ROMA - Uccisi a colpi di machete, razzie e violenze. Da ottobre le vittime dei gruppi armati che attaccano la popolazione nella provincia di Beni, nel Nord Kivu, sono all'incirca 256. Molti, spinti dalla paura di nuovi agguati, hanno abbandonato le loro case e cercano rifugio in altre zone del paese. In realtà sono solo sedicenti "gruppi rivoluzionari", dei mercenari pagati per terrorizzare e cacciare via la gente dai loro territori per consentire a forze straniere e a multinazionali occidentali lo sfruttamento delle immense ricchezze del sottosuolo: oro, coltan, uranio, diamanti. L'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite ha chiesto alle autorità di facilitare l'ingresso nelle aree interessate delle organizzazioni umanitarie per aiutare le persone in difficoltà.
La legge del terrore. Secondo alcune testimonianze raccolte dall'Unhcr, sono 88 mila gli sfollati che cercano riparo in chiese, scuole o da amici dalle persecuzioni dei gruppi ribelli. Una situazione destinata a peggiorare date le costanti minacce nei confronti di una popolazione sempre più terrorizzata. Tra il 7 e l'8 dicembre almeno 52 persone sono state uccise nei villaggi di Ahili, Manzanzaba e Mulobya Kuisikivi vicino Oicha a est di Beni, pochi giorni dopo altre 19 hanno perso la vita nelle città vicine. La violenza è arrivata anche a nord nella provincia orientale dove sette persone sono morte e i loro villaggi dati alle fiamme.
Abbandonati. Da tre mesi le popolazioni colpite dagli attacchi vivono in condizioni precarie, senza assistenza e prive di beni di prima necessità come cibo e acqua. La maggior parte dei villaggi non ha acqua potabile e i progetti di assistenza sono stati sospesi a causa del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza. Inoltre le condizioni igieniche stanno peggiorando di giorno in giorno e si teme si possano sviluppare presto focolai di tifo, diarrea e malaria. Altro dato preoccupante è l'impossibilità per molti di accedere alle proprie fattorie, il prezzo degli alimenti continua a salire e il rischio carestia resta altissimo. "È necessario - fa sapere l'Unhcr - che venga garantito un accesso sicuro a queste aree per facilitare le operazioni umanitarie e assistere la popolazione traumatizzata. Finora gli attori umanitari hanno incontrato notevoli difficoltà a raggiungere le aree di Beni e dintorni colpite dalla violenza, poiché l'esercito congolese ha limitato la circolazione".
Salvate i Montagnon. Tredici vietnamiti appartenenti alla comunità dei Degor, una minoranza cristiana, da quasi due mesi vivono nella foresta al confine tra Cambogia e Vietnam per sfuggire alle persecuzioni in atto nel paese di provenienza. Non volendo uscire dalla giungla per paura di essere arrestati o deportati, è molto difficile accertare le loro condizioni. Secondo alcune fonti locali i tredici vorrebbero chiedere asilo al governo di Phnom Penh e durante la loro permanenze nella giungla sarebbero stati colpiti da malaria e febbre dengue.
Accesso negato. L'11 dicembre scorso, una task force composta da rappresentanti del ministero dell'Interno cambogiano, di Unhcr e Ohchr è giunta a Ratanakiri, vicino al confine vietnamita, per parlare alle autorità locali e ai Montagnardi. L'accordo raggiunto prevedeva che, qualora fosse stata confermata la volontà di chiedere asilo, il gruppo sarebbe stato accompagnato nella capitale per inoltrare la richiesta. Ma le autorità locali, venendo meno alle direttive ministeriali, hanno negato il permesso di incontrare e dialogare con i Degar. Un altro gruppo di funzionari Onu è stato inoltre informato che la polizia provinciale stava proseguendo le ricerche del gruppo, con l'intento di riportarli in Vietnam. "L'Unhcr e l'Ohchr - scrive l'organizzazione - chiedono alle autorità cambogiane di agire con urgenza e assicurare che il gruppo di Montagnardi venga scortatoa Phnom Penh e abbia accesso alle procedure d'asilo, in linea con la Convenzione sui Rifugiati del 1951 e il sottodecreto cambogiano sui rifugiati e i richiedenti asilo".