Mondo Solidale

Lago Ciad, nel campo per sfollati a pochi chilometri dalla riva: gente in fuga dalle incursioni violente degli jihadisti di Boko Haram

Le responsabilità umanitarie nel cuore del sistema degli aiuti di Intersos e delle Nazioni Unite

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FORKOULOM (Ciad). C’è Hawa, che chiede come mai della sua domanda di un riparo per la notte non abbia saputo più nulla. O Aisha, che non si dà pace per la scuola dei figli. Richieste nero su bianco, raccolte una a una, da inoltrare a chi deve proteggere e, proprio per questa sua speciale responsabilità, rendere conto. Siamo a Forkoulom, un campo per persone sfollate venuto su a pochi chilometri dalla riva del Lago Ciad.

Boko Haram, un nome che ritorna. Sotto un tetto di canne che ripara dal sole sono in tante ad affacciarsi, a chiedere, a spiegare difficoltà. Con le donne ci sono bambini e famiglie intere, costrette a lasciare le loro case sulle isole o in riva al Lago a causa di incursioni e violenze di gruppi armati. Boko Haram è il nome che ritorna, dietro il quale ci sono spesso realtà e organizzazioni differenti tra loro, di matrice islamista o meno, interessate però sempre alle zone pescose, alle mandrie e ai pascoli migliori.

Il lavoro umanitario. Incontriamo Hawa, Aisha e le altre nel cortile del “Centre d’information et de feedback”: un piccolo quadrato in muratura che è il cuore di un sistema di monitoraggio dell’intervento umanitario. L’Onu e le organizzazioni non governative internazionali promettono di ridurre al minimo inefficienze, ingiustizie, mancanze. Intollerabili in situazioni di emergenza, nei confronti di chi è già dovuto fuggire e prova a reinventarsi una vita tra mille difficoltà.

Il nodo dell’impegno per gli aiuti. “Monitoriamo tutta l’attività umanitaria, raccogliendo le richieste e anche le proteste delle persone, indirizzandole poi alle specifiche organizzazioni competenti affinché diano una risposta” ci dice Ahmed Gachimi, responsabile di Intersos, l’organizzazione italiana che ha il compito di coordinare il meccanismo. Mostra gli ultimi documenti pronti a essere trasmessi: con la mano indica la parola “abri”, che in francese vuol dire “riparo”, e poi Croce Rossa del Ciad, una delle organizzazioni che forniscono i servizi di assistenza. “Per ognuna c’è un referente specifico”, spiega Gachimi, “con il compito di accertare la fondatezza delle richieste e di intervenire ogni volta che sia necessario”.

La supervisione dell’ONU. Il sistema ha una supervisione dell’OCHA, l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento dell’assistenza umanitaria. Uno dei principi chiave è il rispetto della riservatezza delle informazioni. Oltre, ovviamente, a quello della trasparenza. “Le persone”, sottolinea Gachimi, “apprezzano il fatto di essere ascoltate e di poter tornare qui nel ‘Centre’ per avere risposte, spiegazioni e magari anche l’aiuto che è mancato”.

Rami intrecciati e stoffe annodate. Che i bisogni siano tanti a Forkoulom lo si capisce subito. È qui che incontriamo Fatimi Moussa, 29 anni, il volto incorniciato dall’hijab, il velo della tradizione islamica. Viveva sull’altra sponda del Lago Ciad, dal lato della Nigeria: a Baga, un villaggio di pescatori dato alle fiamme dal gruppo armato Boko Haram. Non sa dire quanti anni avessero quei due bambini che ora le siedono accanto, in lacrime mentre bruciava la casa dove vivevano con i genitori. Ricorda solo che era di venerdì mattina. “Ahmed e Aisha sono i figli dei miei vicini di casa” dice. “Erano rimasti soli, sotto shock: troppo piccoli per capire, piangevano”. Lei li ha presi per mano, seguendo chi ha avuto la fortuna di poter fuggire. “Mio marito non l’ho visto mai più” continua Fatimi, la schiena poggiata sui rami intrecciati e le stoffe annodate che tengono su la capanna, a terra la stuoia condivisa con gli ospiti. Le loro erano famiglie di pescatori. Le cose andavano bene nonostante nel corso degli anni la riva del Lago si fosse allontanata a causa di siccità più prolungate. Erano aumentate le tensioni tra le comunità ed erano divenuti frequenti gli scontri tra coltivatori e pastori per l’acqua, i capi di bestiame e i pascoli, più radi.

I ricongiungimenti familiari. Con Fatimi ci sono ancora Ahmed e Aisha, che lei prese con sé quel venerdì mattina. Di loro, come di tanti altri minori soli costretti a lasciare le rive del Lago, si sta occupando anche Intersos grazie un progetto sostenuto dall’Unione Europea. Bisogna capire se e come sia possibile identificare le persone e permettere i ricongiungimenti familiari. Fatimi sogna intanto di tornare a Baga, anche se si rende conto che la vita di prima non c’è più: i suoi familiari sono stati uccisi e comunque sarebbe troppo rischioso. Sa anche di non voler rinunciare a ciò che ha trovato a Forkoulom: quella sicurezza e quella protezione che le erano mancate per ben tre volte anche in Ciad, dopo essere fuggita dalla Nigeria. Nel campo è arrivata a piedi, insieme con Ahmed e la sorella. “A scuola riesco bene perché mi piace” confida lui, che avrà otto anni. “Dai maestri e dai compagni di classe sono stato accolto”.

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