ROMA – Il fenomeno dei bambini soldato è una delle piaghe più difficili da debellare. Ma ci sono storie che raccontano che uscire dall’inferno del reclutamento forzato e i conflitti è possibile. Nel libro “La luce oltre il buio” (Al Around editore, con la prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International), la giornalista Antonella Napoli, ha raccolto decine di testimonianze di ex piccoli combattenti che ce l’hanno fatta a non morire. Oltre alle esperienze riportate in prima persona dai protagonisti in questo libro, sono presenti resoconti e dati aggiornati su una pratica molto diffusa sia nel continente africano che in Asia e Medio Oriente.
350 mila bambini soldato nel mondo. Attualmente secondo le stime delle Nazioni Unite ci sarebbero almeno 350 mila bambini soldato nel mondo. Ragazzini strappati alle loro vite, stravolte dall’addestramento da parte di gruppi armati di guerriglieri nei loro villaggi, dove i piccoli hanno dovuto assistere alla mutilazione di molti adulti, anche dei propri genitori, e poi portati in centri di arruolamento militare per fare di ragazzini degli strumenti di guerra e all’occasione anche degli schiavi sessuali.
Portati senza scrupoli in missioni pericolosissime. Le loro missioni, spesso pericolosissime perché costretti a infiltrarsi in territorio nemico con incarichi da intelligence e rubare così informazioni essenziali a proposito di postazioni militari dell’esercito regolare e avere così gli elementi giusti per sferrare attacchi cui i bambini stessi prendevano parte.
Il messaggio finale intriso di speranza. “La prima volta che ho ucciso avevo 11 anni”. Il libro di Antonella Napoli, realizzato con contributi raccolti in Sudan, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, propone resoconti tragici e crudi di realtà troppo spesso ignorate, ma con un messaggio finale intriso di speranza.
Il racconto di Grace, 15 anni. A raccontare l’orrore di essere costretti ad uccidere a 11 anni è Grace, oggi 15enne “recuperata” grazie a un programma di disarmo nell’area del Nord Kivu, Repubblica democratica del Congo. “Ci veniva insegnato che per sopravvivere dovevamo ammazzare chi avevamo di fronte senza scrupoli, a tutti i costi, anche con metodi disumani. Diventavamo macchine da guerra. Ho combattuto a lungo poi non ce l’ho fatta più. Un giorno ho incrociato un gruppo di militari dell’esercito e ho deciso di consegnarmi a loro”.
Il percorso per uscire dall’inferno. E’ iniziato così il suo percorso per uscire dall’inferno in cui era piombata a soli dieci anni. Un percorso non facile. “La mia vita avrebbe dovuto essere più semplice, dopo la fuga dalle fila del gruppo ribelle che aveva insanguinato il mio villaggio - ricorda Grace - ma gli anni trascorsi nella boscaglia, a combattere e uccidere, sono solo una parte della mia storia. Mi hanno rapita quando avevo 10 anni. Sono stata violentata e costretta a combattere. Ho paura di avere contratto delle malattie sessuali perché ho sempre dolore alla pancia. Una volta mi hanno stuprata a turno in 12. Pensavo di morire. Mi hanno sbattuta talmente forte a terra che in parte ho perso l’udito. Da allora ogni notte ho gli incubi, mi sento una nullità. Ricordo ancora addosso il loro peso, porto i segni di quella violenza come cicatrici indelebili, e a volte vorrei strapparmi via la pelle”. Grace però non ha perso la speranza di poter un giorno ritrovare la serenità.
"Per favore, qualcuno mi racconti delle favole”. “Sono cresciuta – dice ancora Grace - non sono più una bambina ma ancora desidererei che qualcuno mi raccontasse le favole per riuscire a dormire. A volte mi sento come se avessi cinque anni, altre volte cento. Amo tanto la vita e la gente. Non si può capire quanto... Vorrei riuscire a provare le sensazioni normali che provano gli altri, a fermare il tormento inarrestabile dei miei ricordi. Non sarà facile ma intanto ho ricominciato a sorridere. Sono più serena. Sono viva”.