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Myanmar, prima il ciclone, poi i monsoni: nessuna tregua per le persone sfollate nel Paese

Myanmar, prima il ciclone, poi i monsoni: nessuna tregua per le persone sfollate nel Paese
UNHCR: nello Stato di Rakhine le piogge portano ulteriori difficoltà per centinaia di migliaia di senza-casa le cui abitazioni sono state spazzate via dal ciclone Mocha
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ROMA – Ogni anno, tra giugno e ottobre, lo stato del Rakhine, in Myanmar, si prepara ad affrontare i diluvi quasi quotidiani della stagione dei monsoni. Con l’aggravante, stavolta, che i cittadini stanno già subendo le conseguenze distruttive del ciclone Mocha, la tempesta più violente che ha colpito il Paese dal 2008, quando fu il ciclone Nargis a seminare morte e distruzione.

Il ciclone e i monsoni. A maggio il ciclone Mocha ha causato problemi seri in tutto lo Stato del Rakhine. A distanza di due mesi da quando Mocha ha colpito il Myanmar occidentale e il Bangladesh meridionale, si possono ancora vedere scene di devastazione lungo le strade che partono da Sittwe, la capitale. Il paesaggio oggi è fatto di edifici senza muri, senza tetti, finestre rotte, pali elettrici caduti e infrastrutture fatiscenti. Lo Stato di Rakhine ospita oltre 228 mila sfollati interni costretti a lasciare le proprie case, negli anni passati e in quelli più recenti, a causa di violenze e conflitti intercomunali. In questa marea di gente che non ha più niente si distinguono le 157 persone di etnia Rohingya, tra i popoli più discriminati al mondo, che vivono in campi sovraffollati dal 2012.

Vivere nei campi. In quello di Dar Paing, gli oltre 12 mila sfollati interni Rohingya vivono a contatto con un suolo fatto di detriti e di acqua stagnante. Il campo è stato tra i più colpiti dal ciclone, con dieci morti registrati. Sittwe, che ospita Dar Paing, si trova alla confluenza di tre fiumi che sfociano nell'Oceano Indiano: il Kaladan, il Lay Myo e il Mayu. La città è stata travolta dalle inondazioni di Mocha, che ha provocato, solo nella capitale, un numero ancora sconosciuto di vittime. Ma la comunità di sfollati che vive a Dar Paing non ha neanche avuto il tempo di riprendersi – in migliaia vivono ancora all’aperto, senza rifugi e senza tende - perché con le piogge monsoniche appena iniziate, devono cercare di ricostruire velocemente prima che i temporali raggiungano il loro apice.

L' intervento dell’UNHCR. L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati insieme ai partner locali sta raddoppiando gli sforzi per assistere le comunità sfollate e non, portando aiuti nelle aree in cui le autorità, de facto, permettono un accesso, anche di tipo umanitario, limitato. A oggi, oltre 100 mila persone hanno ricevuto assistenza per gli alloggi e generi di prima necessità per la casa. “Il fabbisogno per il monsone di quest'anno è immenso”, spiega Federico Sersale, capo dell'ufficio dell'UNHCR a Sittwe. "Sebbene siamo stati in grado di raggiungere un gran numero di persone, è necessario un maggiore impegno in modo da poter raggiungerne ancora di più per proteggerle dalla pioggia".

Le storie. Abia Khartu, 63 anni, di etnia Rohingya, ha perso la casa e tutti i suoi averi a causa del ciclone. Ora vive in un rifugio di fortuna coperto da un telone fornito dall'UNHCR. Lo spazio all'interno è spartano, con pochi oggetti personali oltre a un materassino per dormire, un secchio, una coperta e alcuni utensili per cucinare. “Il ciclone ha distrutto 10 delle 12 latrine. Adesso ci sono lunghe attese ogni mattina e ci mancano anche gli spazi per fare il bagno per le donne», dice la trentunenne Ma Soe Yai, che vive nel monastero di Ngai Sa Rai, nel centro di Sittwe. Il monastero buddista ha offerto riparo a 35 famiglie del Rakhine costrette a scappare a causa del conflitto tra l'esercito di Arakan e le forze armate del Myanmar nel 2020. “È difficile per me stare tranquilla. Il tetto perde ogni volta che piove. Se arriva un'altra tempesta, il mio rifugio potrebbe crollare", dice Ma Soe Yai.

I divieti della giunta militare. Mentre i prezzi delle materie prime salgono alle stelle all'indomani del ciclone, la fornitura di teloni e articoli per la casa di base da parte dell’UNHCR dà un sollievo alle famiglie più vulnerabili. Ma resta ancora molto da fare. L'ONU stima che almeno 657 mila persone in tutto il Rakhine abbia ancora bisogno di aiuto per trovare un posto protetto dove vivere. Prima del ciclone erano 390 mila. Molti vivono in luoghi difficili da raggiungere anche per gli operatori umanitari a causa delle limitazioni poste dalla giunta militare. I soccorsi umanitari, infatti, sono fermi a causa dei divieti imposti dalle autorità, che consentono solo lo svolgimento delle attività concordate prima del passaggio del ciclone e proibiscono, invece, un sostegno specifico per rimediare alle conseguenze dei venti e delle piogge che hanno spazzato via case e vite. Questo significa: restrizioni sulle distribuzioni su larga scala di articoli di soccorso come generi alimentari, kit per l’igiene, bambù e teloni cerati necessari per costruire o riparare le case distrutte.

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