ROMA – Mentre i leader mondiali sono riuniti a Dubai per la COP28, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, quasi 1,6 milioni di persone in tutto il Corno d’Africa sono state sfollate a causa delle gravi inondazioni provocate dal clima. Dopo anni di siccità che ha reso il suolo incapace di assorbire l’umidità, i temporali e le alluvioni hanno ucciso decine di persone e continuano a spazzare via interi villaggi. Al momento si registrano 746 mila persone sfollate in Somalia, più di 396 mila in Etiopia e oltre 450 mila in Kenya.
Gli aiuti umanitari. La gravità del danno, unita ai tagli dei fondi per la gran parte delle organizzazioni internazionali e non governative, significa che pochissime persone, rispetto al numero totale in stato di bisogno, ha accesso all’assistenza umanitaria. Aumenta la fame e il tasso di malnutrizione e aumentano le malattie trasmesse dall’acqua, come il colera, con un picco del 43,5 per cento registrato in Somalia. Le previsioni per il futuro immediato non lasciano sperare niente di buono anche perché dicembre è il mese in cui le piogge aumentano e potrebbero avere un impatto negativo su altre milioni di persone. “Questa emergenza mostra uno degli effetti della crisi climatica sulle persone più vulnerabili. L’acqua contaminata provoca epidemie, le inondazioni improvvise uccidono il bestiame e i forti acquazzoni distruggono i raccolti. Così aumentano l’insicurezza alimentare e la malnutrizione” spiega Ria Jusufbegovic, direttrice di Azione contro la fame in Etiopia.
In Etiopia. La regione somala dell’Etiopia è quella che conta i danni più gravi, con oltre 737.600 persone colpite. Le inondazioni hanno sommerso strade e case, contaminato le fonti d’acqua e distrutto le strutture sanitarie. Migliaia di acri di terreni coltivati e dunque i relativi raccolti sono persi e decine di migliaia di capi di bestiame sono morti, in un’area agricola considerata fondamentale per l’economia dell’intero paese. Sebbene si stiano distribuendo aiuti umanitari con gli elicotteri, la stragrande maggioranza delle persone colpite vive in aree difficili da raggiungere e non ha alcun sostegno per sopravvivere.
In Somalia. Centinaia di migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire dalle proprie case e un numero ancora più alto, circa 2 milioni, è stato colpito dai temporali e dalle alluvioni. La crisi segna la peggiore inondazione nella storia della Somalia. Nei prossimi mesi, con condizioni meteorologiche aggravate da El Nino, si teme che le piogge distruggeranno 3,7 milioni di acri di terreni agricoli.
In Kenya. Circa 450 mila persone sono state sfollate e le epidemie si stanno diffondendo rapidamente in tutto il Paese mentre le famiglie provano a difendersi dalle inondazioni. Le piogge arrivano alla fine di una siccità che ha colpito più di quattro milioni di cittadini e ha fatto precipitare molti nella spirale della povertà. Le acque alte hanno danneggiato case, aziende e centri sanitari, nonché infrastrutture chiave come gli impianti idrici. “Mentre il mondo si concentra sulla COP28, quello che sta accadendo nel Corno d’Africa è un esempio in tempo reale di come la crisi climatica sia innanzitutto una crisi alimentare”, spiega Dancliff Mbura, coordinatore per il Kenya di Azione contro la fame. I disastri legati al clima, ovvero prolungati periodi di siccità e poi inondazioni che distruggono bestiame, case, raccolti, infrastrutture e in generale la vita delle persone, sono raddoppiati negli ultimi 30 anni in tutto il Corno d’Africa.