno solo un nemico da sconfiggere: il cancro dei loro bimbi, per allontanare la morte da questo reparto.