Mondo Solidale

Etiopia, i venti di guerra civile in un Paese con la metà delle popolazione sotto la soglia della povertà

La regione del Tigray è isolata e nel Paese c'è lo stato d’emergenza. Il primo ministro Abiy Ahmed ha inviato l’esercito a Nord per “per fermare la spirale dell'instabilità”
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ROMA - "Le tensioni tra il governo centrale di Addis Abeba e il governo dello stato federale del Tigray si sono ormai trasformate in venti di guerra", si legge in un articolo pubblicato da Nigrizia, a firma di Bruna Sironi. Il presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha esplicitamente chiesto alla popolazione di tenersi pronta per difendere il territorio con le armi, nel caso ce ne fosse bisogno ed ha "accusato il governo di Addis Abeba e un paese straniero - scrive Bruna Sironi - alludendo chiaramente all’Eritrea, di aver complottato per portare lo scontro dal livello politico a quello militare".

Un Paese dove la guerra è l'ultima cosa che servirebbe. Il punto di attrito che ha generato questo stato di cose c'è stato subito dopo che Abiy Ahmed - Premio Nobel per la Pace - s'è insediato nella carica di primo ministro. "La sua nomina nell'aprile del 2018 - si legge su Nigrizia - aveva chiarito che gli equilibri politici vigenti nel Paese dalla fine della guerra di liberazione, nel 1991, erano cambiati. Il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) che, pur rappresentando solo il 5% della popolazione aveva tenuto saldamente la barra del potere per quasi trent’anni, era stato di fatto esautorato". Questa storia del rapporto sbilanciato fra un'etnia minoritaria come quella della regione del Tigray, rispetto alle altre due maggioritarie in Etiopia, gli Oromo (alla quale appartiene il primo ministro) e gli Amara, è una storia antica che ha condizionato le dinamiche politico-istituzionale del grande Paese africano il quale - è sempre bene ricordarlo - si trova oggi sull'orlo di una guerra civile, mentre il 47% della popolazione vive sotto la linea della povertà, fissata dalla Banca Mondiale a meno di 1,90 dollari al giorno, e il reddito annuo pro capite, in termini d'acquisto, è di soli 720 dollari Usa all'anno.

La lotta alla corruzione e il taglio del budget. Con l'arrivo di Ahmed, l'intero establishment tigrino, che comprendeva potentissime figure della burocrazia statale e della pubblica amministrazione etiope, oltre che alte gerarchie militari e dei servizi segreti, è stato messo da parte. Molti personaggi, inoltre, sono entrati nel mirino di una più generale e minuziosa operazione di smantellamento della diffusissima corruzione, in importanti snodi della vita pubblica. Come non bastasse tutto questo, la regione del Tigray è stata ulteriormente penalizzata da pesantissimi tagli dei trasferimenti finanziari dal governo centrale. Ecco dunque le ragioni per cui "Abiy Ahmed e il suo governo erano stati fatti bersaglio di attacchi e di attentati", scrive ancora Bruna Sironi.

L'uscita dalla coalizione di governo. Altri punti di attrito hanno poi creato nuove scintille quando l'anno scorso si arrivò alla formazione del Partito della prosperità, nel quale sono "confluiti tre dei partiti che formavano la coalizione di governo, l’Ethiopian peoples’ revolutionary democratic front (Eprdf). Il quarto, il Tplf appunto - scrive Nigrizia - si era chiamato fuori". A questo s'aggiunge il fatto che nel settembre appena trascorso il governo del Tigray aveva organizzato le elezioni, in aperto contrasto con il governo centrale di Addis Abeba che aveva invece disposto di rimandarle per il diffondersi della pandemia.

La questione dei confini con l'Eritrea. A questo punto, il pericolo che le tensioni tra tignini e governo centrale si espanda anche ad altre regioni appare purtroppo assai incombente. La testimonianza di Giuseppe Cavallini, interpellato da Nigrizia ad Assis Abeba è possibile ascoltarla qui. Intanto, proseguendo nell'analisi di Nigrizia "Un ruolo non secondario nella crisi potrebbe averlo l’Eritrea". E sotto questo punto di vista, le prove non mancano di sicuro. Non esluso - anzi - il fatto che Ahmed e il premier eritreo, Isaias Afewerki si sono incontrati diverse volte nell'arco nel 2020, sia nella capitale etiope che in quella eritrea. Insomma, il punto di crisi appare proprio questo: il processo di pace - peraltro ancora non definitivo - i tigrini, che vivono al confine con l'Eritrea, lo percepiscono come un affronto  proprio perché il costo della pace passa per la gestione dei confini tra i due Paesi.