ROMA – La disponibilità di acqua potabile nei campi profughi di Adré, una città di confine nel Ciad orientale, è molto al di sotto degli standard considerati accettabili e pone una grave minaccia per la salute e il benessere di circa 200 mila rifugiati sudanesi. Secondo le stime dell’UNHCR, la quantità media di acqua in tutti i campi del Ciad orientale è inferiore a sei litri al giorno, a persona, ben al di sotto dello standard di emergenza raccomandato di venti litri al giorno, a persona. Medici senza Frontiere ha allestito quindici punti di raccolta dell'acqua e scavato cinque pozzi intorno ai campi profughi, che comunque ne forniscono una quantità di gran lunga inferiore alle necessità.
La situazione sanitaria. I rifugiati nei campi profughi di Adré vivono in condizioni indecenti e malsane, il tasso di diffusione della malaria è altissimo e così le forme di diarrea acuta, soprattutto tra i bambini. Se ai problemi già esistenti – denunciano gli operatori di Medici senza Frontiere – dovessero aggiungersi epidemie dovute alla mancanza di acqua pulita, allora la situazione umanitaria sarebbe vicina alla catastrofe, soprattutto per il fatto che in questo momento i campi sono a dir poco sovraffollati. Le strutture mediche gestite da Medici senza Frontiere e da altre organizzazioni non governative stanno già operando a pieno ritmo e alla capacità massima e le opzioni di ricovero ospedaliero per i malati sono molto limitate.
Profughi in continuo aumento. La carenza d’acqua nei campi di Adré è ulteriormente aggravata dall’afflusso di persone che scappano quotidianamente dalla guerra interna e dalle violenze in Sudan e trovano rifugio in Ciad, mentre la stagione delle piogge volge al termine. Entro la fine di quest’anno, si prevede l’arrivo di altri 600 mila profughi, e dunque la pressione sulle risorse idriche esistenti nei campi sarà ancora maggiore e del tutto inadeguata a soddisfare le esigenze igieniche e sanitarie.
Il lavoro di Medici senza Frontiere. L’organizzazione in questo momento opera come Il principale fornitore di acqua nei campi, ne distribuisce circa 600 mila litri al giorno e copre oltre l'80 per cento della fornitura idrica disponibile per i rifugiati. Nonostante gli sforzi, questa quantità resta insufficiente, soprattutto in condizioni climatiche torride. Una fornitura d'acqua inadeguata costituisce un grave problema umanitario perché non permette di svolgere attività quotidiane di routine come lavare e cucinare, costringe le persone a ricorrere a fonti di approvvigionamento non sicure e facilita il rischio che si diffondano malattie trasmesse dall’acqua inquinata come la diarrea e il colera.