Libano, una nazione alla deriva, ‘tradita’ dalla corruzione e da politici inetti: i cittadini impoveriti sono in fuga, i ricchi resistono
di Carlo Ciavoni , di Carlo CiavoniROMA - "Se penso al Libano - disse un paio d'anni fa il capo della diplomazia francese, Jean-Yves Le Drian - mi viene in mente il naufragio del Titanic... ma senza l’orchestrina però”. Lo ricorda Fady Noun in un articolo pubblicato da Asianews. E' dunque in atto nel Paese del Medio Oriente un veloce, inesorabile processo di decadimento economico-istituzionale, mentre che continua ad ospitare circa 2 milioni di profughi palestinesi, siriani e iracheni, con un'anagrafe ufficiale che conta però 6,8 milioni di abitanti. La decomposizione delle istituzioni si va a sommare all'assenza di una classe politica degna di questo nome, arricchita con la corruzione ormai dai tratti ormai endemici e con il saccheggio delle risorse pubbliche. Il risultato è quello di privare i cittadini anche dei servizi essenziali. La corrente elettrica, per esempio, in certe zone del Paese c'è solo due ore al giorno e lo stipendio dei pubblici dipende…
ROMA - "Se penso al Libano - disse un paio d'anni fa il capo della diplomazia francese, Jean-Yves Le Drian - mi viene in mente il naufragio del Titanic... ma senza l’orchestrina però”. Lo ricorda Fady Noun in un articolo pubblicato da Asianews. E' dunque in atto nel Paese del Medio Oriente un veloce, inesorabile processo di decadimento economico-istituzionale, mentre che continua ad ospitare circa 2 milioni di profughi palestinesi, siriani e iracheni, con un'anagrafe ufficiale che conta però 6,8 milioni di abitanti. La decomposizione delle istituzioni si va a sommare all'assenza di una classe politica degna di questo nome, arricchita con la corruzione ormai dai tratti ormai endemici e con il saccheggio delle risorse pubbliche. Il risultato è quello di privare i cittadini anche dei servizi essenziali. La corrente elettrica, per esempio, in certe zone del Paese c'è solo due ore al giorno e lo stipendio dei pubblici dipendenti (magistrati compresi) non supera mediamente i 40 euro al mese. Ed è proprio a sostegno delle fasce più deboli della società - fasce sempre più ampie e trasversali - che sono in atto numerosi progetti di Cooperazione, come quelli dell'Agenzia italiana per gli aiuti allo sviluppo (AICS), impegnata nel settore della sanità pubblica e in quello della cultura, ma anche come quelli di AVSI, concentrati sulla sicurezza alimentare, agricoltura, diritti umani.
La decadenza nel delicato equilibrio istituzionale. In questa atmosfera di decadenza, con uno sciopero dei magistrati che dura da due mesi, il Libano si avvia alle elezioni del nuovo presidente della Repubblica. La campagna elettorale è comimciata il 1° settembre scorso, ben due mesi prima della fine naturale del mandato del capo dello Stato, Michel Aoun, previsto per il 31 ottobre. Ad oggi, non risulta che il presidente della Camera, Nabih Berry, abbia fissato una data per il voto. Intanto, il presidente e il primo ministro non sono ancora riusciti a concordare un nuovo governo dalla scadenza del mandato dell’esecutivo. Va ricordato, a questo proposito, che sulla base di una sorta di accordo, siglato informalmente nel 1943, e definito "Patto Nazionale", le più alte cariche dello Stato libanese sono assegnate ai tre gruppi principali: il Presidente della Repubblica è cristiano maronita; il primo ministro è sunnita; il presidente del Parlamento è sciita.
L'identità confessionale, prima di tutto. Dunque, quello che apparentemente può sembrare un punto di forza dello Stato, e cioè l'ampia rappresentanza di tutte (o quasi) le componenti sociali e religiose del Paese, di fatto si mostra spesso come un tratto paralizzante e rischioso. Il principio sul quale si basa l'equilibrio istituzionale libanese è quello secondo il quale le minoranze confessionali sul territorio nazionale devono avere la garanzia di essere rappresentate in modo equo negli apparati delle istituzioni, in quelli amministrativi e militari dello Stato. L’appartenenza confessionale assume così un ruolo dominante, sia nella gestione politica che nelle dinamiche sociali dei libanesi. Dal giorno della nascita di ogni singolo cittadino, egli assume di fatto un’identità confessionale, che prende il posto del sentimento di appartenenza nazionale, del senso di cittadinanza. Insomma, la garanzia per tutte le diverse comunità di essere rappresentate secondo una logica confessionale è oggi una delle cause principali delle crisi frequenti.
L'apologo della pensione con ospiti "diversi". Una sintesi, diremo perfetta, dello Stato libanese la fornisce la prima scena di un film, intitolato - appunto - "Beirut", con la regia di Brad Anderson, la sceneggiatura di Tony Gilroy e che ha come protagonista Jon Hamm. Il quale, presentando la città ad alcuni ospiti in casa sua, dice: "Da 4000 anni qui non ci sono eroi o cattivi. Qui ci sono ebrei musulmani, cristiani che vivono fianco a fianco. Ma per essere brevi su cosa voglia dire vivere in Libano, bisogna immaginare una pensione con ospiti diversi, ma senza proprietario, dove l’unica cosa che essi hanno in comune è il talento per i tradimenti. Persone che vivono assieme fianco a fianco, a stretto contatto, da 20 secoli. Duemila anni di faide, vendette, ritorsioni, omicidi.
"E un bel giorno: toc toc, chi è? I palestinesi !". Ma una notte c’è una tempesta - prosegue il monologo del protagonista di "Beirut" - piove a dirotto, qualcuno bussa alla porta. Chi è ? Sono i palestinesi. Vogliono entrare, hanno girato per tutto il quartiere, ma tutti hanno sbattuto loro le porte in faccia. Ma hanno freddo e sono stanchi. Vogliono entrare. Subito. Così, in quella pensione scoppia il caos. Gli ospiti cominciano a litigare, molti di loro sono contrari all’ingresso dei palestinesi. Alcuni pensano 'facciamoli entrare, tanto domani se ne andranno'; altri dicono 'se li faccio entrare avrò un alleato contro il mio nemico'; altri ancora pensano che lasciare loro la porta chiusa sarebbe pericoloso. Solo dopo l'ingresso dei palestinesi nella pensione ci si rende conto della tragica situazione nella quale si sta vivendo. I palestinesi, infatti, non vogliono altro che dar fuoco alla casa dei vicini israeliani. Insomma, benvenuti a Beirut".
I diversi modi per scappare. Di fronte a tutto questo, molti libanesi stanno tentando di emigrare. C'è chi lo fa legalmente, se si può, e chi pur non potendo ci prova lo stesso clandestinamente. Ogni giorno da Tripoli - la città più a Nord del Libano - molte barche lasciano la costa, cariche di persone, spesso - assicurano alcuni testimoni - aiutate dalla stessa Guardia Costiera. Nei giorni scorsi circa 70 migranti libanesi, a bordo di una imbarcazione rimasta in panne, sono stati individuati non lontani dalle coste maltesi e italiane. E' comunque è ancora vivo il ricordo di altre 80 persone che nello scorso aprile hanno fatto naufragio, a poca distanza dalla costa libanese, a largo di Tripoli. Di loro solo una quindicina si sono salvati.