Sudan, "Qui la tregua non è mai ricominciata, si spara e si bombarda": resta da sciogliere il nodo politico ed economico del conflitto
di Carlo Ciavoni , di Carlo CiavoniROMA - C'è una tregua solo annunciata a Khartoum, stando alle testimonianze che arrivano dal Sudan. E questo nonostante le dichiarazioni incrociate di voler sospendere i combattimenti. Ieri sera sul tardi, nella capitale del Paese sono echeggiati ancora bombardamenti sporadici. Dunque, appare evidente come le divergenze tra i due uomini forti del potere in Sudan - Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, rispettivamente presidente e vicepresidente della giunta al governo, prima alleati e ora rivali - riguardano essenzialmente il futuro dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Insomma, il ritorno alla transizione democratica dipende dal loro inserimento nelle truppe regolari. I vertici dell''esercito sudanese non rifiutano questo compromesso, ma vogliono imporre le loro condizioni di ammissioni e limitarne l'integrazione. Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hededti), invece, rivendica un'ampia inclusione e, soprattutto, un ruolo centrale all'interno dello stato maggiore.
Il nodo politico ed economico. La questione cruciale è dunque quella del ruolo delle forze armate e la loro composizione- . L'esercito, infatti, in Sudan ha sempre svolto un ruolo fondamentale e detiene buona parte del potere, non solo politico, ma anche economico. Controlla molte attività fondamentali per il Paese. E qui sta anche la ragione dell'irrigidimento del capo delle Forze di supporto rapido. Ma altri problemi continuano a minare la fattibilità dell'accordo, nonostante le due fazioni annuncino tregue e disponibilità alla riapertura degli aeroporti per consentire l'evacuazione dei cittadini stranieri.
La testimonianza di un medico di Emergency. "Stando a quanto abbiamo appreso e udito, qui la tregua non c'è mai stata - racconta all'Agenzia DIRE Franco Masini dal Centro Salam di cardiochirurgia di Emergency a Khartoum, dove è coordinatore medico - ci troviamo in una zona periferica della capitale e ieri intorno alle 18, quando sarebbe dovuta scattare la seconda tregua, abbiamo sentito spari molto più forti a circa un chilometro, probabilmente nei pressi del Ponte Nilo, conteso da esercito e miliziani. Gli scontri sono continuati nella notte. Ora c'è silenzio, probabilmente gli scambi a fuoco si sono solo spostati".
Blackout, centinaia di morti e migliaia di feriti. Nella capitale del Sudan non ha retto la seconda tregua concordata ieri dall'inizio delle ostilità, sabato 15 aprile, tra esercito e paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), protagonisti di sei giorni di ostilità. Quasi 300 i morti secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, e oltre 3mila i feriti. Blackout di luce, acqua e comunicazioni in vari quartieri. Gli scontri si registrano anche in altre regioni del Paese. Al Centro Salam - letteralmente 'Centro della pace' in lingua araba - "la corrente elettrica e l'acqua non sono mai mancati", dice il medico, "ma so da alcuni colleghi nell'area dell'aeroporto che le forniture sono state interrotte".
Costretti a sottodimensionare il personale medico. A preoccupare il cardiochirurgo originario di Parma, che ha deciso di dedicare gli anni della pensione a questo centro di eccellenza a 4mila chilometri da casa - dal 2007 al Salam sono state effettuate 91.482 visite e operati 10.262 pazienti, rendendolo un punto di riferimento nella regione - il fatto che nelle prossime ore si concluderà il mese sacro di Ramadan, aprendo alle celebrazioni musulmane dell'Eid Al-Fitr, che segna la rottura del digiuno: "E' una delle feste più importanti, e dura tre giorni. Un terzo del nostro staff proviene da quartieri lontani o da altre città e vorrà tornare a casa per celebrarlo in famiglia, anche perché è dall'inizio degli scontri che è bloccato qui. Questo - avverte il responsabile - ci fa temere di restare con il personale, medico e non, sottodimensionato".
Presto mancheranno cibo e medicinali. Non è chiaro se in occasione delle celebrazioni si tenterà una terza tregua, né quali effetti potrebbe determinare, ma come evidenzia Masini "sarebbe importante implementarla e rispettarla" perché, col progredire della crisi, le sofferenze per i civili aumentano: "Inizieranno presto a scarseggiare cibo e farmaci. Nel nostro ospedale non stiamo avendo problemi, ma noi come altri non possiamo ricevere rifornimenti né dal Paese né dall'estero ha aggiunto - abbiamo anche scorte di sangue ma abbiamo finito quelle di piastrine". Il centro chirurgico ha quindi ridotto le sue attività: "Normalmente facciamo 4-5 interventi chirurgici al giorno, mentre da domenica ne abbiamo effettuati solo due. E' troppo rischioso operare senza le piastrine - una componente importante del sangue - e vogliamo evitare di dover ricorrere alla terapia intensiva", conclude il coordinatore di Emergency.