Mondo Solidale

Clima, i cambiamenti in atto moltiplicano le privazioni per più dell'80% dei Paesi già poveri e acuiscono le disparità sociali

Clima, i cambiamenti in atto moltiplicano le privazioni per più dell'80% dei Paesi già poveri e acuiscono le disparità sociali
Gli impatti più forti nei Paesi che dipendono dall'agricoltura, fino a 35 volte superiori rispetto ad un Paese sviluppato. Preoccupa il fatto che le economie più esposte agli shock climatici sono anche quelle con alti livelli di disuguaglianza
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ROMA - All'ansia del mondo  che si diffonde per gli effetti dannosi e disastroci che i cambiamenti climatici stanno già provocando e che in un futuro, neanche tanto lontano, potranno ancora provocare, si aggiunge la preoccupazione del sistema umanitario internazionale di come (e quanto) il clima che cambia possa produrre nuove povertà e alimentare quelle che già ci sono. Senza calcolare le trasformazioni epocali degli equilibri sociali nel Pianeta, per effetto delle temperature insolitamente elevate, la siccità e le precipitazioni sempre più intense, che stanno spingendo verso stati di indigenza l'86% dei Paesi del mondo, rendendo ancora più profonde le disuguaglianze nel reddito e rendendo i poveri sempre più poveri.

Variabili climatiche e disuguaglianze. E' lo scenario che emerge da un'analisi statistica diffusa alla fine dell'anno scorso, appunto, sulle variabili climatiche e le disuguaglianze negli ultimi 40 anni, raccolte in 101 Paesi. I risultati sono pubblicati sulla rivista dell'Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, e la ricerca è italiana, condotta dalla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, con il suo Istituto di Economia e il Dipartimento di Eccellenza EMbeDS (Economics and Management in the era of Data Science).

Impatti violenti del clima nelle zone rurali. "Gli impatti sono notevolmente più forti nei Paesi che dipendono largamente dal settore agricolo, fino a 35 volte superiori se li compariamo con un Paese sviluppato. In queste aree - si legge in un servizio dell'Agenzia Ansa dell'ottobre 2022 - le persone meno abbienti spesso lavorano nel settore primario e la loro sussistenza dipende dalle piogge", osserva Elisa Palagi, dell'Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant'Anna, autrice della ricerca con Matteo Coronese, Francesco Lamperti, e Andrea Roventini. "Quello che è più preoccupante è che le economie più esposte a questi shock climatici, come quelle di molti Paesi sub-sahariani, sono anche quelle che partono da livelli di disuguaglianza particolarmente elevati", aggiunge la ricercatrice.

Nubi nere sui più poveri del mondo. "Piove sul bagnato: molto probabilmente il cambiamento climatico acuirà le disuguaglianze di reddito nel prossimo futuro", dice Coronese, dello stesso istituto. "Le nostre proiezioni - aggiunge - non soltanto indicano che l'86% dei Paesi nel mondo diventerà più povero a causa del cambiamento climatico, ma che le disparità di reddito aumenteranno. Nel peggiore degli scenari, i Paesi che dipendono fortemente dall'agricoltura vedranno un aumento del 45% della disuguaglianza di reddito, esclusivamente come conseguenza di anomalie di precipitazione. Se consideriamo anche le anomalie di temperatura, l'aumento atteso arriva al 78%".

Scenari preoccupanti in Africa Subsahariana. Nonostante le previsioni sull'andamento del clima abbiano un alto livello di incertezza, "le prospettive sono saldamente negative", dice Lamperti. Per esempio, "nell'Africa Sub-Sahariana lo scenario più pessimista indica che la quota di reddito guadagnata dal 50% più povero della popolazione diminuirà di più del 10% come conseguenza di alterazioni nelle precipitazioni, mentre scenari ottimistici indicano effetti positivi molto piccoli", osserva Lamperti, ricercatore dell'Istituto di Economia della Scuola Sant'Anna e di RFF-CMCC (Resources For the Future - Centro Euro-Mediteranneo sui Cambiamenti Climatici). In altre aree del mondo, come l'Europa, "gli impatti proiettati sono positivi per alcuni Paesi e negativi nelle economie confinanti. Questo - aggiunge - porterebbe ad un aumento delle disparità regionali".

L'urgenza di una vera governance globale, almeno sul clima. Tutto questo rimette di nuovo in risalto l'esigenza di una governance globale delle Nazioni Unite capace di stabilire poche semplici regole su alcuni punti cruciali per la vita di miliardi di persone, con sanzioni severe per chi quelle regole non rispetta. Un'esigenza tanto più urgente quanto più risultano vane e inconcludenti le risoluzioni che si vanno prendendo ogni volta che il mondo si riunisce per le ormai celebri COP (Conference Of the Parties) dedicate ai cambiamenti climamtici e alle soluzioni condivise per tentare, spesso solo con dichiarazioni di buona volontà e comunque in modo asimmetrico, di fronteggiare l'emergenza clima. Nel novembre scorso, a distanza di un anno dalla COP 26 di Glasgow, che aveva lasciato molte più ombre e dossier aperti che luci e risposte all’altezza delle aspettative, si è svolta la COP 27 sotto la presidenza dell’Egitto, a Sharm el-Sheikh.

Le risoluzioni della COP 27. La conferenza in Egitto - si legge in un rapporto del CeSPI, Osservatorio di Politica Internazionale - ha generato solo nuovi  malcontenti, soprattutto tra i Paesi in via di sviluppo, le Organizzazioni della società civile e i movimenti giovanili per la giustizia climatica in Occidente. Solo due sono i significativi risultati che sono stati raggiunti con gli accordi siglati a conclusione della COP 27, che ha richiesto quasi due giorni extra di lavoro per siglare lo Sharm el-Sheikh Implementation Plan:

1) - è stato istituito il fondo per le perdite e i danni richiesto dai Paesi vulnerabili, ma non si è andati più in là di ciò, evitando di entrare nel merito del suo funzionamento, delle regole, dei finanziamenti e dei tempi di attuazione;

2) - è stato riaffermato l’impegno generico a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius entro il 2030.

Riflessioni su una situazione molto difficile. L'approfondimento illustra gli specifici risultati della COP 27, fornendo aggiornamenti rispetto alla situazione ereditata all’indomani della COP 26 di Glasgow di un anno prima e offrendo alcuni elementi di riflessione sulla situazione molto difficile dell’agenda e, più in generale, della governance globale sui cambiamenti climatici. In un contesto dominato dalla polarizzazione geopolitica acuita alla guerra in Ucraina e da una tensione crescente tra Stati Uniti e Cina, la strada per il cambiamento appare, purtroppo, ancora lunga e i negoziati sui tanti dossier aperti sono rimandati alla COP 28 di Dubai, alla fine del 2023, senza che ci siano al momento segnali incoraggianti per il superamento dell’impasse.