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Kurdistan, le donne soldato nelle alture della nazione fantasma

Gulîstan, Land of Roses, della trentenne regista curda, trapiantata in Canada, Zaynê Akyol. Un film pluripremiato sull'altra faccia di una guerra che ora approda anche al Trento Film Festival, in programma fino al 7 maggio nella sezione del concorso
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TORONTO - “Con una cicatrice, qui sulla guancia o sul mento, sarei ancor più bella”. Occhi e capelli neri, la faccia della combattente si apre in primo piano ravvicinato e quella confessione sembra già dire tutto di quanto la vita e la guerra arrivino a coincidere per chi ha scelto i sentieri della guerriglia. Quasi fosse un rapporto di simbiosi, da portarsi addosso per sempre. Lo scenario, fuori, è fatto di boschi e i prati screpolati delle montagne del Kurdistan dove s'infrattano gruppi di donne soldato che sotto le insegne del PKK, il controverso partito dei lavoratori curdi, si addestrano per lottare contro un triangolo di nemici all'esterno. A nord, gli inconciliabili rapporti con la Turchia; a oriente, la minaccia dell'Iran; e poi giù a scendere verso Sud, dove nel deserto iracheno s'insabbia la più feroce delle battaglie: quella contro l'Isis.

Video Kurdistan



Il 7 …
TORONTO - “Con una cicatrice, qui sulla guancia o sul mento, sarei ancor più bella”. Occhi e capelli neri, la faccia della combattente si apre in primo piano ravvicinato e quella confessione sembra già dire tutto di quanto la vita e la guerra arrivino a coincidere per chi ha scelto i sentieri della guerriglia. Quasi fosse un rapporto di simbiosi, da portarsi addosso per sempre. Lo scenario, fuori, è fatto di boschi e i prati screpolati delle montagne del Kurdistan dove s'infrattano gruppi di donne soldato che sotto le insegne del PKK, il controverso partito dei lavoratori curdi, si addestrano per lottare contro un triangolo di nemici all'esterno. A nord, gli inconciliabili rapporti con la Turchia; a oriente, la minaccia dell'Iran; e poi giù a scendere verso Sud, dove nel deserto iracheno s'insabbia la più feroce delle battaglie: quella contro l'Isis.

Video Kurdistan



Il 7 maggio al Trento Film Festival. A portarci lassù, nelle alture di una nazione fantasma, frantumata in più stati, è uno dei migliori documentari dell'anno. S'intitola Gulîstan, Land of Roses, lo firma la trentenne regista d'origine curda, trapiantata in Canada, Zaynê Akyol. Un film pluripremiato sull'altra faccia di una guerra che ora approda anche al Trento Film Festival (in programma fino al 7 maggio) nella sezione del concorso. E che la prospettiva sia inusuale lo testimonia il tipo di sguardo a cui si affida, perché per tutto l'arco del racconto vengono scavalcate le polveri dell'attualità più stretta, lasciando la guerra in un perenne controcampo. Un conflitto che rimbomba silenzioso lontano dalle inquadrature, mai visto in presa diretta, ma che proprio per questo viene percepito nella lunga e incessante attesa con cui scorre la vita quotidiana delle tante - e giovanissime - donne soldato che hanno deciso di abbandonare le loro case per votarsi anima e corpo alla causa curda.

Un movimento con il 40% di donne. Quasi il 40% di questo movimento di guerriglia (accusato da più parti di terrorismo per i suoi metodi di lotta) è composto da donne ed è proprio lì che l'occhio si imbosca per restare – a pari livello - nello stesso habitat delle sue protagoniste. In una di queste enclavi clandestine, scandite da esercitazioni militari, urla di lotta, kalashnikov appesi agli alberi e pranzi all'aperto in comune. Rituali guerreschi a cui si aggiungono però, senza frizione apparente, quei momenti di distensione che di colpo si allargano tra le maglie della disciplina e che per qualche istante sembrano distrarre le donne dal pensiero unico della missione. Gesti minimi, scanzonati, qualche volta pure frivoli, ma capaci di spalancare nel loro intervallo di tempo quella parte di mondo femminile che non si schiaccia tutto nella rigidità delle divise.

L'intimità è l'unità di misura di tutto. Un lato umano che può essere catturato solo perché, più seguiamo queste donne soldato da vicino, più capiamo che l'intimità diventa l'unità di misura di ogni cosa, visto che in fondo intima è anche la molla che ha spinto Zaynê Akyol a realizzare il film. Tutto nasce – l'ha raccontato lei stessa – diversi anni fa da una sua grande amica, nata nel suo stesso villaggio turco, che di punto in bianco era scomparsa per arruolarsi nel PKK. Lo strappo che brucia e, adesso, la necessità di tornare per capire quali sono le motivazioni più profonde che portano a una scelta così radicale. E per farlo, non c'è miglior microscopio che quello di appiccicare la propria telecamera alle giornate tipo di queste combattenti, seguendole nel tic tac estenuante dei loro esercizi militari: caricatori di fucile, munizioni, marce e salti. Ma soprattutto andare a stanare e coltivare quegli istanti in cui la leggerezza sembra fare da antidoto alla consapevolezza di una guerra che se ne sta sempre lì, a incombere sui bordi dell'orizzonte.

Spiragli di femminilità. A partire, per esempio, dalle pettinature che sono all'esatto opposto dei tagli a zero stile marine, ma che anzi fanno scivolare lunghi capelli neri sulle spalle, qui lavati, spazzolati e intrecciati con una frequenza e una cura che i soldati altrimenti riservano solo alla manutenzione delle armi. Sono questi gli spiragli di una femminilità che non svapora nonostante sia inserita nel più estremo dei fondali, ma che anzi mantiene una sua vanità. Perché come dice la combattente che vorrebbe una cicatrice sulla guancia, a mo' di sigillo estetico per la sua battaglia di libertà, “la bellezza dell'anima si deve rispecchiare nella bellezza del corpo”. Ed è un po' come se la frivolezza, di fronte alla durezza del mondo, potesse trasformarsi in una forma persino commovente di coraggio.

Intermezzi sdrammatizzanti. Non è un caso, quindi, che anche la dimensione del gioco riesca a incunearsi là dove meno te lo aspetti. Una sorta di intermezzo sdrammatizzante in cui la guerra di posizione simulata può diventare lo spiazzo in cui lasciarsi andare allo svago di un ruba-bandiera. Così, mentre c'è chi ironizza riprendendo la formula del nemico, un “Allah Abkar” questa volta cambiato di segno, ci si sorprende guardando queste giovani donne, ognuna intenta a parlare col proprio fucile, a coccolarlo e persino a battezzarlo con un nome proprio, quasi fosse il dialogo con un compagno di vita.

Lasciare tutto per stare qui. Appigli per ragazze che hanno abbandonato tutto per arrivare fin qui, a volte – ricordano – senza nemmeno aver avuto la forza di salutare le proprie madri, ma fiere al tempo stesso di essere sfuggite a matrimoni “che condannano le donne a uno stato di schiavitù”. Una rivendicazione femminista che non erompe dal nulla ma s'intreccia saldamente alla dottrina del partito rivoluzionario, assieme al suo tam tam ideologico con cui tutto vuole spiegare. Forza morale, disciplina, anticapitalismo, filosofia, liberazione: tutti termini veicolati anche dai maschi che compaiono nel documentario e che finiscono per cancellare le divisioni di genere, all'interno di un'unica pedagogia: quella per cui l'indipendenza può arrivare solo attraverso il sacrificio di chiunque partecipi alla battaglia.

Come un Deserto dei Tartari di oggi. Battaglia che qui – quasi fosse un deserto buzzatiano dei tartari calato nella contemporaneità – sembra continuamente rinviare il proprio momento clou. Anche quando arriva l'ora di scendere verso il deserto e il Califfato se ne sta lì, in una trincea collocata a pochi chilometri di distanza. Ancora una volta, attese, binocoli puntati sugli occhi e walkie-talkie per comunicare. Il sole del giorno e le luci fioche della notte. È la guerra del 2014, ma per la dinamica sembra quella della prima guerra mondiale. Appostamenti, bandiere, mitra, scavi e altri preparativi, uniti ai proclami d'orgoglio per essere finalmente lì e adempiere a quel dovere cui si è dedicata l'ultima parte della loro vita. “Forse queste saranno le mie ultime parole” dice una combattente prima del commiato, ma è come se riassumesse il pensiero anche delle sue sorelle d'armi, perché il resto non ci è dato a sapere. Il film finisce prima che il racconto della guerra vera e propria scalzi quello delle sue protagoniste.