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Mali: dopo dieci anni la missione di pace MINUSMA dell’ONU completa il ritiro dal Paese, che intanto vive una profonda crisi per i diritti umani

Mali: dopo dieci anni la missione di pace MINUSMA dell’ONU completa il ritiro dal Paese, che intanto vive una profonda crisi per i diritti umani

Il ruolo della presenza delle Nazioni Unite era diventato insostenibile dopo la presa del potere da parte dei militari nel 2020

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ROMA – Il 31 dicembre si è conclusa la missione ONU in Mali, la cosiddetta Minusma, che per dieci anni ha provato a lavorare alla costruzione della pace nel Paese del Sahel. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha elogiato il ruolo chiave svolto dalla Missione internazionale nel garantire il rispetto del cessate il fuoco come parte dell’accordo di pace e riconciliazione stretto nel 2015 tra Bamako e i gruppi ribelli del Nord, così come nel processo di transizione del Paese, dove i militari hanno preso il potere con la forza nel 2020. La ritirata di MINUSMA mette fine all’impegno avviato nel 2013 di fronte al dilagare del jihadismo, che in pochissimo tempo ha seminato violenza in Mali come nei Paesi vicini: Niger e Burkina Faso, uccidendo migliaia di persone e provocando lo sfollamento di milioni di altre. Come denunciato più volte da Amnesty International.

Le perdite umane ed economiche. Guterres ha ricordato i 311 membri del personale MINUSMA che hanno perso la vita al servizio della pace e gli oltre 700 feriti, vittime principalmente degli attacchi condotti dai gruppi affiliati ad Al- Qaeda e dall'organizzazione dello Stato Islamico. Tra tutte le missioni ONU degli ultimi anni, la MINUSMA, con i suoi quindicimila soldati e agenti di polizia provenienti da dozzine di paesi diversi, è quella che ha pagato di più in termini di vite. Eppure, nonostante l’impegno finanziario e di dispiegamento umano, la missione è stata a lungo criticata dai maliani, che ne hanno sottolineato l’incapacità di arginare la crisi di sicurezza dilagante nel Paese. I funzionari delle Nazioni Unite hanno sempre obiettato che il compito di Minusma non era quello di combattere i jihadisti, ma di garantire che l’accordo di pace con i separatisti del nord, che non sono jihadisti, venisse rispettato, che i diritti umani venissero tutelati e che il governo del Mali stabilizzasse il centro del paese, che nel corso degli anni è diventato un’altra fonte di violenza.

Il ritiro. La Missione ONU ha così deciso di lasciare il Mali su richiesta delle autorità di Bamako, anche in virtù dell’intensificarsi della violenza dopo la presa del potere da parte dei militari. La giunta militare ha effettuato un cambiamento di rotta anche dal punto di vista strategico: ha rotto la vecchia alleanza con la Francia, l’ex potenza colonizzatrice, e si è avvicinata, sia militarmente che politicamente, alla Russia. Il capo della diplomazia maliana, Abdoulaye Diop, aveva chiesto a giugno, al Consiglio di Sicurezza, che MINUSMA si ritirasse “senza indugio”, poiché aveva fallito il suo compito e non poteva più essere considerata come una soluzione ai problemi di sicurezza del Mali, ma addirittura come parte del problema stesso.

I diritti umani. Secondo l’Organizzazione Non Governativa ACLED, da gennaio a novembre 2023 nel Paesi sono stati registrati 1425 incidenti legati alla sicurezza e alla minaccia terroristica, con un incremento del 12,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2022. Lo scorso settembre l’Ufficio per il Coordinamento degli aiuti umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) ha contato oltre 391.961 sfollati in tutto il Paese, principalmente nelle zone centrali e settentrionali, che sono i due principali focolai delle ostilità. La ripresa delle ex basi di MINUSMA a partire dal mese di ottobre da parte delle Forza Armate maliane ha poi inasprito le tensioni e causato lo sfollamento di altre migliaia di persone soprattutto nella regione di Kidal.

I nuovi sfollati. Avendo perso il lavoro e le fonti di reddito, i nuovi sfollati oggi vivono grazie all’assistenza umanitaria e alla solidarietà dei villaggi che li ospitano. Il Nord del Paese continuerà a vivere sull’orlo della carestia almeno fino a maggio 2024 - si legge nel rapporto dell'OCHA - a causa dei prezzi elevati del cibo e dell’impossibilità, per molti maliani, di trovare un lavoro proprio a causa della violenza e dell'insicurezza generale. La partenza di MINUSMA nelle regioni settentrionali purtroppo farà peggiorare la situazione perché sarà più facile per i gruppi armati aumentare la repressione contro i civili e bloccare, di conseguenza, anche l’ingresso e la circolazione degli aiuti umanitari.

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