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Italia-Libia, il "memorandum della vergogna" che verrà rinnovato per altri 3 anni se non si sospenderà entro il 2 novembre prossimo

Una motovedetta della Guardia Costiera libica
Una motovedetta della Guardia Costiera libica 
L'intesa firmata nel 2017 dal governo Gentiloni per arginare i flussi migratori ha provocato - secondo i dati di Amnesty International - il reinvio in Libia di 82.000 persone: donne, bambini, uomini costretti a detenzioni arbitrarie, torture, stupri
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ROMA - Il memorandum Italia-Libia del 2017, definito ufficialmente "Memorandum d'intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana", è un documento d'intesa tra Italia e Libia firmato il 2 febbraio 2017, quando Paolo Gentiloni era presidente del Consiglio e Marco Minniti ministro dell'Interno. Il 2 febbraio 2020 l'accordo venne prorogato alle stesse condizioni per altri 3 anni. La prossima scadenza sarà il prossimo 2 novembre 2022: se non verrà revocato si rinnoverà automaticamente per altri tre anni.

Le conseguenze tragiche di quell'accordo bilaterale. Un'intesa, peraltro, stipulata con un Paese smembrato nelle sue istituzioni, devastato da guerre tribali, che ha provocato - secondo i dati di Amnesty International - l'intercettazione in mare di 82.000 persone poi riportate con la forza in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali. Nel 2021 i guardacoste libici, col sostegno finanziario di Italia e Unione europea, hanno catturato in mare 32.425 rifugiati e migranti riportandoli in Libia. Nello stesso anno, 1553 persone sono morte o sono scomparse in mare. Intanto, il Governo di unità nazionale della Libia continua a favorire queste violenze e a rafforzare l’impunità. Va anche ricordato che, di fatto, una vera e propria Guardia costiera libica - che costa all'Italia oltre 13 milioni l'anno - non esiste. E questo per la semplice ragione che non riuscirebbe a controllare i circa 600 km di costa libica ed essere così in grado di "arginare" i migranti in viaggio verso l'Europa. Al loro posto, in realtà, per bloccare i migranti in mare ci sono solo bande di criminali spietati e personaggi opachi.

Urgenti altri accessi sicuri e legali. “Occorre sostituire le forme di Cooperazione con altre misure per accrescere la disponibilità di accessi sicuri e legali - si legge in un documento di Amnesty - e dotarsi di un sistema di gestione degli sbarchi che assicuri il coordinamento tra diversi governi e sia legato a un meccanismo di redistribuzione. Se quest’anno passerà alla storia per la guerra in Ucraina e l’apertura europea ai rifugiati in fuga da quel paese dobbiamo fare in modo che questa apertura offra spiragli di cambiamento anche ad altre umanità, come quelle che tanti governi stanno cercando di dimenticare dall’altra parte del Mediterraneo”. Al momento, i corridoi umanitari e le misure emergenziali di evacuazione sono solo misure discrezionali e di natura concessoria che non sono idonee ad escludere la responsabilità dello stato italiano per le violazioni subite dalle persone migranti.

L'unica cosa da fare subito è sospendere l'accordo. Non è neanche lontanamente immaginabile una riforma del sistema di contemimento delle migrazioni attraverso il famigerato Memorandum, definito più volte "della vergogna" - è l'opinione diffusa e riaffermata dall'ASGI, l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione - né è immaginabile nessuna misura di “mitigazione” dei suoi effetti sperimentata fin qui che possa essere considerata efficace. L'unica soluzione urgente da prendere - secondo le associazioni umanitarie per la difesa dei diritti umani - è quella di sospendere immediatamente ogni forma di Cooperazione con le autorità libiche, che permetto - se non addirittura commettono direttamente - crimini contro l’umanità. Si tratta in sostanza di garantire a tutte le persone il diritto di lasciare il Paese dove subiscono violazioni e permettere loro di trovare un rifugio e una protezione adeguata e dignitosa.

In fondo è un'intesa che non ha alcun vincolo giuridico. Il percorso politico-giuridico-diplomatico per interrompere gli effetti del Memorandum è complicato, ma ormai è davvero l’unico possibile. D'altra parte è bene considerare che l'accordo bilaterale con la Libia siglato dal governo Gentiloni nel 2017 non fa altro che esprimere una linea comune di interventi , ma non è certamente un vero e proprio vincolo contrattuale. Ed è anche per questa ragione che le organizzazioni umanitarie insistono affinché non vengano rifinanziate le operazioni in Libia, previste dal Decreto missioni internazionali e che l'esecutivo che presto s'insedierà a Palazzo Chigi decida immediatamente di non rinnovare l’adesione al Memorandum, e comunque prima del prossimo 2 novembre.

Un impegno che i libici hanno disatteso. Il memorandum Italia-Libia del 2017 fu firmato dal governo italiano e dal primo ministro delll'esecutivo per la Riconciliazione Nazionale libico, Fayez al-Sarraj, oggi non più al potere. Attualmente la Libia è da più di un anno in attesa di una nuova costituzione, senza che alla guida del Paese ci sia una vera e propria carica istituzionale riconosciuta. I negoziati che precedettero la firma del Memorandum si svolsero in Libia e furono condotti dall'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti. All'intesa venne data la scadenda di tre anni e prevedeva cospicui aiuti finanziari e di mezzi alle autorità libiche, in particolare alla Guardia costiera. L'idea era - appunto - quella di arginare il flusso migratorio che si sviluppava lungo la rotta mediterranea. L'accordo prevedeva anche - e soprattutto - un miglioramento delle condizioni nei centri di accoglienza per migranti. Un impegno che i libici hanno evidentemente disatteso.