ROMA - Quattro morti e 46 feriti è il bilancio delle violenze che ieri a Bujumbura hanno opposto le forze dell'ordine ai manifestanti i quali, dal 26 aprile scorso, sono scesi nelle strade della capitale Bujumbura, in seguito all'annuncio del Presidente uscente, Pierre Nkurunziza, di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, previste a giugno, per la terza volta. La gente comune comincia a fuggire dalla capitale: il clima di tensione di queste ultime settimane ha provocato la partenza forzata in Rwanda di migliaia di burundesi. Un numero cospicuo avrebbe già trovato rifugio in Congo. Si calcola, insomma che oltre 24 mila burundesi si sono già rifugiati in Rwanda e altri 7mila in Repubblica Democratica del Congo, secondo i dati dell'agenzia Onu per i rifugiati, UNHCR.
"Un colpo di grazia all'economia già moribonda". "Il Burundi sprofonda nella violenza - scrive Antoine Kaburahe, giornalista di Iwacu - ciò che è triste è che tutto questo era stato previsto. Molte voci avevano avvertito le autorità: partner stranieri del Burundi, della società civile, la Chiesa cattolica e anche i membri del partito di governo. Come risposta, il regime ha ignorato gli appelli a ragionare, a continuato a zittire il dissenso nel suo stesso partito. Abbiamo assistito in questi giorni - scrive Kaburahe - a licenziamenti in massa, persino nel cerchio interno del capo dello Stato. Da quando c'è stato l'annuncio della terza candidatura del presidente Nkurunziza, il paese è ridotto ai minimi termini, i servizi sono bloccati, i mercati paralizzati. Insomma, tutto quanto sta accadendo non è che un colpo di grazia ad un'economia già moribonda".
Poliziotti e militari finora insieme, ma fino a quando? I quartieri della capitale continuano ad essere in subbuglio. La polizia e l'esercito cercano, per il momento, di contenere la violenza, mostrando unità d'intenti nella gestione dell'ordine pubblico, sebbene con eccessi repressivi, a quanto pare contrari ai principi piuù elementari dei diritti umani. Ma fino a quando resisterà questa sintonia? Non sempre, polizia ed esercito, hanno funzionato in simbiosi: i poliziotti sono accusati di sostenere le ragioni del potere attuale. Cosa accadrà il giorno in cui i due corpi non avranno più la stessa visione delle cose? Nel frattempo, a meno di un improvviso ravvedimento delle parti, il Burundi appare come una nave impazzita verso un naufragio annunciato.
Gli anti-Nukurunziza si mobililtano nelle zone rurali. Nel frattempo, il movimento anti-Nukurunziza, composto da giovani, membri della società civile e oppositori politici, si intensifica nel mondo rurale, a cominciare dalla provincia di Bujumbura-rural, dove nel comune di Ijenga i manifestanti chiedono il ritiro della candidatura del presidente, il rispetto della Costituzione e dell'Accordo di Arusha (che vieta un terzo mandato presidenziale), la riapertura della radio indipendente RPA (chiusa il 27 aprile dalle forze di polizia) e il diritto di captare due altre emittenti radiofoniche (Bonesha e Isanganiro) che non possono trasmettere i loro programmi nelle campagne.
La risposta repressiva. Intanto, un'ondata di arresti si abbatte sulla capitale dove decine di manifestanti sono rinchiusi e, secondo le testimonianze di avvocati raccolte dai media locali e dalla società civile, torturati nel commissariato di polizia di Bujumbura. Sulla sua pagina facebook, il Presidente della Forum per la coscienza e lo sviluppo (FOCODE), Pacifique Nininahazwe, sostiene che "gli atti di tortura sarebbero stati praticati sotto la supervisione del Generale Godefroid Bizimana, vice Direttore generale della polizia nazionale burundese" e fedelissimo al capo di Stato.
Le divisioni politiche dell'esercito. Se, da una parte il ministro della difesa, generale Pontien Gaciyubwenge, si era smarcato dalle dichiarazioni del ministro della Sicurezza Pubblica, che aveva paragonato i manifestanti a dei "terroristi" in seguito all'uccisione di due poliziotti nel quartiere di Kamenge, un altro generale delle forze armate urundesi, Gaciyubwenge, aveva invece riaffermato la neutralità dell'esercito, chiedendo che cessassero "le violazioni dei diritti" costituzionali dei burundesi. del resto, la France Presse ha riferito che degli alti ufficiali dell'esercito si erano rifiutati di reprimere i contestatori, mantenendo la propria neutralità tra i contestatori e i poliziotti, accusati di rimanere al fianco del regime. Domenica scorsa, tuttavia, il capo di Stato Maggiore delle Forze armate ha reso noto un documento con il quale teneva a far sapere che i militari sarebbero rimasti fedeli alle istituzioni e alle autorità dell'esercito. La Forza di difesa nazionale (FDN), diceva, "rimane e rimarrà un esercito repubblicano, lealista e rispettosa delle leggi e dei regolamenti del Burundi". Firmato: generale Prime Niyongabo.
Il ruolo oscuro delle forze armate. Il comunicato del generale Niyongabo ha il merito di far luce sul ruolo finora oscuro dell'esercito. Molti pensavano che la neutralità dei soldati fosse la dimostrazione di un'unanime volontà di proteggere il movimento anti-Nkurunziza, e quindi di opporsi ai disegni del presidente burundese e della sua clicca. Invece l'esercito è diviso tra il desiderio di rispettare le istituzioni e giurare fedeltà all'Accordo di Arusha. "Quello che accadrà nell'esercito avrà ripercussioni importanti sull'evolversi della crisi", assicura Thierry Vircoulon, responsabile per l'Africa centrale dell'International Crisis Group (ICG). "Per ora, questo esercito è politicamente diviso". E nessuno sa dire chi delle due fazioni attualmente contrapposte avrà la meglio.
Il silenzio delle autorità francesi. Mentre l'intera Comunità internazionale moltiplica le sue uscite sul Burundi, spicca il silenzio di Parigi. Dal 26 aprile, nè il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, nè il suo sotto segretario con delega alla Francofonia (di cui il Burundi fa parte), Annick Girardin, si sono espressi. Un silenzio che a Bujumbura alcune fonti raccolte da Vita.it giustificano con l'appoggio della Francia al regime di Nkurunziza in chiave anti-rwandese. "Parigi è ancora alle prese con i vecchi fantasmi etnici", assicura una fonte della società civile burundese che richiede l'anonimato. "Per loro, il Rwanda e il Burundi è ancora un problema fra Hutu e Tutsi. Chi a Parigi segue la regione non ha mai digerito la perdita di influenza sul Rwanda, all'indomani del genocidio dei tutsi rwandesi. Ogni pretesto è buono per contrastare il potere del presidente Paul Kagame, anche appoggiando una personalità pericolosa come il presidente hutu burundese Pierre Nkurunziza. Qui tutti sanno che l'ambasciata francese appoggia il partito presidenziale".
L'assenza della leadership africana. Spicca oltre tutto l'assenza della leadership africana, nonostante all'Unione Africana (UA) e ai leader di continente spetterebbe il ruolo di assumere la guida internazionale di questa crisi. Dunque l'organizzazione che ha dese ad Addis Abeba sta dimostrando tutti i suoi limiti nella sua capacità ad assumersi le proprie responsabilità. Basta leggere il comunicato del Consiglio per la pace e di sicurezza dell'UA sulla crisi burundese pubblicato il 30 aprile scorso per accorgersi che la cautela sembra essere la parola d'ordine. Nè il Presidente Nkurunziza, nè l'accordo di Arusha (che vieta la sua candidatura) vengono menzionati. Ma c'è chi fa peggio. La Comunità dell'Africa dell'Est (EAC), di cui il Burundi è Stato membro, non ha adotatto nessuna posizione ufficiale. Ma questo comportamento va annesso agli interessi e al ruolo-chiave nella crisi burundese dei Paesi vicini e confinanti.
Il Rwanda minaccia interventi. Ma proprio ieri sera, il Rwanda ha deciso di rompere il silenzio con dichiarazioni molto esplicite del ministro degli Affari esteri, Louise Mushikiwabo. "Il governo del Rwanda - rivela l'articolo di Joshua Massarenti su Vita.it - è molto preoccupato per il peggioramento della situazione in Burundi. L'aumento dei disordini e delle violenze contro civili non armati sono particolarmente preoccupanti. Benché rispettiamo la sovranità del Burundi nel trattamento di questioni interne, il Rwanda considera la sicurezza della popolazione innocente come una responsabilità regionale e internazionale". Insomma, se le violenze dovessero proseguire il governo rwandese deciderà un intervento militare.
Preannunci di un nuovo genocidio. Diffusa è infatti la sensazione che il Presidente Nkurunziza prosegua la sua repressione nei confronti della minoranza Tutsi per riunificare la maggioranza Hutu, profondamente divisa tra pro e anti-Nkurunziza. Un disegno politico al quale si sono opposti i leader della società civile burundese. Si intensificano intanto i riferimenti ad una minoranza Tutsi interna, che rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza dei burundesi. Un clima già visto prima e durante il genocidio dei Tutsi del Rwanda, quando all'epoca gli estremisti hutu definivano la minoranza tutsi un nemico da eliminare fisicamente.
"Un colpo di grazia all'economia già moribonda". "Il Burundi sprofonda nella violenza - scrive Antoine Kaburahe, giornalista di Iwacu - ciò che è triste è che tutto questo era stato previsto. Molte voci avevano avvertito le autorità: partner stranieri del Burundi, della società civile, la Chiesa cattolica e anche i membri del partito di governo. Come risposta, il regime ha ignorato gli appelli a ragionare, a continuato a zittire il dissenso nel suo stesso partito. Abbiamo assistito in questi giorni - scrive Kaburahe - a licenziamenti in massa, persino nel cerchio interno del capo dello Stato. Da quando c'è stato l'annuncio della terza candidatura del presidente Nkurunziza, il paese è ridotto ai minimi termini, i servizi sono bloccati, i mercati paralizzati. Insomma, tutto quanto sta accadendo non è che un colpo di grazia ad un'economia già moribonda".
Poliziotti e militari finora insieme, ma fino a quando? I quartieri della capitale continuano ad essere in subbuglio. La polizia e l'esercito cercano, per il momento, di contenere la violenza, mostrando unità d'intenti nella gestione dell'ordine pubblico, sebbene con eccessi repressivi, a quanto pare contrari ai principi piuù elementari dei diritti umani. Ma fino a quando resisterà questa sintonia? Non sempre, polizia ed esercito, hanno funzionato in simbiosi: i poliziotti sono accusati di sostenere le ragioni del potere attuale. Cosa accadrà il giorno in cui i due corpi non avranno più la stessa visione delle cose? Nel frattempo, a meno di un improvviso ravvedimento delle parti, il Burundi appare come una nave impazzita verso un naufragio annunciato.
Gli anti-Nukurunziza si mobililtano nelle zone rurali. Nel frattempo, il movimento anti-Nukurunziza, composto da giovani, membri della società civile e oppositori politici, si intensifica nel mondo rurale, a cominciare dalla provincia di Bujumbura-rural, dove nel comune di Ijenga i manifestanti chiedono il ritiro della candidatura del presidente, il rispetto della Costituzione e dell'Accordo di Arusha (che vieta un terzo mandato presidenziale), la riapertura della radio indipendente RPA (chiusa il 27 aprile dalle forze di polizia) e il diritto di captare due altre emittenti radiofoniche (Bonesha e Isanganiro) che non possono trasmettere i loro programmi nelle campagne.
La risposta repressiva. Intanto, un'ondata di arresti si abbatte sulla capitale dove decine di manifestanti sono rinchiusi e, secondo le testimonianze di avvocati raccolte dai media locali e dalla società civile, torturati nel commissariato di polizia di Bujumbura. Sulla sua pagina facebook, il Presidente della Forum per la coscienza e lo sviluppo (FOCODE), Pacifique Nininahazwe, sostiene che "gli atti di tortura sarebbero stati praticati sotto la supervisione del Generale Godefroid Bizimana, vice Direttore generale della polizia nazionale burundese" e fedelissimo al capo di Stato.
Le divisioni politiche dell'esercito. Se, da una parte il ministro della difesa, generale Pontien Gaciyubwenge, si era smarcato dalle dichiarazioni del ministro della Sicurezza Pubblica, che aveva paragonato i manifestanti a dei "terroristi" in seguito all'uccisione di due poliziotti nel quartiere di Kamenge, un altro generale delle forze armate urundesi, Gaciyubwenge, aveva invece riaffermato la neutralità dell'esercito, chiedendo che cessassero "le violazioni dei diritti" costituzionali dei burundesi. del resto, la France Presse ha riferito che degli alti ufficiali dell'esercito si erano rifiutati di reprimere i contestatori, mantenendo la propria neutralità tra i contestatori e i poliziotti, accusati di rimanere al fianco del regime. Domenica scorsa, tuttavia, il capo di Stato Maggiore delle Forze armate ha reso noto un documento con il quale teneva a far sapere che i militari sarebbero rimasti fedeli alle istituzioni e alle autorità dell'esercito. La Forza di difesa nazionale (FDN), diceva, "rimane e rimarrà un esercito repubblicano, lealista e rispettosa delle leggi e dei regolamenti del Burundi". Firmato: generale Prime Niyongabo.
Il ruolo oscuro delle forze armate. Il comunicato del generale Niyongabo ha il merito di far luce sul ruolo finora oscuro dell'esercito. Molti pensavano che la neutralità dei soldati fosse la dimostrazione di un'unanime volontà di proteggere il movimento anti-Nkurunziza, e quindi di opporsi ai disegni del presidente burundese e della sua clicca. Invece l'esercito è diviso tra il desiderio di rispettare le istituzioni e giurare fedeltà all'Accordo di Arusha. "Quello che accadrà nell'esercito avrà ripercussioni importanti sull'evolversi della crisi", assicura Thierry Vircoulon, responsabile per l'Africa centrale dell'International Crisis Group (ICG). "Per ora, questo esercito è politicamente diviso". E nessuno sa dire chi delle due fazioni attualmente contrapposte avrà la meglio.
Il silenzio delle autorità francesi. Mentre l'intera Comunità internazionale moltiplica le sue uscite sul Burundi, spicca il silenzio di Parigi. Dal 26 aprile, nè il ministro degli Esteri, Laurent Fabius, nè il suo sotto segretario con delega alla Francofonia (di cui il Burundi fa parte), Annick Girardin, si sono espressi. Un silenzio che a Bujumbura alcune fonti raccolte da Vita.it giustificano con l'appoggio della Francia al regime di Nkurunziza in chiave anti-rwandese. "Parigi è ancora alle prese con i vecchi fantasmi etnici", assicura una fonte della società civile burundese che richiede l'anonimato. "Per loro, il Rwanda e il Burundi è ancora un problema fra Hutu e Tutsi. Chi a Parigi segue la regione non ha mai digerito la perdita di influenza sul Rwanda, all'indomani del genocidio dei tutsi rwandesi. Ogni pretesto è buono per contrastare il potere del presidente Paul Kagame, anche appoggiando una personalità pericolosa come il presidente hutu burundese Pierre Nkurunziza. Qui tutti sanno che l'ambasciata francese appoggia il partito presidenziale".
L'assenza della leadership africana. Spicca oltre tutto l'assenza della leadership africana, nonostante all'Unione Africana (UA) e ai leader di continente spetterebbe il ruolo di assumere la guida internazionale di questa crisi. Dunque l'organizzazione che ha dese ad Addis Abeba sta dimostrando tutti i suoi limiti nella sua capacità ad assumersi le proprie responsabilità. Basta leggere il comunicato del Consiglio per la pace e di sicurezza dell'UA sulla crisi burundese pubblicato il 30 aprile scorso per accorgersi che la cautela sembra essere la parola d'ordine. Nè il Presidente Nkurunziza, nè l'accordo di Arusha (che vieta la sua candidatura) vengono menzionati. Ma c'è chi fa peggio. La Comunità dell'Africa dell'Est (EAC), di cui il Burundi è Stato membro, non ha adotatto nessuna posizione ufficiale. Ma questo comportamento va annesso agli interessi e al ruolo-chiave nella crisi burundese dei Paesi vicini e confinanti.
Il Rwanda minaccia interventi. Ma proprio ieri sera, il Rwanda ha deciso di rompere il silenzio con dichiarazioni molto esplicite del ministro degli Affari esteri, Louise Mushikiwabo. "Il governo del Rwanda - rivela l'articolo di Joshua Massarenti su Vita.it - è molto preoccupato per il peggioramento della situazione in Burundi. L'aumento dei disordini e delle violenze contro civili non armati sono particolarmente preoccupanti. Benché rispettiamo la sovranità del Burundi nel trattamento di questioni interne, il Rwanda considera la sicurezza della popolazione innocente come una responsabilità regionale e internazionale". Insomma, se le violenze dovessero proseguire il governo rwandese deciderà un intervento militare.
Preannunci di un nuovo genocidio. Diffusa è infatti la sensazione che il Presidente Nkurunziza prosegua la sua repressione nei confronti della minoranza Tutsi per riunificare la maggioranza Hutu, profondamente divisa tra pro e anti-Nkurunziza. Un disegno politico al quale si sono opposti i leader della società civile burundese. Si intensificano intanto i riferimenti ad una minoranza Tutsi interna, che rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza dei burundesi. Un clima già visto prima e durante il genocidio dei Tutsi del Rwanda, quando all'epoca gli estremisti hutu definivano la minoranza tutsi un nemico da eliminare fisicamente.