ROMA – “La storia sta guardando” ha detto a Ginevra Martin Griffith, a capo dell’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite che si occupa di affari umanitari, sottolineando la situazione disperata in cui vivono circa un milione di abitanti di Gaza, sradicati dalla vita quotidiana da quando l’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva in seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre.
Garantire l’accesso agli aiuti. “L’accesso agli aiuti è la nostra priorità assoluta. Ogni ora parliamo con gli israeliani, con gli egiziani, con gli abitanti di Gaza”, ha detto Griffiths parlando a Ginevra. E ha aggiunto di essere ottimista perché presto potrebbe essere trovata una soluzione per superare l'impasse politica che ha impedito ai convogli umanitari di attraversare il valico di Rafah, sul confine egiziano, e arrivare al sud di Gaza. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha definito la situazione a Gaza “sull’orlo dell’abisso”.
La responsabilità internazionale. “Tutti gli Stati hanno l'obbligo di aiutare, non solo quelli della regione mediorientale”, ha detto Griffith, il quale auspica che tutti gli stati diano un contributo serio e concreto per disinnescare questa che è probabilmente la fase peggiore del conflitto israelo-palestinese degli ultimi decenni. “Gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Unione Europea e il mondo arabo hanno tutti l’obbligo di garantire che la vita dei civili sia protetta e che le regole della guerra siano osservate”, ripete il capo dell’OCHA. Tra i doveri prevalgono quello di non attaccare le infrastrutture civili e di proteggere le persone quando si spostano, di garantire che arrivino gli aiuti umanitari e che siano aperti corridoi che diano ai profughi un po’ di respiro.
Gli ostaggi israeliani. Tra le questioni chiave che i diplomatici delle Nazioni Unite devono affrontare primeggia quella di garantire il rilascio dei 199 ostaggi israeliani detenuti da Hamas nella Striscia, sequestrati durante il raid del 7 ottobre. “Questa guerra è iniziata prendendo gli ostaggi. Quell’atto da solo ha acceso un fuoco che potrà essere spento solo con la liberazione degli ostaggi”, ha aggiunto Griffith. Tra gli attacchi aerei in corso a Gaza e le preoccupazioni sempre più concrete che il conflitto si estenda a tutta la regione mediorientale - soprattutto al confine settentrionale con il Libano - Griffiths ha ribadito la necessità che l'umanità prevalga.
I morti e i feriti su entrambi i fronti. Da quando è iniziata, questa guerra ha già causato la morte di 1300 cittadini israeliani e il ferimento di 3.200, mentre circa 2.750 persone sono state uccise a Gaza e più di 7.500 ferite. Sono stati uccisi anche quattordici membri del personale dell'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNWRA. "Erano insegnanti, ingegneri, guardie, psicologi e un ginecologo", ha detto domenica ai giornalisti il Commissario Generale dell'UNRWA Philippe Lazzarini. In un'intervista esclusiva con UN News, invece, il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per i territori palestinesi, Lynn Hastings, ha spiegato che nonostante l'obiettivo bellico dichiarato da Israele sia di distruggere le infrastrutture del gruppo estremista Hamas, "la sua attuale traiettoria distruggerà Gaza”.
La situazione in Libano. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inviato forniture mediche essenziali in Libano per rispondere a una eventuale crisi sanitaria nel paese. Due spedizioni sono arrivate a Beirut lunedì dall’hub logistico dell’OMS a Dubai e includono medicinali, dotazioni chirurgiche e traumatologiche sufficienti a soddisfare le esigenze di circa 800-1.000 pazienti feriti. Il Ministero della Sanità libanese sta identificando gli ospedali che hanno più bisogno di ricevere queste forniture vitali. Il sistema sanitario libanese è ormai paralizzato dalla crisi economica, dalle conseguenze dell’esplosione che avvenne nel porto di Beirut nell’agosto 2020 e dal peso della crisi dei rifugiati siriani. In Libano si registra una grave carenza di medici specializzati, di operatori sanitari, di medicinali e di attrezzature mediche. Da quando sabato scorso è esplosa la violenza tra Israele e i territori palestinesi, sono stati segnalati scontri anche al confine tra Israele e il Libano meridionale e si sono registrate le prime vittime tra i civili.
I dati dell’UNRWA. Oltre un milione di persone – quasi la metà della popolazione totale di Gaza – sono state sfollate. In 600 mila adesso si trovano nell'area centrale, tra Khan Yunis e Rafah. Di questi, quasi 400 mila sono stati accolti nelle strutture dell'UNRWA, che però non è in grado, con questo flusso, di aiutare in modo adeguato. Nonostante l’ordine di evacuazione di Israele, un numero imprecisato di sfollati interni si trova ancora oggi nelle scuole dell’UNRWA nella città di Gaza e nel nord della Striscia. Intanto il numero dei morti aumenta ma a Gaza mancano i sacchi per i cadaveri. Nei negozi locali ci sono ancora un po' di scorte di acqua - si legge su UN News - ma le razioni sono ridotte a un litro d’acqua per persona al giorno.
Il problema dell’acqua e degli ospedali. A Gaza esiste un problema serio di accesso all’acqua potabile pulita. Come ultima risorsa le persone stanno consumando quella dei pozzi agricoli, con il rischio che si diffondano malattie trasmesse dall’acqua contaminata. A causa della mancanza di elettricità i servizi vitali, tra cui quelli igienico-sanitari, sono sull’orlo del collasso. L'UNRWA sta lavorando con le autorità egiziane alla preparazione di un corridoio umanitario per portare aiuti umanitari nella Striscia. Fino a domenica solo otto centri sanitari gestiti dall’UNRWA erano operativi per i servizi sanitari primari. Ci sono un totale di 3.500 letti ospedalieri a Gaza. L'ordine di evacuazione riguarda 23 ospedali a Gaza e nel nord, per un totale di 2.000 posti letto.