Mondo Solidale

Damasco, "Vivere all'inferno sperando che cambi qualcosa"

La testimonianza di un cooperante dell'Avsi, una delle poche Ong che ancora lavora nella Siria devastata da cinque anni di guerra. Anton Barbu parla al telefono in uno dei rari momenti di calma, dopo gli attacchi, le bombe, le granate, mentre migliaia di siriani sono gia fuggiti in Libano e Giordania, dove la stessa Ong ha accolto famiglie e organizzato scuole per i bambini.

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ROMA - Ancora un attentato a Damasco, altri morti. Purtroppo è normale, se si puo chiamare normalità una vita così. Da cinque anni in Siria la gente convive tutti i giorni con la guerra, i bombardamenti sopra le città, gli scontri a fuoco nelle strade e le granate sono fatti quotidiani. La popolazione è stremata: gli adulti  cercano  di sopravvivere, di trovare il modo di dar da mangiare ai figli, i bambini provano ad andare ugualmente a scuola in palazzi dove fuori dalle finestre ci sono i sacchetti di sabbia perché missili e colpi di mortaio  non entrino dentro le aule.

Il testimone al telefono. Anton Barbu è capo missione in Siria di Avsi, una delle poche Ong che ancora lavora in quell'inferno da 250mila morti in 4 anni, cercando di rimettere in sesto infrastrutture, sistema sanitario nella capitale che ha visto raddoppiare la popolazione con l'arrivo degli sfollati. Parla al telefono in uno dei rari momenti di calma, dopo gli attacchi, la controffensiva governativa, mentre migliaia di siriani sono gia fuggiti in Libano e Giordania, dove la stessa Ong in un anno ha accolto e si è occupata di dare materiale per affrontare la vita nei campi a più di diecimila famiglie e corsi di alfabetizzazione per cinquecento bambini.

"Un’infanzia perduta sotto le bombe". "La vita quotidiana va avanti in una città dove manca tutto - dice Barbu - Gli adulti devono trovare un sistema per tirare avanti, ma la realtà è che qui sette bambini su dieci conoscono solo la vita vissuta in guerra, non sanno cosa significhi  andare in bicicletta o dare due calci al pallone per strada. Giochi vietati dai genitori troppo impauriti all’idea di non vederli tornare. Anche per questo bisognerebbe fare progetti di aiuto psicologico, sociale, ma le emergenze ora sono altre

Quali sono le emergenze cui far fronte

"Costruire nuove infrastrutture essenziali per garantire acqua potabile, servizi igienici, fognature. Le vecchie o sono distrutte o non riescono a reggere al flusso ininterrotto dei nuovi arrivi. Ci sono città con 100 mila abitanti dove stiamo sviluppando un progetto, che ora di persone ne ospitano 350 mila. Solo Damasco ha più di due milioni di sfollati. Difficile reggere l’ondata.

Come si fa a sopravvivere?

"Se ti guardi in giro per le strade, vedi genitori che cercano qualsiasi mezzo per nutrire i loro figli. Il nostro scopo è tentare di ridare dignità alle persone, all’uomo che cerca un lavoro per rimediare un po' di denaro per mantenere la famiglia. Ricevere cibo  dal sistema di aiuti umanitario gratuitamente, ammesso che riesca a funzionare, non aiuta alla ricostruzione della propria dignità".

Quali aiuti garantite?

"Ad esempio, con il chash for work program, progetti di lavoro a pagamento finalizzati alla realizzazione di qualche lavoro di pubblico interesse: la sistemazione di una strada, il riallaccio di una rete idrica. Quando parliamo di progetti di riabilitazione o ristrutturazione prendiamo persone che si sono rifugiate qui a Damasco come manodopera non qualificata e cosi, non solo si ritrovano strutture o servizi ripristinati per la comunità, ma anche un minimo di stipendio".

L'incubo degli abitanti di Aleppo. Da quattro  anni Aleppo vive assediata,  divisa in aree controllate da fazioni diverse, bombardata ogni giorno, senza acqua, elettricità. L’80% degli abitanti ha perso il lavoro e vive di stenti. Così’ l’Avsi in quello che resta della città, dove la stragrande maggioranza dei cristiani è fuggita, perseguitata da gruppi di terroristi del jihad,  sostiene alcune attività come il centro d’accoglienza di Aleppo, presso la parrocchia di San Francesco, nel quartiere di Azizieh, che accoglie oltre 200 sfollati al giorno. Qui le famiglie trovano un posto per dormire, cibo, indumenti, medicine. In attesa che qualcosa cambi.