ROMA - Caro direttore,
dopo Congo-Brazzaville, Mozambico e Angola nel 2014, Kenya e Etiopia nel 2015, Matteo Renzi è tornato in Africa con un nuovo tour che dall'1 al 3 febbraio lo ha portato in Nigeria, Ghana e Senegal. Come evidenziato dai media italiani, ha pochi precedenti a Palazzo Chigi un così forte interesse nei confronti del continente africano. Chi segue con attenzione la politica estera italiana non può chiudere gli occhi di fronte a un fenomeno che è ormai sotto gli occhi di tutti: l’Italia è di ritorno in Africa. A più riprese, Matteo Renzi ha dichiarato di voler fare “del continente africano una priorità della nostra politica estera”. I motivi che spingono il Premier e la diplomazia italiana a un’attenzione strategica rinnovata nei confronti dell’Africa – “una nuova frontiera” come l’ha definito il sottosegretario Mario Giro – non sono casuali, ma la nostra ‘conversione’ all’Africa non sia sporadica.
Non solo emergenze, anche opportunità economiche. La minaccia del sedicente Stato islamico e l’emergenza migrazioni ci ricordano quanto la distanza geografica che separa l’Italia dall’Africa sia molto più breve di quanto possiamo immaginare. Le sfide del continente africano tuttavia non si possono riassumere nell’IS e nei migranti in fuga dalla guerra e dalla povertà. L’Africa è anche un continente che offre opportunità economiche immense al mondo imprenditoriale italiano, in special modo alle piccole e media imprese. Secondo le stime dell’African Economic Outlook presentato lo scorso anno dalla Banca Africana di Sviluppo e dall’OCSE, nel 2016 l’Africa dovrebbe registrare una crescita economica del 4,5-5%, percentuali che per l’Europa sono ormai fantascienza.
Scarsi finora gli investimenti italiani. Cina, India, Brasile, Qatar, così come la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti continuano a investire miliardi di dollari su quella che la Banca Mondiale ha definito “l’ultima frontiera del mercato internazionale”. Correre a colmare il vuoto lasciato dall’assenza prolungata dell’Italia nei mercati africani, settore energetico a parte, dischiuderebbe reciproche opportunità. Gli investimenti italiani possono generare nuove e molteplici opportunità di lavoro per gli italiani, insieme a posti di lavoro per gli stessi africani. E il lavoro, assieme agli aiuti pubblici allo sviluppo, è l’antidoto migliore per ridurre le disuguaglianze sociali che alimentano il terrorismo e il traffico di essere umani di cui i migranti africani sono le prime vittime.
Le sfide prioritarie. Lotta al terrorismo, migrazioni, sviluppo umano, democrazia e investimenti sono sfide prioritarie per questo continente nei confronti delle quali l’Italia deve finalmente rispondere ‘presente', sia in ambito multilaterale che a livello bilaterale. Non sfuggono a questi ‘challenges' i tre paesi che Renzi andrà a visitare. In Nigeria, tra il 2009 e il 2014 il gruppo terrorista nigeriano Boko Haram ha ucciso più di 5mila persone trasformando molti giovani privi di futuro in bombe umane. Povertà, lavoro e educazione sono tre fattori che determinano l’adesione o meno dei giovani africani al jihad, oppure la loro decisone di lasciare o no la propria terra per venire in Europa. Ma la Nigeria non è soltanto Boko Haram, e nemmeno un paese che vanta solo risorse petroliferi.
Un'economia più differenziata di quanto non si creda. Oggi il gigante africano vanta una società in pieno fermento (anche culturale) e un’economia molto più diversificata di quanto si possa pensare, con un settore terziario che pesa oltre il 50% del Pil nazionale. Da questo paese è stato selezionato il nuovo Presidente della Banca Africana di Sviluppo, un’istituzione finanziaria multilaterale di sviluppo in crescita continua di cui l’Italia è l’ottavo donatore più importante. Ma la Nigeria è anche un gigante ai piedi d’argilla, fragilizzato dalla corruzione e dalla cattiva governance, che il vicino Ghana in cui Renzi si recherà è riuscito a superare grazie a un sistema democratico preso ad esempio da tutto il continente africano. Ma non è l’unico. Anche il Senegal ha fatto dell’alternanza democratica una conquista politica a cui non ha mai rinunciato. Questo nonostante una povertà ancora molto diffusa, in parte controbilanciata dalle rimesse dalla diaspora senegalese, e la presenza minacciosa di gruppi terroristici nel Sahel.
Cambiare l'anima della Cooperazione italiana. Con Nigeria, Ghana e Senegal, il numero di visite di Stato compiute dal Presidente del Consiglio in Africa raggiunge ormai quota otto. Un traguardo che coincide con il lancio in queste settimane della nuova Agenzia per lo sviluppo chiamata a cambiare il volto e l’anima della cooperazione italiana. Tutto ciò offre le basi e, a mio avviso, l’opportunità di organizzare, come ho proposto, un Summit tra l’Italia e i paesi africani più strategici. Più che un’opportunità, è una necessità per dimostrare ai nostri partner africani e alla Comunità internazionale che l’Italia è davvero “tornata" in Africa. Un vertice di questo genere manderebbe un segnale forte anche interno, all’intero nostro 'sistema Paese', chiamando tutti a fare sistema, a partire da coloro che sul tema Africa si stanno impegnando da più tempo. Dal mondo istituzionale alla società civile, passando per il settore privato e le diaspore. I tempi sono maturi.
* Cécile Kyenge: deputato europeo del Pd
dopo Congo-Brazzaville, Mozambico e Angola nel 2014, Kenya e Etiopia nel 2015, Matteo Renzi è tornato in Africa con un nuovo tour che dall'1 al 3 febbraio lo ha portato in Nigeria, Ghana e Senegal. Come evidenziato dai media italiani, ha pochi precedenti a Palazzo Chigi un così forte interesse nei confronti del continente africano. Chi segue con attenzione la politica estera italiana non può chiudere gli occhi di fronte a un fenomeno che è ormai sotto gli occhi di tutti: l’Italia è di ritorno in Africa. A più riprese, Matteo Renzi ha dichiarato di voler fare “del continente africano una priorità della nostra politica estera”. I motivi che spingono il Premier e la diplomazia italiana a un’attenzione strategica rinnovata nei confronti dell’Africa – “una nuova frontiera” come l’ha definito il sottosegretario Mario Giro – non sono casuali, ma la nostra ‘conversione’ all’Africa non sia sporadica.
Non solo emergenze, anche opportunità economiche. La minaccia del sedicente Stato islamico e l’emergenza migrazioni ci ricordano quanto la distanza geografica che separa l’Italia dall’Africa sia molto più breve di quanto possiamo immaginare. Le sfide del continente africano tuttavia non si possono riassumere nell’IS e nei migranti in fuga dalla guerra e dalla povertà. L’Africa è anche un continente che offre opportunità economiche immense al mondo imprenditoriale italiano, in special modo alle piccole e media imprese. Secondo le stime dell’African Economic Outlook presentato lo scorso anno dalla Banca Africana di Sviluppo e dall’OCSE, nel 2016 l’Africa dovrebbe registrare una crescita economica del 4,5-5%, percentuali che per l’Europa sono ormai fantascienza.
Scarsi finora gli investimenti italiani. Cina, India, Brasile, Qatar, così come la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti continuano a investire miliardi di dollari su quella che la Banca Mondiale ha definito “l’ultima frontiera del mercato internazionale”. Correre a colmare il vuoto lasciato dall’assenza prolungata dell’Italia nei mercati africani, settore energetico a parte, dischiuderebbe reciproche opportunità. Gli investimenti italiani possono generare nuove e molteplici opportunità di lavoro per gli italiani, insieme a posti di lavoro per gli stessi africani. E il lavoro, assieme agli aiuti pubblici allo sviluppo, è l’antidoto migliore per ridurre le disuguaglianze sociali che alimentano il terrorismo e il traffico di essere umani di cui i migranti africani sono le prime vittime.
Le sfide prioritarie. Lotta al terrorismo, migrazioni, sviluppo umano, democrazia e investimenti sono sfide prioritarie per questo continente nei confronti delle quali l’Italia deve finalmente rispondere ‘presente', sia in ambito multilaterale che a livello bilaterale. Non sfuggono a questi ‘challenges' i tre paesi che Renzi andrà a visitare. In Nigeria, tra il 2009 e il 2014 il gruppo terrorista nigeriano Boko Haram ha ucciso più di 5mila persone trasformando molti giovani privi di futuro in bombe umane. Povertà, lavoro e educazione sono tre fattori che determinano l’adesione o meno dei giovani africani al jihad, oppure la loro decisone di lasciare o no la propria terra per venire in Europa. Ma la Nigeria non è soltanto Boko Haram, e nemmeno un paese che vanta solo risorse petroliferi.
Un'economia più differenziata di quanto non si creda. Oggi il gigante africano vanta una società in pieno fermento (anche culturale) e un’economia molto più diversificata di quanto si possa pensare, con un settore terziario che pesa oltre il 50% del Pil nazionale. Da questo paese è stato selezionato il nuovo Presidente della Banca Africana di Sviluppo, un’istituzione finanziaria multilaterale di sviluppo in crescita continua di cui l’Italia è l’ottavo donatore più importante. Ma la Nigeria è anche un gigante ai piedi d’argilla, fragilizzato dalla corruzione e dalla cattiva governance, che il vicino Ghana in cui Renzi si recherà è riuscito a superare grazie a un sistema democratico preso ad esempio da tutto il continente africano. Ma non è l’unico. Anche il Senegal ha fatto dell’alternanza democratica una conquista politica a cui non ha mai rinunciato. Questo nonostante una povertà ancora molto diffusa, in parte controbilanciata dalle rimesse dalla diaspora senegalese, e la presenza minacciosa di gruppi terroristici nel Sahel.
Cambiare l'anima della Cooperazione italiana. Con Nigeria, Ghana e Senegal, il numero di visite di Stato compiute dal Presidente del Consiglio in Africa raggiunge ormai quota otto. Un traguardo che coincide con il lancio in queste settimane della nuova Agenzia per lo sviluppo chiamata a cambiare il volto e l’anima della cooperazione italiana. Tutto ciò offre le basi e, a mio avviso, l’opportunità di organizzare, come ho proposto, un Summit tra l’Italia e i paesi africani più strategici. Più che un’opportunità, è una necessità per dimostrare ai nostri partner africani e alla Comunità internazionale che l’Italia è davvero “tornata" in Africa. Un vertice di questo genere manderebbe un segnale forte anche interno, all’intero nostro 'sistema Paese', chiamando tutti a fare sistema, a partire da coloro che sul tema Africa si stanno impegnando da più tempo. Dal mondo istituzionale alla società civile, passando per il settore privato e le diaspore. I tempi sono maturi.
* Cécile Kyenge: deputato europeo del Pd