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Ambiente, povertà e diritti di chi lavora: i disastri del “colonialismo dello scarto”, gli esempi dell’industria tessile e dello smaltimento delle navi

Ambiente, povertà e diritti di chi lavora: i disastri del “colonialismo dello scarto”, gli esempi dell’industria tessile e dello smaltimento delle navi
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ROMA – Il consumo di prodotti tessili è al terzo posto per consumo di suolo e acqua nella catena del valore, e al quinto posto rispetto alle risorse materiali ed emissioni di gas serra. Lo si apprende da Inter Press Service. C’è poi da aggiungere che i tessili provocano pressioni e impatti da parte delle loro sostanze chimiche sull’ambiente e sul clima. La tendenza, ormai da anni affermata, di vendere in Africa e in Asia circa il 90% di tutti i rifiuti usati delle imprese del comparto tessile occidentali, secondo una logica che non a caso viene definita del “colonialismo dello scarto”. E questo dopo aver trasformato molti Paesi del mondo povero in fabbriche a basso costo, per commercializzare in Europa a prezzi più alti i prodotti dell’abbigliamento, con maggiori profitti.

La discarica degli abiti usati. Dunque, il 90% degli indumenti usati e dei rifiuti tessili prodotti dai paesi europei viene spedito in Africa e in Asia. L’Agenzia europea per l’ambiente ha più volte fatto richiami per segnalare i danni provocati non solo dai tessuti scartati ma dalle sostanze sintetiche che formano i tessuti e la plastica che contengono. L’Europa, insomma, si trova di fronte un’altra sfida che ha molto a che fare con la sostenibilità ambientale e con le ricadute che fenomeni di degrado nei Paesi poveri producono in termini di pressione migratoria. Numerosi studi dell’economia circolare confermano infatti come l’industria tessile dei Paesi europei e i rifiuti che producono hanno pesantissimi impatti sull’ambiente e un ruolo importante nel fenomeno del cambiamento climatico, a sua volta origine dell’aumento delle crisi alimentari e delle migrazioni.

E c’è poi lo smaltimento delle navi a basso costo. Nonostante la maggior parte delle navi sia posseduta e controllata da economie ad alto reddito - UE, Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone - circa l'80% è demolito solo in tre Paesi - Bangladesh, India e Pakistan - utilizzando un metodo di spiaggiamento che è inquinante e pericoloso.La demolizione navale è un’attività da sempre a basso costo. Sono nel Sud Est asiatico i cantieri principali dove si svolgono queste attività di sfruttamento della mano d’opera a pochi dollari l’ora. Ogni anno vengono demolite per spiaggiamento sul bagnasciuga nove mercantili su dieci alla fine del loro ciclo operativo. I centri di demolizione più importanti si trovano ad Alang (India), Chittagong (Bangladesh) e Gadani (Pakistan). Si tratta di luoghi dove il lavoro delle persone addette allo smantellamento dei mercantili lavorano senza alcun rispetto degli standard minimi di sicurezza personale e ambientale.

L’inquinamento delle coste del Ghana. In Ghana, ad esempio, la crescita economica ha anche portato ad un consistente sviluppo delle infrastrutture dei porti, attraverso i quali il governo di Accra ambisce a divenire il principale hub marittimo dell’Africa occidentale. Come spesso accade però questa ambizione produce una serie di contraddizioni, sia in termini ecologici che di osservanza dei diritti dei lavoratori, legate appunto alla demolizione delle navi, che generano altissimi livelli di inquinamento e impatti dannosissimi.

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