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Sudan, l’orrore della guerra: sui social media i militari delle Forze Armate sfilano con le teste decapitate di un gruppo di studenti nel Nord Kordofan

Sudan, l’orrore della guerra: sui social media i militari delle Forze Armate sfilano con le teste decapitate di un gruppo di studenti nel Nord Kordofan

Un nuovo dossier delle Nazioni Unite racconta nel dettaglio le violazioni e gli abusi commessi sul fronte di guerra

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ROMA – Il conflitto armato in Sudan, esploso ad aprile 2023, ha provocato la morte di migliaia di civili, lo sfollamento di milioni di persone sia all'interno dei confini che oltre, la distruzione di proprietà e l’arruolamento di bambini. I combattimenti ormai toccano l’intero Paese, come documenta un ampio rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).

La denuncia. Il dossier descrive nel dettaglio i molteplici e indiscriminati attacchi commessi tra aprile e dicembre 2023 sia da parte delle Forze armate sudanesi (SAF) sia da parte delle Forze di supporto rapido (RSF) in aree densamente popolate, compresi i siti che attualmente ospitano gli sfollati interni, in particolare nella capitale Khartoum, nel Kordofan e nel Darfur. “Da quasi un anno, ormai, le testimonianze provenienti dal Sudan parlano di morte, sofferenza e disperazione. Il conflitto sta seminando ovunque violazioni e abusi dei diritti umani e non si vede ancora la fine di tutto questo”, commenta Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il dossier dell’OHCHR, appena pubblicato, offre una lettura ancora più dolorosa di quanto si potesse immaginare della tragedia che il popolo sudanese vive dall’aprile 2023 e sottolinea, allo stesso tempo, la necessità di porre fine ai combattimenti e di spezzare il ciclo di impunità che questa guerra sta generando. L’unica via perché ciò accada, ovvero l’unica via perché ritorni la pace – spiega ancora Türk – è che si avviino i colloqui per ristabilire un governo civile.

Le cronache di questi mesi. Proprio questa settimana una serie di video esaminati dall’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite sono la terribile testimonianza di quello che potrebbero avere vissuto un gruppo di studenti che viaggiavano su una strada nello stato del Nord Kordofan, nella città di El-Obeid. Secondo le prove raccolte i ragazzi sarebbero stati tutti decapitati dai militari delle Forze Armate Sudanesi, che in un video pubblicato sui social media il 15 febbraio si vedono sfilare con le teste mozzate delle vittime mentre intonano insulti a sfondo etnico. I ragazzi sarebbero stati brutalmente uccisi perché etichettati come appartenenti alle RSF. Tutto il dossier si basa sulle interviste a 303 persone, alcune vittime e altre testimoni, tra cui dozzine condotte in Etiopia e nel Ciad orientale, nonché sull’analisi di fotografie, video, immagini satellitari e altre informazioni open source. Le prove raccolte dagli esperti ONU mostrano come entrambe le parti in conflitto abbiano utilizzato, su aree vaste e densamente popolate, armi esplosive come missili lanciati da aerei da combattimento, veicoli aerei senza pilota, armi antiaeree e proiettili di artiglieria.

A Khartoum. Ad aprile, in due distinti incidenti avvenuti nella capitale, otto missili lanciati dalle SAF hanno provocato la morte di almeno 45 persone. A giugno, invece, due colpi di artiglieria sparati dalle RSF hanno colpito il Libya Souq, un mercato della città di Omdurman, situata sulla riva occidentale del Nilo a sei chilometri da Khartoum e che insieme a quest’ultima e a Bahri rappresenta il principale centro culturale ed economico del Sudan, uccidendo almeno 15 civili. Il 28 settembre i proiettili delle RSF sono esplosi in una stazione degli autobus sempre a Omdurman e hanno provocato la morte di almeno altre dieci persone.

Nel Darfur. Migliaia di persone sono state uccise negli attacchi portati avanti dalle RSF, alcuni dei quali causati da spinte esclusivamente etniche. Il rapporto rileva che tra maggio e novembre 2023, le RSF e le milizie arabe alleate hanno effettuato almeno 10 aggressioni armate contro i civili a El-Geneina, la capitale del Darfur occidentale, uccidendo migliaia di persone, la maggior parte delle quali appartenenti alla comunità etnica africana Masalit. Altri omicidi indiscriminati commessi sempre dalle RSF e dai suoi alleati sono avvenuti nelle città di Morni e Ardamata, dove in una fossa comune sono stati ritrovati ottantasette corpi. A metà dicembre più di 6,7 milioni di persone risultavano sfollate a causa di questo conflitto, sia in Sudan che nei paesi vicini. E anche se non si hanno ancora dati certi su quanti siano gli sfollati oggi, secondo l’OHCHR il numero di sudanesi costretti ad abbandonare case e villaggi ha superato la quota di otto milioni.

Gli abusi sessuali. Diventati ormai una vera e propria arma di guerra, il dossier denuncia che al 15 dicembre 2023 almeno 118 persone, tra cui diciannove bambini, avevano subito violenze sessuali. Molti degli stupri sono stati commessi dai membri delle RSF, nelle case e per le strade. Una donna è stata sequestrata e detenuta in un edificio e sottoposta a violenza sessuale di gruppo per trentacinque giorni. Su un numero così grande di vittime, solo quattro persone sono riuscite a denunciare gli abusi. In Sudan lo stigma della violenza sessuale ricade ancora sulle vittime più che sugli aggressori e prevale una generalizzata sfiducia nel sistema giudiziario, che spinge molti a non denunciare anche per paura di subire ritorsioni.

I bambini soldato. L’Autorità popolare per il sostegno alle Forze Armate Sudanesi – rileva il dossier ONU – avrebbe armato oltre 255 mila giovani in tutto il Sudan per portarli a combattere. Alla chiamata alle armi avrebbero risposto anche le comunità africane Fur, Masalit e Zaghawa, che hanno quindi arruolato i propri bambini per questa guerra di cui al momento non si vede la fine. Allo stesso modo le RSF hanno reclutato i più piccoli tra le tribù arabe del Darfur e del Kordofan. “Alcune di queste violazioni equivalgono a crimini di guerra”, commenta Türk. Per il quale, perché un giorno si possa sperare nella pace, si dovrebbero svolgere delle indagini imparziali e tempestive su quanto sta accadendo in Sudan da quasi un anno e tutti i responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani dovrebbero essere assicurati alla giustizia.

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