ROMA – Dopo oltre sei mesi dallo scoppio del conflitto in Sudan che vede contrapposte le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le milizie paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il Paese è diventato teatro della più grande crisi di sfollati al mondo. Sono più di sette milioni i sudanesi sfollati, di cui oltre cinque dall’inizio del conflitto, iniziato il 15 aprile 2023. Due terzi di loro provengono dalla capitale Khartoum, in buona parte distrutta dai bombardamenti aerei delle forze armate contro i paramilitari delle RSF, asserragliati a loro volta negli uffici governativi, negli alberghi, nei centri commerciali e nelle residenze private, adibite a magazzini e basi militari per le operazioni di guerriglia urbana.
Saccheggi e annientamento dei campi profughi. Il resto della popolazione sfollata proviene dagli stati del Darfur, regione occidentale presidiata dai paramilitari, dove il conflitto ha portato al saccheggio e alla distruzione negli ultimi mesi dei principali campi rifugiati, alimentando i flussi migratori verso ovest (Ciad), nord (Egitto) e verso est, in direzione di città relativamente più sicure, come Kassala e Port Sudan sul Mar Rosso. Oltre 300 mila rifugiati sudsudanesi sono ritornati in Sud Sudan per sfuggire alle ostilità.
Un bilancio drammatico. Venticinque milioni di persone, oltre la metà della popolazione sudanese, necessitano di assistenza umanitaria. Le vittime sono stimate intorno alle dieci mila persone. Preoccupa la crisi dell’istruzione, tra le più gravi al mondo, che conta attualmente quasi 20 milioni di bambini fuori dal sistema scolastico. La guerra flagella anche il sistema sanitario, vicino al collasso con il 70 percento delle strutture inagibili dopo i 59 attacchi armati ai danni degli ospedali in tutto il Paese segnalati dall’OMS. Manca inoltre l’accesso all’acqua potabile mentre il colera si è diffuso rapidamente colpendo molte zone urbane, compresa la capitale, con migliaia di casi e decine di vittime accertate nelle ultime settimane.
L’insicurezza alimentare. Una grave ondata di insicurezza alimentare colpisce attualmente 15 milioni di persone, di cui almeno sei a rischio carestia. Oltre che dal conflitto, all’origine dell’abbandono forzato dei terreni agricoli, l’accesso ai generi alimentari è reso più difficile dalla perdita di potere d’acquisto. L’inflazione ha raggiuto il 300 percento, in balia di un’economia nazionale il cui Pil si è contratto del 12.5 percento nel 2023, un record negativo anche se confrontato con altri scenari di crisi come Siria o Yemen.
Non sembrano esserci vie d’uscita. In rapporto al totale della popolazione sfollata, sono pochi i sudanesi che hanno varcato i confini e lasciato il Paese, circa un milione secondo l’UNHCR. Ancor meno quelli che l’hanno potuto fare in maniera regolare. Per quasi tutta l’estate l’emissione dei passaporti nazionali è rimasta bloccata, riprendendo con regolarità in alcune regioni solo a inizio settembre. Mentre i sudanesi che erano già in possesso di un passaporto, sono riusciti ad espatriare a guerra già in corso e a caro prezzo, spesso con familiari feriti o malati a carico e con le proprie abitazioni ormai saccheggiate o distrutte dai bombardamenti.
In situazioni precarie anche i più abienti. Molti di loro, anche i ceti più abbienti, vivono ora in situazioni precarie nei Paesi vicini con mezzi di sostentamento insostenibili, come i propri risparmi o gli aiuti di altri familiari all’estero, e senza alcuna tutela umanitaria dal punto di vista del diritto internazionale. Allo scoppio del conflitto, i Paesi confinanti si sono premurati di serrare i controlli all’immigrazione o revocare gli accordi di libero scambio e circolazione col Sudan. Chi ha scelto di rifugiarsi in Egitto, per esempio, il Paese che parla la stessa lingua (arabo) e di più facile arrivo, ha dovuto richiedere per la prima volta un visto d’ingresso, con tempi di rilascio anche di mesi e prezzi superiori ai mille euro, inaccessibili a molti.
Ma cè resilienza e coesione comunitarie. Un esempio di resilienza e coesione comunitaria. In questo quadro drammatico, la società civile sudanese ha dato prova di grande coesione e solidarietà, promuovendo iniziative di sostegno e assistenza a gruppi e famiglie colpite dal conflitto. Una fitta rete di organizzazioni comunitarie locali ha contribuito alla raccolta e alla distribuzione di generi alimentari e di forniture mediche, nonché alla gestione di presidi di emergenza per le cure di pronto soccorso e per raccogliere le donazioni di sangue, divenute critiche per feriti e pazienti a rischio senza accesso alle cure.
I comitati di resistenza. All’efficacia della risposta comunitaria, hanno contribuito in modo determinante i comitati di resistenza (resistance committees), le organizzazioni di quartiere che avevano sostenuto la mobilitazione pacifica durante la rivoluzione, ben radicate nel tessuto sociale e sospinte dall’intraprendenza di gruppi di donne e giovani volontari. Attraverso campagne, appelli e comunicati sui social media (whatsapp, twitter e facebook), i comitati hanno fatto al contempo da portavoce e da guida per i bisogni dei gruppi più vulnerabili, segnalando tempestivamente le zone colpite dai bombardamenti e le criticità sopraggiunte, favorendo l’accesso agli aiuti umanitari e diffondendo notizie ed espedienti utili alla sopravvivenza.
Scuole riaperte e ritorno degli sfollati. Fra queste iniziative, quelle che hanno sostenuto la riapertura delle scuole per offrire rifugio e ristoro agli sfollati, quelle per rintracciare i dispersi e ricongiungerli ai propri cari, o per il recupero dei corpi delle vittime per consentire alle famiglie di provvedere alle onoranze funebri. I volontari hanno inoltre diffuso del materiale informativo (infografiche social, volantini e manifesti) per sensibilizzare la popolazione sulle buone norme di sicurezza da adottare durante i bombardamenti, condividere recapiti per l’assistenza in caso di aiuto, e affrontare la presenza di ordigni inesplosi, ormai una realtà per le strade di Khartoum e in altre zone abitate.
Risorse scarse per rispondere alla crisi. Risposta umanitaria non all’altezza. Dopo mesi di emergenza, la risposta umanitaria locale si è indebolita a causa del depauperamento delle risorse economiche e di quelle umane, sempre più limitate rispetto alle immani esigenze provocati dal conflitto. Molte organizzazioni volontarie si sono viste costrette a razionalizzare o sospendere gli aiuti agli sfollati, come per esempio le razioni alimentari, i medicinali o altri beni di prima necessità. Nel frattempo, la risposta umanitaria internazionale non è ancora all’altezza per colmare il divario. Dei 2.6 miliardi di dollari dell’appello umanitario dell’OCHA nel 2023, meno di 900 milioni sono stati raccolti alla fine di ottobre (il 35% del totale).