Cecilia Strada: "La guerra fa girare un mucchio di soldi ma la pace ne farebbe girare molti di più"
Sara Ficocelli, di SARA FICOCELLIIntervista alla presidente di Emergency nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione: "Se io ho diritto di sognare, perché il mio coetaneo del Ghana non ha diritto a costruirsi un futuro migliore? Noi italiani su questo sogno abbiamo costruito la storia del nostro Paese"
ROMA. E' la figlia del medico chirurgo Gino Strada e della filantropa, scomparsa nel 2009, Teresa Sarti: i suoi genitori hanno fondato quel capolavoro di solidarietà che è Emergency, organizzazione che cura le vittime della guerra e della povertà in tutto il mondo, e di quella realtà ora è lei la presidente, depositaria di un percorso umanitario che è insieme onore e dolore, commozione e rabbia, rabbia di quelle amare davvero, che se non stai attenta sprofondi anche tu. Attivissima sui social, capace di descrivere gli orrori della guerra e gli errori dei governi ora con sincera empatia ora con spietata freddezza, Cecilia è una che da sempre dice ciò che pensa, e che riesce a farlo scuotendo l'animo e rinnovando lo sguardo ogni volta in sé stessa come in chi l'ascolta. Animata - si percepisce, a pelle - da una sincera passione.
L'abbiamo intervistata - lei che i meno fortunati li aiuta "a casa loro&quo…
L'abbiamo intervistata - lei che i meno fortunati li aiuta "a casa loro&quo…
ROMA. E' la figlia del medico chirurgo Gino Strada e della filantropa, scomparsa nel 2009, Teresa Sarti: i suoi genitori hanno fondato quel capolavoro di solidarietà che è Emergency, organizzazione che cura le vittime della guerra e della povertà in tutto il mondo, e di quella realtà ora è lei la presidente, depositaria di un percorso umanitario che è insieme onore e dolore, commozione e rabbia, rabbia di quelle amare davvero, che se non stai attenta sprofondi anche tu. Attivissima sui social, capace di descrivere gli orrori della guerra e gli errori dei governi ora con sincera empatia ora con spietata freddezza, Cecilia è una che da sempre dice ciò che pensa, e che riesce a farlo scuotendo l'animo e rinnovando lo sguardo ogni volta in sé stessa come in chi l'ascolta. Animata - si percepisce, a pelle - da una sincera passione.
L'abbiamo intervistata - lei che i meno fortunati li aiuta "a casa loro" - nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione, ricorrenza stabilita per ricordare la morte, al largo di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, di ben 366 migranti.
Buonasera. Perdoni il disturbo, sarà impegnatissima.
"Diamoci del tu".
Cecilia, quanto può funzionare il discorso dell' "aiutiamoli a casa loro"?
"Potrebbe funzionare ma non può funzionare per come siamo organizzati oggi. Non c'è modo di aiutare a casa sua chi a casa sua non ci può più stare. Queste persone hanno bisogno di essere accolte, punto. Una notizia inquietante che ho letto in questi giorni è quella relativa a un documento riservato sul summit che ci sarà tra poco in Afghanistan, Paese in cui lavoriamo dal'99: nel dossier si parla del rimpatrio di 80mila afgani in cambio di aiuti economici al Paese. Questo non è il modo giusto di aiutare queste persone. Lo dice anche l'Onu: ogni anno si contano più vittime civili dell'anno precedente. Operazioni come questa sono criminali. Per aiutare davvero chi è in difficoltà c'è bisogno di un cambio radicale della politica estera: dobbiamo cominciare a legare quella dei Paesi cosiddetti "civili" al rispetto dei diritti umani, impostando relazioni diplomatiche e rapporti commerciali solo sulla base di questi principi. La leva economica, si sa, muove montagne, dunque legare rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani è fondamentale. Questa scelta comporterebbe una vera e propria inversione di rotta: ok, mandiamo pure un aiuto economico in Algeria ma come Stato decidiamo - che so - di non esportare armi verso un Paese instabile. Non possiamo dare soldi che poi vanno sprecati in corruzione e continuare contemporaneamente a guadagnare sul petrolio. Ci sarebbero dei prezzi da pagare, è ovvio. Siamo pronti a questo? Dobbiamo porci seriamente questa domanda, o rimarremo nel regno della retorica".
Quali sono, secondo te, i grandi temi che l'Europa non sta affrontando?
"Quelli legati all' organizzazione nazionale per l'accoglienza, prima fra tutte la questione dei minori non accompagnati, che secondo l'Onu rappresentano il 15% degli arrivi nel continente. Questi bambini spariscono dai centri di accoglienza, scompaiono più di 5mila minori l'anno, bambini a rischio di sfruttamento e violenze. Che cosa vuol essere l'Europa? L'Europa delle merci o dei diritti?"
A proposito di vecchio continente e diritti, cosa ne pensi di questa ondata populista?
"In Ungheria il referendum non è passato ma il 95% dei votanti ha dato un'indicazione di un senso inquietante. Certo, sono preoccupata per il populismo, mi preoccupano i movimenti di estrema destra, ed è anche questo uno degli impegni che ogni Governo si dovrebbe prendere: controllare quello che viene detto all'interno del proprio discorso pubblico. Quando i politici convincono le persone - in questo momento in difficoltà per vari motivi, e quindi più fragili - che se stanno male la colpa è di qualche disgraziato che è arrivato ieri a Lampedusa o in Ungheria, stanno mettendo le basi per una guerra tra poveri. Il populismo ha un calcolo politico".
Quanti soldi fanno girare intolleranza e guerre?
"La guerra fa girare un mucchio di soldi ma la pace potrebbe farne girare molti di più. La pace è molto più produttiva, ci sono studi che mostrano come la stessa cifra investita nel settore militare o civile produca più soldi nel settore civile. La pace è un prerequisito per il futuro economico di ogni Paese. Costruire diritti costa meno che costruire una bomba ed è un investimento. L'altro giorno abbiamo calcolato quanto abbiamo speso dal 1999 ad oggi in Afghanistan: 80 milioni di euro. Con quei soldi abbiamo costruito tre centri chirurgici, un centro di maternità, 40 posti di primo soccorso, e abbiamo dato lavoro a più di 1000 persone e curato 4 milioni di afgani. L'Italia, nei momenti più impegnativi della sua missione in Afghanistan, ha speso 2 milioni di euro al giorno per la guerra. 5 miliardi in 10 anni. I nostri 80 milioni corrispondono, in pratica, al costo di un mese e mezzo di guerra, e con quei soldi abbiamo curato milioni di persone e soprattutto dato lavoro, salari, reintegrato disabili. La produzione di diritti è un investimento anche economico. Se avessimo avuto a disposizione il budget che l'Italia ha speso per la guerra, chissà quali e quanti risultati avremmo raggiunto".
Quanto è stretto il legame tra guerre e migrazioni?
"Molto. Le vittime della guerra si accollano il rischio della morte per scampare alla morte certa. Quest'estate, in Afghanistan, ricordavo con i miei collaboratori lo sfortunato caso di una donna incinta all'ottavo mese colpita da una pallottola all'addome. Il bambino, è brutto dirlo, ma ha salvato la madre. Qualcuno, mentre ne parlavamo, ha osservato: "Ma non lo sanno che rischiano la vita?". La risposta è nella foto di quella donna: quando vivi in un Paese dove tuo figlio può essere una vittima di guerra prima ancora di nascere, quando esci la mattina e saluti i familiari come se non dovessi vederli mai più, qualsiasi cosa è meglio di tutto questo. E poi, non dimentichiamocelo mai, c'è anche chi fugge unicamente per inseguire un sogno. C'è anche chi vuole una vita migliore e basta. Se io, Cecilia Strada, nata a Milano nel '79, ho diritto a sognare, perché il mio coetaneo del Ghana non ha diritto a costruirsi un futuro migliore? Noi italiani, del resto, su questo sogno abbiamo costruito la storia del nostro Paese".
L'abbiamo intervistata - lei che i meno fortunati li aiuta "a casa loro" - nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione, ricorrenza stabilita per ricordare la morte, al largo di Lampedusa, il 3 ottobre 2013, di ben 366 migranti.
Buonasera. Perdoni il disturbo, sarà impegnatissima.
"Diamoci del tu".
Cecilia, quanto può funzionare il discorso dell' "aiutiamoli a casa loro"?
"Potrebbe funzionare ma non può funzionare per come siamo organizzati oggi. Non c'è modo di aiutare a casa sua chi a casa sua non ci può più stare. Queste persone hanno bisogno di essere accolte, punto. Una notizia inquietante che ho letto in questi giorni è quella relativa a un documento riservato sul summit che ci sarà tra poco in Afghanistan, Paese in cui lavoriamo dal'99: nel dossier si parla del rimpatrio di 80mila afgani in cambio di aiuti economici al Paese. Questo non è il modo giusto di aiutare queste persone. Lo dice anche l'Onu: ogni anno si contano più vittime civili dell'anno precedente. Operazioni come questa sono criminali. Per aiutare davvero chi è in difficoltà c'è bisogno di un cambio radicale della politica estera: dobbiamo cominciare a legare quella dei Paesi cosiddetti "civili" al rispetto dei diritti umani, impostando relazioni diplomatiche e rapporti commerciali solo sulla base di questi principi. La leva economica, si sa, muove montagne, dunque legare rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani è fondamentale. Questa scelta comporterebbe una vera e propria inversione di rotta: ok, mandiamo pure un aiuto economico in Algeria ma come Stato decidiamo - che so - di non esportare armi verso un Paese instabile. Non possiamo dare soldi che poi vanno sprecati in corruzione e continuare contemporaneamente a guadagnare sul petrolio. Ci sarebbero dei prezzi da pagare, è ovvio. Siamo pronti a questo? Dobbiamo porci seriamente questa domanda, o rimarremo nel regno della retorica".
Quali sono, secondo te, i grandi temi che l'Europa non sta affrontando?
"Quelli legati all' organizzazione nazionale per l'accoglienza, prima fra tutte la questione dei minori non accompagnati, che secondo l'Onu rappresentano il 15% degli arrivi nel continente. Questi bambini spariscono dai centri di accoglienza, scompaiono più di 5mila minori l'anno, bambini a rischio di sfruttamento e violenze. Che cosa vuol essere l'Europa? L'Europa delle merci o dei diritti?"
A proposito di vecchio continente e diritti, cosa ne pensi di questa ondata populista?
"In Ungheria il referendum non è passato ma il 95% dei votanti ha dato un'indicazione di un senso inquietante. Certo, sono preoccupata per il populismo, mi preoccupano i movimenti di estrema destra, ed è anche questo uno degli impegni che ogni Governo si dovrebbe prendere: controllare quello che viene detto all'interno del proprio discorso pubblico. Quando i politici convincono le persone - in questo momento in difficoltà per vari motivi, e quindi più fragili - che se stanno male la colpa è di qualche disgraziato che è arrivato ieri a Lampedusa o in Ungheria, stanno mettendo le basi per una guerra tra poveri. Il populismo ha un calcolo politico".
Quanti soldi fanno girare intolleranza e guerre?
"La guerra fa girare un mucchio di soldi ma la pace potrebbe farne girare molti di più. La pace è molto più produttiva, ci sono studi che mostrano come la stessa cifra investita nel settore militare o civile produca più soldi nel settore civile. La pace è un prerequisito per il futuro economico di ogni Paese. Costruire diritti costa meno che costruire una bomba ed è un investimento. L'altro giorno abbiamo calcolato quanto abbiamo speso dal 1999 ad oggi in Afghanistan: 80 milioni di euro. Con quei soldi abbiamo costruito tre centri chirurgici, un centro di maternità, 40 posti di primo soccorso, e abbiamo dato lavoro a più di 1000 persone e curato 4 milioni di afgani. L'Italia, nei momenti più impegnativi della sua missione in Afghanistan, ha speso 2 milioni di euro al giorno per la guerra. 5 miliardi in 10 anni. I nostri 80 milioni corrispondono, in pratica, al costo di un mese e mezzo di guerra, e con quei soldi abbiamo curato milioni di persone e soprattutto dato lavoro, salari, reintegrato disabili. La produzione di diritti è un investimento anche economico. Se avessimo avuto a disposizione il budget che l'Italia ha speso per la guerra, chissà quali e quanti risultati avremmo raggiunto".
Quanto è stretto il legame tra guerre e migrazioni?
"Molto. Le vittime della guerra si accollano il rischio della morte per scampare alla morte certa. Quest'estate, in Afghanistan, ricordavo con i miei collaboratori lo sfortunato caso di una donna incinta all'ottavo mese colpita da una pallottola all'addome. Il bambino, è brutto dirlo, ma ha salvato la madre. Qualcuno, mentre ne parlavamo, ha osservato: "Ma non lo sanno che rischiano la vita?". La risposta è nella foto di quella donna: quando vivi in un Paese dove tuo figlio può essere una vittima di guerra prima ancora di nascere, quando esci la mattina e saluti i familiari come se non dovessi vederli mai più, qualsiasi cosa è meglio di tutto questo. E poi, non dimentichiamocelo mai, c'è anche chi fugge unicamente per inseguire un sogno. C'è anche chi vuole una vita migliore e basta. Se io, Cecilia Strada, nata a Milano nel '79, ho diritto a sognare, perché il mio coetaneo del Ghana non ha diritto a costruirsi un futuro migliore? Noi italiani, del resto, su questo sogno abbiamo costruito la storia del nostro Paese".