Mondo Solidale

Etiopia, la guerra nel Tigray è ancora lì ed è chiaro che non bastono gli oltre 800 mila morti e i 2 milioni e mezzo di sfollati a farcela ricordare

Etiopia, la guerra nel Tigray è ancora lì ed è chiaro che non bastono gli oltre 800 mila morti e i 2 milioni e mezzo di sfollati a farcela ricordare
E' ad oggi, per unanime convinzione, la crisi umanitaria più orribile e dimenticata del mondo. Il "cessate il fuoco" d'inizio novembre è solo sulla carta: le truppe eritree, alleate all'Etiopia, non se ne vanno e proseguono a massacrare civili
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ROMA - Cominciamo col dire che lo status di tragedia umanitaria riguarda un po' tutto il Corno d’Africa, dove - stima l'UNICEF -  oltre 20 milioni di bambini sono a rischio (ma l'espressione più adatta sarebbe sono vittime) della siccità, la più grave da più di due generazioni. Questo vuol dire semplicemente che non mangiano tutti i giorni. E se in qualche modo si nutrono lo fanno con alimenti poveri, incapaci di assicurare loro uno sviluppo fisico e cerebrale accettabile. Il numero dei piccoli in queste condizioni è raddoppiato nell'arco di cinque mesi in Etiopia, in Kenya e in Somalia. Dell'altro Paese del "Corno", l'Eritrea, coinvolto nella guerra e schierato a fianco dell'esercito etiope contro il Tigray secessionista, poco si sa. Ma il gigantesco salasso economico imposto alle casse dello Stato, governato dal dittatore Isayas Afewerki, non lascia immaginare condizioni di vita normali, soprattutto per i bambini.   

I risultati degli sforzi collettivi. "Sebbene gli sforzi collettivi abbiano mitigato alcuni degli impatti peggiori di quanto si temeva, la popolazione più giovane dell'intero Corno d'Africa sta ancora affrontando la grave carenza di risorse idriche - spiega Lieke van de Wiel, vicedirettore regionale dell'UNICEF per l'Africa orientale e meridionale - quindi l'assistenza umanitaria deve continuare per tentare di salvare vite umane e costruire possibilità di recupero di un numero davvero impressionante di bambini e di famiglie che sono costretti a sopravvivere al limite e che muoiono letteralmente di fame e malattie, ogni giorno, oppure scappano da dove si trovano in ricerca di cibo, acqua e pascoli per il loro bestiame", per molti unico sostegno economico. Il fatto è che l'insicurezza idrica è più che raddoppiata e quasi 24 milioni di persone si trovano ora ad affrontarla.  

L'interruzione della scuola, gli abusi, lo sfruttamento. L'altro capitolo della tragedia è la scuola. Più di 2,7 milioni di bambini ne sono fuori, sempre a causa della siccità. Si è calcolato - molto probabilmente per difetto - che altri 4 milioni di bambini siano sul punto di abbandonare definitivamente le aule. La diserzione scolastica aumenta lo stress quotidiano delle famiglie e i bambini sono a loro volta preda facile per il lavoro minorile, i matrimoni precoci per le bambine, le mutilazioni genitali femminili. Anche la violenza di genere, la violenza sessuale compresa, lo sfruttamento a diversi livelli e comunque tutta la gamma possibile degli abusi, è in vistoso aumento - sostengono l'UNICEF e le sue organizzazioni partner - a causa della diffusa insicurezza alimentare e dello sfollamento. 

Un cessate il fuoco per modo di dire. Ma se la siccità, la malnutrizione, i bambini che muoiono di fame, il bestiame decimato fanno notizia ogni tanto, i fatti della guerra civile nella regione separatista del Tigray, dopo oltre 800 mila morti e 2.5 milioni di sfollati, non sembra interessi proprio a nessuno. In Sudafrica, a Pretoria, il 2 novembre scorso è stato raggiunto un accordo tra il governo di Addis Abeba e le organizzzioni separatiste della regione. E' stato concordato un "cessate il fuoco permanente", che però - a quanto pare, secondo testimonianze - non solo non è permanente, ma non è stato affatto rispettato. Soprattutto dalle truppe eritree, accusate di veri e propri massacri, l'ultimo dei quali - come riporta il quotidiano Avvenire in un articolo di Paolo Lambruschi, citando fonti tigrine -  sarebbe avvenuto alla fine di novembre "nelle campagne di Mariam Shewito, a 12 km da Adua, dove sarebbero stati uccisi dalle truppe eritree 3mila civili; altri 78 sono stati assassinati ad Adiabo e 85 nella provincia di Irob".

Una disparità di attenzione legata al colore della pelle. C'è infine chi mette a confronto la disparità di attenzione tra il disastro umanitario in Etiopia con l'altra vicenda altrettanto tragica dei nostri giorni, quella Ucraina, sottolineando come il "colore della pelle della gente" possa aver fatto la differenza. A ricordarlo è sempre Lambruschi sul giornale della CEI, quando riporta le parole dell'attuale direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, tigrino ed ex ministro etiope della Sanità, che "non aveva usato giri di parole per indicare la ragione principale dell’indifferenza globale verso la guerra civile scoppiata nel novembre 2020 tra le autorità regionali tigrine e il governo centrale etiope del premier Abiy Ahmed": cioè il colore della pelle. Ghebreyesus aveva chiesto insomma una "uguale attenzione alle vite dei bianchi e dei neri", suscitando anche molte polemiche.