Povertà: la comparsa di nuove forme di vulnerabilità, dai lavoratori ridotti in miseria, ai cosiddetti "Poveri grigi"
BOLOGNA - La crisi economica innescata dalla pandemia e poi alimentata da altri avvenimenti nazionali e planetari, ha aggravato le condizioni socio economiche in Italia, generando nuova povertà e ampliando l’area della vulnerabilità. Rispetto al 2019, la situazione economica delle famiglie è peggiorata nel 44% dei casi, invariata nel 48%, mentre solo l’8% ha dichiarato un miglioramento. É quanto emerge dal Rapporto firmato Up Day, azienda tra i leader sul mercato italiano per le Imprese e le Persone, e Tecnè, tra i principali istituti di ricerca politiche, sociali ed economiche. La ricerca ha messo soprattutto in evidenza come la crisi economica abbia accelerato il diffondersi di nuove forme di povertà, con profili provenienti da classi sociali diverse, ma accomunati da condizioni di fragilità. Rientrano tra questi:
1) - I "lavoratori poveri", che ormai risultano essere quasi il 12% degli occupati, ovvero co…
BOLOGNA - La crisi economica innescata dalla pandemia e poi alimentata da altri avvenimenti nazionali e planetari, ha aggravato le condizioni socio economiche in Italia, generando nuova povertà e ampliando l’area della vulnerabilità. Rispetto al 2019, la situazione economica delle famiglie è peggiorata nel 44% dei casi, invariata nel 48%, mentre solo l’8% ha dichiarato un miglioramento. É quanto emerge dal Rapporto firmato Up Day, azienda tra i leader sul mercato italiano per le Imprese e le Persone, e Tecnè, tra i principali istituti di ricerca politiche, sociali ed economiche. La ricerca ha messo soprattutto in evidenza come la crisi economica abbia accelerato il diffondersi di nuove forme di povertà, con profili provenienti da classi sociali diverse, ma accomunati da condizioni di fragilità. Rientrano tra questi:
1) - I "lavoratori poveri", che ormai risultano essere quasi il 12% degli occupati, ovvero coloro che hanno un lavoro, che purtroppo però non garantisce più un reddito sufficiente per una vita senza stenti: nel lavoro dipendente, l’incidenza della povertà tra il 2007 e il 2021 è salita dal 7 al 10%; nelle famiglie operaie dall’11 al 17% e nei lavoratori autonomi dal 4 all’8%. Rappresentano un fenomeno rilevante dal punto di vista economico e sociale perché esprimono una condizione che non ha radici nell’assenza di lavoro ma nel lavoro stesso, che non è più in grado di garantire un reddito sufficiente per una vita senza stenti.
2) - I "poveri intermittenti": coloro che vivono una condizione di povertà saltuaria, determinata da condizioni negative, anche temporanee, come una malattia o una spesa imprevista: si tratta dell’8% delle famiglie, considerate “quasi povere” con una capacità di spesa mensile per 3 persone che è poco sopra la soglia di povertà, stimata intorno ai 1.400 euro.
3) - I "poveri grigi". I nuclei che vivono in bilico tra normalità e miseria, i cosiddetti “poveri grigi”, precipitati nel mondo del bisogno fino alla perdita del benessere, con una spesa mensile che oscilla tra i 1.600 e i 2.000 euro circa, per 3 persone.
Gli indicatori della situazione. Più di ogni parola, i numeri delle Dichiarazioni Sostitutive Uniche ai fini del calcolo ISEE, indicatore della situazione economica equivalente e ottenere prestazioni sociali agevolate, descrivono un malessere generale del paese: tra il 2016 e il 2021, le famiglie che hanno presentato domanda sono aumentate del 61% passando da 5.3 a 8.5 milioni con un raddoppio solo nell’ultimo anno. Nell’ultimo anno, poi, il peso dell’inflazione ha spinto sotto la linea di galleggiamento milioni di individui. Con un tasso di inflazione tra il 12 e il 14%, il 35% delle famiglie (27 milioni di individui) vive una qualche forma di disagio, che va dalla povertà assoluta a una vulnerabilità lieve. Una condizione che costringe le famiglie più esposte a far quadrare il bilancio con complesse strategie di contenimento delle spese. L’86% delle famiglie vulnerabili ha tagliato i consumi che riguardano l’abbigliamento, il 78% ridotto i consumi delle utenze domestiche, il 72% risparmiato sulla spesa alimentare e il 54% ha rinunciato a visite mediche.
Il terreno d'indagine. L’indagine si è svolta tra maggio e ottobre 2022, effettuando 3.011 interviste a un campione di maggiorenni residenti in Italia, con un sovracampionamento di responsabili e/o operatori dei servizi sociali (totale interviste: 203), beneficiari di buoni spesa sociali (totale interviste: 407) e beneficiari del reddito/pensione di cittadinanza (totale interviste: 401). Per le analisi e le stime di contesto si è fatto riferimento alle banche dati ISTAT, MEF e INPS.
Le misure di sostegno. Per far fronte a questa situazione straordinaria, sono stati introdotti i “buoni spesa sociali” e il “reddito di cittadinanza”. Si tratta di due misure diverse, alternative e complementari. I primi, finanziati con il Decreto Sostegni bis a partire dalla crisi pandemica, sono erogati dai Comuni per concedere una tantum aiuti alle famiglie vulnerabili in difficoltà per l’acquisto di alimenti, farmaci e beni di prima necessità; il secondo, presente sin dal 2019, è invece soprattutto pensato per individui disoccupati ed è una misura continuativa nel tempo. Nella fotografia scattata dall’indagine, le persone coinvolte nei benefici della misura del reddito di cittadinanza, a settembre 2022, risultano circa 2.5 milioni, per un assegno medio mensile pari a 551 euro; i beneficiari del buono spesa sociale sono stati invece, per ogni singola erogazione finanziata dal 2021 al 2022, 1.9 milioni per un importo medio “una tantum” di 250 euro.
Il Reddito di Cittadinanza. Inoltre, la ricerca evidenzia che il Reddito di cittadinanza è complementare al tasso di occupazione, con incidenza maggiore nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord e a beneficio soprattutto della fascia di individui sotto la linea di povertà; i buoni spesa sociali, invece, si caratterizzano per una maggiore omogeneità sul territorio nazionale e una più elevata relazione positiva con l’occupazione, a sostegno principalmente delle famiglie vulnerabili e quella a povertà intermittente. Questo tipo di configurazione socioeconomica è riscontrabile anche nella messa a terra dei due strumenti: infatti, mentre i buoni spesa sociali sono utilizzati in prevalenza per acquistare beni alimentari e bisogni primari, il reddito di cittadinanza agisce su un raggio più ampio e meno diretto a soddisfare un bisogno specifico.
Un alto tasso di gradimento. Le due misure sono poi state messe a confronto, per capire impatti e giudizi espressi dall’opinione pubblica, dai beneficiari dei buoni spesa, del reddito di cittadinanza e dai responsabili dei servizi sociali: tra questi ultimi, la valutazione del reddito di cittadinanza è del 63% ma i buoni spesa sociali sono considerati positivamente dal 100% degli addetti al settore. In generale, i BSS raccolgono un livello di gradimento più alto sia nell’opinione pubblica nel suo complesso che tra i singoli segmenti. Come un bisturi, infatti, i buoni spesa sociali sono uno strumento mirato e preciso per l‘utilizzo che se ne fa. Inoltre, convertendo direttamente in consumi sono in grado di stimolare il mercato con performance migliori di altri ammortizzatori sociali. Una misura da valutare anche nell’ambito delle proposte per la gestione della nuova disponibilità 2023, stanziata dal Governo.
Un supporto per famiglie e per l'economia reale. “Dal Rapporto - dice Mariacristina Bertolini, direttore generale e vicepresidente di Up Day - si evince come strumenti come i buoni spesa sociali siano un importante supporto per le famiglie più vulnerabili e per l‘economia reale, nell’attuale quadro d’incertezza economica. Auspichiamo che questo supporto alle famiglie possa avere continuità nel tempo, anche dopo i periodi strettamente emergenziali. Come Up Day - ha concluso Bertolini - con ricerche come questa, vogliamo stimolare alla riflessione istituzioni e stakeholder del settore, con l‘obiettivo finale comune di favorire la società tutta”.