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Angola, Zambia, Burundi: le situazioni umanitarie più gravi e meno raccontate del 2023 sono tutte in Africa

Per l’ottavo anno l’organizzazione Care International pubblica il rapporto “Rompere il silenzio” per far luce sulle crisi dimenticate
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ROMA – Dall’Angola allo Zimbabwe le dieci crisi meno raccontate del 2023, secondo i dati diffusi da Care International, sono tutte in Africa: 273.279 articoli online hanno commentato il film di Barbie, ma solo 1.049 hanno analizzato i problemi umanitari in Angola. Lo stesso vale per lo Zambia, che con 1,35 milioni di persone sull’orlo della fame ha attirato meno attenzione dell'iPhone 15. Per le Nazioni Unite nel 2024 circa 300 milioni di persone in Africa avranno bisogno di assistenza.

Angola. La prima cosa che viene in mente quando si pensa a questo grande Paese costiero dell’Africa sud-occidentale è la guerra civile. Durata più di dieci anni, ha ucciso oltre 500 mila persone e ha lasciato sul terreno un milione di mine antiuomo che hanno già ferito, anche in modo letale, più di 85mila angolani. Oggi il Paese è esposto a tutte le conseguenze più estreme del cambiamento climatico, tra siccità prolungata, inondazioni improvvise e incendi boschivi che bloccano lo sviluppo economico. L’85 per cento degli angolani vive di agricoltura, ma la mancanza di piogge, soprattutto a sud, ha portato a un calo significativo della produzione. In Angola due milioni di bambini hanno bisogno di assistenza alimentare, la malnutrizione è una piaga, i servizi igienico-sanitari sono molto carenti e le disuguaglianze di genere ancora molto radicate. Il 28 per cento della popolazione non ha accesso all’acqua potabile.

Zambia. Non è molto diversa la situazione umanitaria nello Zambia, alle prese con gli effetti del cambiamento climatico che si manifesta con lunghi periodi di siccità che ostacolano l’agricoltura, interrotti da inondazioni violente che distruggono i campi e le poche coltivazioni resistenti. In Zambia oltre il 60 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà con 1,90 euro al giorno e 1,35 milioni di persone soffre la fame.

Burundi. L’ultima volta che questo piccolo paese dell’Africa orientale ha fatto notizia in Europa è stata nell’estate del 2023, quando dieci giocatori di pallamano burundesi sono scappati dalla Coppa del Mondo Under 19 in Croazia per andare in Belgio, dove hanno fatto richiesta di asilo. Il Burundi vanta una serie di primati: è uno dei Paesi più popolosi del mondo, con il PIL pro capite più basso, si colloca infatti al 187° posto su 191 nell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite e conta oltre 250 mila rifugiati nei Paesi limitrofi: Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Tanzania e Uganda. Secondo il Programma alimentare mondiale 5,6 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione cronica.

Senegal. L’aumento del prezzo dei generi alimentari – fino al 17 per cento e per i cereali fino al 60 per cento - dovuto soprattutto alla guerra in Ucraina, non ha risparmiato il Senegal dove oggi 1,4 milioni di persone non ha abbastanza cibo: il 60 per cento in più rispetto al 2022. Come molti paesi dell’Africa occidentale, Dakar risente degli effetti della crisi climatica. Le stagioni piovose e quelle asciutte sono diventate più intense e meno prevedibili. Le piogge, quando arrivano, si trasformano in inondazioni e la stagione secca, invece, è sempre più lunga. L’8 per cento dei senegalesi sopravvive grazie agli aiuti umanitari.

Mauritania. 1,1 milioni di persone dipendono dagli aiuti, oltre 500 mila mauritani non hanno abbastanza cibo e il 22 per cento di essi – quasi uno su quattro – vive in miseria. La povertà è particolarmente diffusa nelle regioni rurali, dove le persone campano di agricoltura che però anche in Mauritania, come nella gran parte dei paesi africani, avrebbe bisogno di progetti innovativi e fondi per adeguarsi al cambiamento climatico che influenza il calendario della semina e del raccolto. Il 12,5 per cento dei bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni è costretto a lavorare per aiutare le famiglie. Molte persone si stanno rifugiando in Mauritania per scappare dalla violenza in Mali, ma il Paese non ha risorse per garantire né alloggi sicuri né aiuti adeguati. I matrimoni e le gravidanze precoci sono ancora la principale causa di abbandono scolastico femminile.

Repubblica Centrafricana. Per dieci anni il conflitto armato ha condizionato la vita delle persone nel Paese, causando sfollamenti, carenza di cibo e carburante, accesso limitato all’istruzione e violenza contro le donne: 3,4 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Nella Repubblica Centrafricana una persona su cinque è sfollata interna o è fuggita nei Paesi vicini. Con una media di sei nascite per donna, Bangui vanta uno dei tassi di natalità più alti al mondo. Il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni, invece, è il sesto più alto al mondo: 116 ogni 1.000. Solo il 55 per cento degli studenti completa la scuola primaria.

Camerun. Il Paese sta affrontando tre crisi contemporaneamente: quella del Nord-Ovest e del Sud-Ovest scaturita dal conflitto tra le forze armate nazionali e i gruppi separatisti, quella del bacino del Lago Ciad e la crisi dei rifugiati nella Repubblica Centrafricana. 4,7 milioni di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria: una persona su sei. Più di due milioni di persone sono sfollate all’interno del Paese, a cui si aggiungono 639 mila rifugiati provenienti dalla Repubblica Centrafricana e dalla Nigeria. Tre milioni di persone soffrono la fame e la crisi è destinata a peggiorare.

Burkina Faso. Conflitto armato, colpi di stato, sfollamento di massa: il Burkina Faso attraversa da anni una profonda instabilità politica e sociale. Dal 2015 questo piccolo Stato senza sbocco sul mare è scosso da attacchi continui, anche ai confini con il Mali e il Niger. La violenza ha spinto sempre più persone ad abbandonare le proprie case. All’inizio del 2019 nel Paese c’erano meno di 50 mila sfollati interni, a marzo 2023 erano più di due milioni, principalmente donne e bambini. In Burkina Faso il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e 4,7 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari.

Uganda. Ospita più di 1,5 milioni di rifugiati – un tasso di accoglienza superiore a qualsiasi altro stato africano - provenienti principalmente dal Sud Sudan, dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia e dal Burundi. Oltre il 90 per cento di essi vive in campi disseminati nelle zone settentrionali e occidentali. Il problema è che l’aumento dei numero di profughi esercita una pressione sulle comunità locali, che non hanno gli strumenti e le risorse adeguate ad accogliere così tante persone. Il Paese infatti è uno dei più poveri del mondo, con un prodotto interno lordo di 880 euro pro capite all’anno, stando ai dati del 2022.

Zimbabwe. Sedici milioni di abitanti, di cui la metà vive in povertà estrema a causa dei bassi redditi, della cronica carenza di cibo, dell’inflazione e degli effetti del cambiamento climatico. Il 70 per cento della popolazione dipende dall’agricoltura che a sua volta viene alimentata solo dalla pioggia, il che significa che quando la stagione secca dura più a lungo, i raccolti si perdono. I numeri della fame in Zimbabwe annunciano una crisi gravissima: il 29 per cento della popolazione che vive nelle campagne non ha abbastanza cibo, nelle città si arriva al 29 per cento e il 27 per cento dei bambini ha un rallentamento della crescita.

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