Mondo Solidale

Hormuz, anche il cibo non passa e a soffrire è chi il cibo ce l’ha (e neanche sempre) col misurino

Hormuz, anche il cibo non passa e a soffrire è chi il cibo ce l’ha (e neanche sempre) col misurino

il blocco navale dello Stretto ha effetti catastrofici sulle popolazioni dove già scarseggia il cibo. I rapporti di UNICEF, FAO e WFP

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ROMA – L'Indice dei prezzi alimentari della FAO ad aprile ha raggiunto quota 130,7 punti: è il terzo rialzo mensile. Non succedeva da quattro anni. A lievitare bruscamente sono stati i prezzi degli oli vegetali, della carne, del grano. Il blocco dello Stretto di Hormuz, sta dunque sconvolgendo l'economia del mondo. La parte ricca è attraversata dal timore di dover, dall’oggi al domani, ridimensionare i propri standard di vita quotidiana, tra file ai distributori e assalti ai supermercati. C’è poi la parte povera del mondo dove quel blocco porta disgrazie a catena assai più gravi: un mondo popolato da 700 milioni di individui che vivono con 2.15 dollari al giorno e altri 3 miliardi che tirano a campare con 6.15 dollari al giorno.

Il luogo strategico per miliardi di persone. Da quando Usa e Israele hanno deciso di attaccare l'Iran - ognuno con le sue ragioni - quel tratto di mare tra il Golfo Persico dal Mare Arabico, si è svelato al mondo un luogo, prima semi sconosciuto, carico di presagi e significati geopolitici per la vita di miliardi di persone. Da lì non transita solo petrolio, ma anche oltre il 30% dei composti indispensabili per le produzioni alimentari del Pianeta, transitano tutti quei concimi che nutrono l’agricoltura globale.

I rischi di nuove pressioni migratorie e sconvolgimenti politico-istituzionali. A preoccupare i responsabili delle Agenzie Onu che si occupano di agricoltura e alimentazione (FAO, IFAD e WFP) sono numerosi Paesi africani, dove la cronica incertezza alimentare rischia di generare un aumento delle emigrazioni e deflagrare in rivolte di massa e stravolgimenti politico-isituzionali, peraltro in Paesi già fragili e governati da classi dirigenti con attitudini repressive e sanguinarie.

L’esempio del Sudan e la differenza tra crisi acute e croniche. In Sudan, ad esempio, secondo un report di oggi di UNICEF/FAO/WFP, quasi 19,5 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Questo in concreto vuol dire che le persone non hanno accesso ad una quantità sufficiente di cibo sicuro e nutriente, tanto che il loro sostentamento è minacciato nell'immediato. E’ una crisi improvvisa e gravissima, causata da conflitti, disastri climatici o shock economici. Una condizione che si differenzia dall’insicurezza alimentare cronica, che invece è persistente nel tempo e produce alla fine gli stessi effetti, fino alla morte per fame.

Un’incertezza alimentare definita “catastrofica”. L’analisi mostra che quasi 135.000 persone stanno affrontando un’insicurezza alimentare catastrofica (nella Fase 5, la massima) in 14 zone critiche nel Darfur, nel Darfur meridionale e nel Kordofan meridionale e sarano a rischio di carestia nei prossimi mesi. Più di cinque milioni di persone sono classificate nella fase 4, dell’ emergenza e altri 14 milioni si trovano nella Fase 3 dell'IPC e cioè di crisi. Le previsioni non sono ottimistiche, perché in un orizzonte vicino s’intravvede un peggioreranno ulteriormente, durante la stagione di carestia tra giugno e settembre.

L’esempio del Bangladesh. E’ un Paese con 175 milioni di abitanti - il 36% dei quali in condizioni di povertà e il 18,7% in povertà estrema - che importa oltre il 30% di fosfato biammonico dall’Arabia Saudita e altri fornitori del Golfo. Già 5 impianti di fertilizzanti sono stati chiusi per mancanza di gas. Le scorte nazionali dureranno fino a giugno, poi… non si sa.

Si allarga il perimetro del rischio. Jorge Moreira da Silva – Il capo della task force dell'Onu sullo Stretto di Hormus – ha allargato il perimetro del rischio, coinvolgendo Sudan, Somalia, Mozambico, Kenya, Sri Lanka, che sono i Paesi più dipendenti dai fertilizzanti del Golfo. Nell’Africa subsahariana, Somalia, Kenya, Tanzania e Mozambico sono particolarmente esposti per via dell'alta dipendenza dalle importazioni di fertilizzanti. Anche una riduzione del 10% nella disponibilità di fertilizzanti potrebbe tradursi in un calo del 25% di mais, riso e grano coltivato nella mega-area subsahariana. Moreira da Silva è stato chiaro: senza una soluzione immediata, più di 45 milioni di persone potrebbero soffrire letteralmente la fame.

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