EREVAN (AsiaNews) - Nonostante tutti gli sforzi del governo di Erevan - scrive su Asianews Vladimir Rozanskij - la popolazione fuggita dal Nagorno Karabakh, ormai ceduto all’Azerbaigian, si trova in una situazione davvero drammatica. Il governo armeno eroga sussidi nella misura di circa 235 euro e al centro di raccolta di Parakar i profughi non hanno ancora ben capito quando e come riceveranno quella somma. Uno di essi racconta: “finora non abbiamo visto alcun tipo di aiuto”. La stessa cosa confermano molti altri, tanto che a sostenere veramente i profughi sono soltanto parenti o conoscenti, come anche persone generose di propria iniziativa. Solo da poco a Parakar cominciano ad arrivare almeno letti e coperte, scrive Vladimir Rozanskij.
Gli aiuti in denaro del governo armeno. La portavoce del governo, Nazeli Bagdasaryan, ha intanto fatto sapere che la distribuzione degli aiuti in denaro saranno più efficaci nei prossimi giorni, soprattutto se coloro che non hanno titoli di credito si recheranno in banca per aprire un conto, che verrà registrato senza alcun costo. “Al momento –ha detto la rappresentante del governo armeno - stiamo incrociando i dati e mano a mano che completeremo le schede si procederà al trasferimento dei soldi”. Un altro provvedimento del governo per i profughi che non hanno residenza in Armenia riguarda un prossimo (promesso) invio mensile di circa 120 euro per pagare l’affitto e i servizi comunali. Contemporaneamente lo Stato armeno ha concesso un alloggio provvisorio a circa metà dei 100mila emigranti forzati.
La negazione delle radici cristiane. Che il lunghissimo contenzioso territoriale e il conflitto con l’Azerbaigian non avesse alcun esito positivo lo si pensava in molti, al punto che la maggior parte degli abitanti della regione aveva comunque deciso di andarsene, non fidandosi delle promesse degli azeri che comunque avevano continuato a praticare una politica sistematica di negazione delle tradizioni e della religione cristiana nelle terre occupate dall’Azerbaijan, basti ricordare – come sottolinea Asianews – che delle 83 chiese armene solo un paio si sono salvate.
L’inadeguatezza degli aiuti. C’è intanto un rapporto che esamina il ruolo delle organizzazioni non governative (ONG) – lo ha realizzato NGO Monitor – negli sforzi di costruzione della pace finanziati dall’UE nel Nagorno-Karabakh (NK). Le prove evidenziano una mancanza di controllo e una generale inadeguatezza nell’affrontare le sfide nella regione. Soprattutto, non viene preso in considerazione l’accesso fortemente limitato alla regione.
I tanti conflitti d’interesse. Il principale programma delle ONG dell’UE nella regione, il Partenariato europeo per la risoluzione pacifica del conflitto sul Nagorno-Karabakh (EPNK), è irto di conflitti di interessi. Un certo numero di ONG che attuano l’EPNK sono state incaricate di raccomandare interventi politici in NK prima dell’inizio del programma. A cinque anni dall’attuazione dell’EPNK, le stesse ONG sono state consultate dall’UE in merito alla continuazione del programma, che è stato successivamente rinnovato per una terza fase.
Non esistono resoconti dei fondi stanziati. Uno dei partner del programma EPNK, il London Information Network on Conflict and State Building non ha resoconti finanziari disponibili per tre degli anni in cui ha ricevuto i finanziamenti del programma. Inoltre ha una chiara dipendenza finanziaria dai fondi EPNK, che ammontano in media a oltre l’85% del budget dell’organizzazione. Di questa somma, oltre il 50% è stato versato all’unico dipendente dell’organizzazione in spese di consulenza e di viaggio oppure aveva nei suoi confronti debiti. Inoltre, a causa della liquidazione forzata nel 2013, LINKS non esisteva legalmente per sette mesi durante i quali, secondo quanto riferito, avrebbe ricevuto fondi dall’UE.
Poca efficacia sulla popolazione. Le attività condotte nell’ambito del programma EPNK hanno una scarsa portata verso il pubblico interessato e, in larga misura, non riescono a raggiungere gli obiettivi dichiarati di aumentare il coinvolgimento della base e facilitare una rete indipendente della società civile. Le iniziative sui social media e le reti online non sono sufficientemente promosse e hanno ottenuto poca o nessuna visibilità. Non è noto se questi risultati riflettano conseguenze indesiderate, abuso di fiducia da parte di uno o più partiti o grattacapi politici. Sembra, tuttavia, che i meccanismi esistenti dell’UE per il coinvolgimento delle ONG siano insufficienti in termini di due diligence e supervisione.