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Sudan, "Qui la tregua non è mai ricominciata, si spara e si bombarda": resta da sciogliere il nodo politico ed economico del conflitto

La testimonianza di un medico di Emergency. Spari ed esplosioni nei pressi del Ponte Nilo. Una vera tregua favorirebbe gli aiuti umanitari, ora alla fine del Ramadan. La questione dell'inserimento dei miliziani nell'esercito
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ROMA - C'è una tregua solo annunciata a Khartoum, stando alle testimonianze che arrivano dal Sudan. E questo nonostante le dichiarazioni incrociate di voler sospendere i combattimenti. Ieri sera sul tardi, nella capitale del Paese sono echeggiati ancora  bombardamenti sporadici. Dunque, appare evidente come le divergenze tra i due uomini forti del potere in Sudan - Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, rispettivamente presidente e vicepresidente della giunta al governo, prima alleati e ora rivali - riguardano essenzialmente il futuro dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf). Insomma, il ritorno alla transizione democratica dipende dal loro inserimento nelle truppe regolari. I vertici dell''esercito sudanese non rifiutano questo compromesso, ma vogliono imporre le loro condizioni di ammissioni e limitarne l'integrazione. Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hededti), invece, rivendica un'ampia inclusione e, soprattutto, un ruolo centrale all'interno dello stato maggiore.

Il nodo politico ed economico. La questione cruciale è dunque quella del ruolo delle forze armate e la loro composizione- . L'esercito, infatti, in Sudan ha sempre svolto un ruolo fondamentale e detiene buona parte del potere, non solo politico, ma anche economico. Controlla molte attività fondamentali per il Paese. E qui sta anche la ragione dell'irrigidimento del capo delle Forze di supporto rapido. Ma altri problemi continuano a minare la fattibilità dell'accordo, nonostante le due fazioni annuncino tregue e disponibilità alla riapertura degli aeroporti per consentire l'evacuazione dei cittadini stranieri.

La testimonianza di un medico di Emergency. "Stando a quanto abbiamo appreso e udito, qui la tregua non c'è mai stata - racconta all'Agenzia DIRE Franco Masini dal Centro Salam di cardiochirurgia di Emergency a Khartoum, dove è coordinatore medico - ci troviamo in una zona periferica della capitale e ieri intorno alle 18, quando sarebbe dovuta scattare la seconda tregua, abbiamo sentito spari molto più forti a circa un chilometro, probabilmente nei pressi del Ponte Nilo, conteso da esercito e miliziani. Gli scontri sono continuati nella notte. Ora c'è silenzio, probabilmente gli scambi a fuoco si sono solo spostati".

Blackout, centinaia di morti e migliaia di feriti. Nella capitale del Sudan non ha retto la seconda tregua concordata ieri dall'inizio delle ostilità, sabato 15 aprile, tra esercito e paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), protagonisti di sei giorni di ostilità. Quasi 300 i morti secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, e oltre 3mila i feriti. Blackout di luce, acqua e comunicazioni in vari quartieri. Gli scontri si registrano anche in altre regioni del Paese. Al Centro Salam - letteralmente 'Centro della pace' in lingua araba - "la corrente elettrica e l'acqua non sono mai mancati", dice il medico, "ma so da alcuni colleghi nell'area dell'aeroporto che le forniture sono state interrotte".

Costretti a sottodimensionare il personale medico. A preoccupare il cardiochirurgo originario di Parma, che ha deciso di dedicare gli anni della pensione a questo centro di eccellenza a 4mila chilometri da casa - dal 2007 al Salam sono state effettuate 91.482 visite e operati 10.262 pazienti, rendendolo un punto di riferimento nella regione - il fatto che nelle prossime ore si concluderà il mese sacro di Ramadan, aprendo alle celebrazioni musulmane dell'Eid Al-Fitr, che segna la rottura del digiuno: "E' una delle feste più importanti, e dura tre giorni. Un terzo del nostro staff proviene da quartieri lontani o da altre città e vorrà tornare a casa per celebrarlo in famiglia, anche perché è dall'inizio degli scontri che è bloccato qui. Questo - avverte il responsabile - ci fa temere di restare con il personale, medico e non, sottodimensionato".

Presto mancheranno cibo e medicinali. Non è chiaro se in occasione delle celebrazioni si tenterà una terza tregua, né quali effetti potrebbe determinare, ma come evidenzia Masini "sarebbe importante implementarla e rispettarla" perché, col progredire della crisi, le sofferenze per i civili aumentano: "Inizieranno presto a scarseggiare cibo e farmaci. Nel nostro ospedale non stiamo avendo problemi, ma noi come altri non possiamo ricevere rifornimenti né dal Paese né dall'estero ha aggiunto - abbiamo anche scorte di sangue ma abbiamo finito quelle di piastrine". Il centro chirurgico ha quindi ridotto le sue attività: "Normalmente facciamo 4-5 interventi chirurgici al giorno, mentre da domenica ne abbiamo effettuati solo due. E' troppo rischioso operare senza le piastrine - una componente importante del sangue - e vogliamo evitare di dover ricorrere alla terapia intensiva", conclude il coordinatore di Emergency.