ROMA - L'orrore di uno stupro di massa, che ha coinvolto 210 donne, comprese 8 bambine di 10-13 anni, fa tornare alla ribalta la tragedia del Darfur, che è una delle nove province occidentali del Sudan, nel deserto del Sahara, dove vivono comunità musulmane. L'assalto è avvenuto nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre a Tabit, villaggio a 45 chilometri dalla capitale del Nord Darfur, el-Fasher. Lo conferma Italians for Darfur dopo voci senza riscontro, che si erano diffuse nei giorni scorsi, aggiungendo che i responsabili sarebbero militari dell'esercito sudanese e milizie filogovernative. Tutto sarebbe avvenuto come atto di rappresaglia dopo la scomparsa nell'area di un loro commilitone.
Il "tam tam" poi l'annuncio di Radio Dabanga. La notizia - precisa Italians for Darfur in una nota - è rimasta sottotraccia perché la missione Onu dispiegata nella regione (Unamid) non aveva trovato riscontri sull'accaduto, ma ora è diventata di dominio pubblico "grazie al tam tam delle organizzazioni per i diritti umani che hanno raccolto la denuncia di una radio indipendente del Darfur, Radio Dabanga, che ha trasmesso le testimonianze dei residenti di Tabit, i quali hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era avvenuto, nonostante le minacce di ulteriori ritorsioni". Italians for Darfur annuncia quindi che venerdì 28 novembre, alle 10, sarà in piazza Montecitorio per manifestare assieme ai profughi sudanesi in Italia che hanno organizzato una dimostrazione davanti al Parlamento.
La pulizia etnica che elilmina i neri. Il genocidio del Darfur, cominciato nel febbraio del 2003 - e ancora in corso, sebbene ignorato dal sistema mediatico - è la rappresentazione tragica dell'atavico conflitto tra comunità stanziali di agricoltori e gruppi di nomadi. Sul campo si fronteggiano i Janjawid (i "demoni a cavallo"), miliziani arabi nomadi delle tribù Baggara e la popolazione nera prevalentemente dedita all'agricoltuira, che vive nella regione. In pratica una pulizia etnica ai danni della gente di pelle nera non di origine araba. L'ambiguo governo sudanese, nega ufficialmente di sostenere i Janjawid, ma di fatto fornisce loro armi e assistenza; non solo, ma risulta partecipare ad attacchi congiunti contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Una stima ufficiale delle vittime non esiste: si oscilla dai 50 mila, fino al settembre scorso, seconto la valutazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) agli oltre 400 mila delle organizzazioni umanitarie.
Il "tam tam" poi l'annuncio di Radio Dabanga. La notizia - precisa Italians for Darfur in una nota - è rimasta sottotraccia perché la missione Onu dispiegata nella regione (Unamid) non aveva trovato riscontri sull'accaduto, ma ora è diventata di dominio pubblico "grazie al tam tam delle organizzazioni per i diritti umani che hanno raccolto la denuncia di una radio indipendente del Darfur, Radio Dabanga, che ha trasmesso le testimonianze dei residenti di Tabit, i quali hanno avuto il coraggio di raccontare ciò che era avvenuto, nonostante le minacce di ulteriori ritorsioni". Italians for Darfur annuncia quindi che venerdì 28 novembre, alle 10, sarà in piazza Montecitorio per manifestare assieme ai profughi sudanesi in Italia che hanno organizzato una dimostrazione davanti al Parlamento.
La pulizia etnica che elilmina i neri. Il genocidio del Darfur, cominciato nel febbraio del 2003 - e ancora in corso, sebbene ignorato dal sistema mediatico - è la rappresentazione tragica dell'atavico conflitto tra comunità stanziali di agricoltori e gruppi di nomadi. Sul campo si fronteggiano i Janjawid (i "demoni a cavallo"), miliziani arabi nomadi delle tribù Baggara e la popolazione nera prevalentemente dedita all'agricoltuira, che vive nella regione. In pratica una pulizia etnica ai danni della gente di pelle nera non di origine araba. L'ambiguo governo sudanese, nega ufficialmente di sostenere i Janjawid, ma di fatto fornisce loro armi e assistenza; non solo, ma risulta partecipare ad attacchi congiunti contro i gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Una stima ufficiale delle vittime non esiste: si oscilla dai 50 mila, fino al settembre scorso, seconto la valutazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) agli oltre 400 mila delle organizzazioni umanitarie.