ROMA - Ancora un Natale di sangue nel Sudan del Sud. Il secondo da quando il 15 dicembre 2013 ha avuto inizio il conflitto civile che vede schierati, da un lato i fedelissimi del presidente Salva Kiir, di etnia Dinka e, dall'altro, i seguaci dell'ex vicepresidente Riech Machar, di etnia nuer rimosso dall'incarico a causa delle forti divergenze con Kiir. Gli scontri, inizialmente circoscritti alla capitale Juba, si sono man amano diffusi in molte zone del nuovo stato. Violenze e massacri hanno scandito questi 365 giorni che sono costati la vita a più di cinquanta mila persone.
Un paese in ginocchio. Oltre alle vittime, il Sudan del sud deve fare i conti con circa 2 milioni e mezzo di profughi, circa un sesto della popolazione, che costretti ad abbandonare le loro case hanno cercato rifugio in altre parti del paese. Un'accoglienza quasi impossibile in uno stato che nel 2014 è stato salvato dalla carestia grazie all'intervento delle organizzazioni internazionali. Un pericolo scampato, ma che potrebbe riproporsi nei prossimi mesi a causa dell'aumento vertiginoso dei prezzi dei beni primari e delle devastanti condizioni in cui versa l'economia nazionale. "A un anno dall'inizio della crisi - afferma Franz Rauchenstein, capo della delegazione del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) in Sud Sudan - la situazione è andata peggiorando e le esigenze restano enormi. La gente coinvolta in questo conflitto non può essere dimenticata. Dobbiamo continuare a lavorare per ricostruire le loro vite interrotte".
La polveriera. A commentare la situazione nel Sudan del sud anche il giodano Zeid Ra'ad Al Hussein, successore di Navi Pillay all'alto commisariato per i diritti umani dell'Onu. "I sudsudanesi - spiega Al Hussein - vivono i una polveriera dove la tensione è altissima, il flusso di armi costante ed entrambi gli schieramenti continuano a reclutare combattenti anche con la forza". Secondo l'Alto commisariato la situazione andrebbe peggiorando, un giudizio condiviso anche dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki- Moon che vede nel prolungarsi del conflitto il fallimento degli ideali che nel 2011 hanno portato alla creazione del nuovo stato. "Basta uccisioni. La premessa stessa della lotta per l'indipendenza del paese - un nuovo inizio che avrebbe dovuto essere fondato sulla tolleranza, il buon governo , la responsabilità e l'unità - sta scomparendo sotto i nostri occhi".
Per non dimenticare. Distratta da conflitti e crisi in tutto il mondo, la comunità internazionale sembra aver dimenticato la guerra civile che sta dilaniando il Sud Sudan e che rende sempre più instabile una zona già interessata da forti tensioni. A essere dimenticati inoltre, sono i nomi delle vittime che spesso non vengono identificate lasciando familiari e amici in balia dell'incertezza. Per questo alcune organizzazioni e gruppi religiosi hanno ideato il progetto "Naming those we lost" (Diamo un nome a chi abbiamo perso), che intende identificare e stilare delle vere e proprie liste di coloro che hanno perso la vita nel conflitto. "Questo elenco - spiega Anyieth D'Awol, organizzatore del progetto - anche se rappresenta solo una parte delle perdite subite, riflette la devastazione a livello umano che un anno di guerra civile ha avuto sul Sud Sudan dove neanche si è tenuto un conteggio ufficiale delle vittime".