ROMA – La Giornata internazionale dei bambini scomparsi – che si celebra il 25 maggio di ogni anno, in ricordo di Etan Patz, un bambino statunitense di 6 anni rapito a New York il 25 maggio 1979 – offre l’occasione per allargare lo sguardo a una delle emergenze più sommerse dei conflitti armati: la scomparsa, il rapimento e la separazione forzata dei minori. Un fenomeno che il più recente rapporto del Segretario Generale ONU sui Bambini e i Conflitti Armati inquadra tra le sei gravi violazioni commesse contro i bambini nei contesti di conflitto. Una realtà che impone una riflessione non solo sul piano della sicurezza e della tutela internazionale, ma anche sul fronte culturale ed educativo.
Come contrastare l’esclusione delle vittime e aprire un confronto pubblico. Mentre i conflitti continuano a dilagare, come prevenire la scomparsa dei bambini? E come contrastare la stigmatizzazione delle vittime, trasformando gli abusi un tema di confronto pubblico per coinvolgere le nuove generazioni, la società civile e le istituzioni internazionali? Una risposta possibile arriva dall’impegno dell’Universities Network for Children in Armed Conflict -- Unetchac, la rete accademica internazionale che riunisce oltre 40 atenei nel mondo per concentrare il proprio impegno sulla tutela dei minori coinvolti nei conflitti armati, sulla difesa dei diritti umani e sulla costruzione di percorsi di pace. Attraverso attività di ricerca, formazione, sensibilizzazione e cooperazione accademica, UNETCHAC lavora per colmare uno dei vuoti più gravi che ancora caratterizzano questo fenomeno: la mancanza di dati e strumenti di monitoraggio del fenomeno nel post-conflitto.
Il più recente Report del Network. Raccoglie i risultati del progetto internazionale “Rebirth: Empowerment and Rehabilitation of Children in Armed Conflict, with a Focus on Girls”, sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nell’ambito del V Piano Nazionale italiano collegato alla Risoluzione 1325 dell’ONU su “Donne, Pace e Sicurezza”.
I bambini invisibili. Molti dei dati raccolti dal Report si concentrano proprio sulla scomparsa dei minori. Secondo l’analisi svolta dagli esperti, ricercatori e giuristi di UNETCHAC, ma anche dai giovani costruttori di pace provenienti dalle aree di conflitto, i conflitti armati rappresentano oggi una delle principali cause di scomparsa dei bambini nel mondo. Durante evacuazioni, sfollamenti e fughe dalle aree di combattimento, migliaia di minori vengono separati dalle famiglie, trasferiti illegalmente, deportati o restano senza alcuna identificazione. Altri finiscono nelle reti della tratta, vengono reclutati da gruppi armati o attraversano frontiere senza documenti né protezione. È così che nascono quelli che UNETCHAC definisce “bambini invisibili”: minori non registrati in alcun sistema ufficiale, impossibili da tracciare e quindi esclusi da protezione, cure, istruzione e ricongiungimenti familiari.
Ucraina, Gaza e Sudan: la geografia della scomparsa. Il fenomeno assume dimensioni drammatiche in molti scenari di conflitto. In Ucraina, dall’inizio dell’escalation della guerra nel 2022, oltre 19.000 minori risultano deportati o trasferiti illegalmente. Migliaia di altri hanno perso i contatti con le famiglie durante evacuazioni e occupazioni territoriali.
Nella Striscia di Gaza, migliaia di bambini risultano dispersi sotto le macerie o separati dai genitori durante gli sfollamenti di massa. La distruzione di ospedali, registri civili e infrastrutture rende estremamente difficile identificare i minori e ricostruire i legami familiari.
In Sudan, la guerra civile ha provocato una delle più grandi crisi di sfollamento infantile al mondo: oltre cinque milioni di bambini costretti a lasciare le proprie case, con un rischio crescente di sfruttamento, tratta e reclutamento armato.
Ma dietro le cifre si nasconde una realtà ancora più profonda. La scomparsa di un bambino non significa soltanto perdita fisica. Significa spesso perdita dell’identità, della memoria familiare, della protezione giuridica e dell’appartenenza sociale.
I minori separati dalle famiglie. Il loro destino è quello di essere preda dello sfruttamento sessuale, del lavoro forzato, della marginalizzazione sociale e del reclutamento da parte di gruppi armati. Molti restano esclusi dai sistemi scolastici e sanitari, senza alcuna possibilità concreta di reinserimento.
Oltre 41.000 violazioni contro i minori. Mentre i sistemi di protezione restano insufficienti Il Report ONU sui Bambini e i Conflitti Armati conferma un quadro globale sempre più grave: nel 2024 sono state verificate oltre 41.000 gravi violazioni contro minori nei contesti di guerra, tra uccisioni, mutilazioni, rapimenti, violenze sessuali e reclutamenti forzati. Ancora più allarmante è l’aumento delle cosiddette “violazioni multiple”: casi in cui i bambini subiscono contemporaneamente rapimento, sfruttamento, violenza sessuale e reclutamento armato.
La risposta internazionale resta ancora insufficiente. Il Network chiede il rafforzamento dei sistemi di identificazione dei minori, una maggiore cooperazione tra Stati e organizzazioni umanitarie, accesso continuo alle aree di conflitto e la creazione di banche dati internazionali condivise per il tracciamento dei bambini scomparsi.
Ma ritrovare i bambini non basta. “Senza programmi stabili di identificazione, supporto psicologico, recupero dell’identità legale e reintegrazione familiare e sociale, molti di questi minori rischiano di restare esclusi in modo permanente dai sistemi di protezione, intrappolati in cicli di violenza, sfruttamento ed emarginazione anche dopo la fine dei conflitti”, sottolinea Laura Guercio, Segretario Generale di UNETCHAC e Prof.ssa associata presso Università degli Studi LINK di Roma.
Il problema riguarda in modo particolare anche le bambine. Loro spesso sono invisibili persino nei programmi di reintegrazione. Molte di loro subiscono matrimoni forzati, violenze sessuali e gravidanze precoci, ma non vengono riconosciute come vittime perché non considerate formalmente “combattenti”.
L’arruolamento nei gruppo armati. In alcuni Paesi, inoltre, i minori reclutati o costretti a collaborare con gruppi armati vengono trattati come criminali e detenuti sulla base di leggi antiterrorismo, invece di essere riconosciuti come vittime di coercizione e guerra.
La pace ha un costo concreto. Tra i minori scomparsi che vengono identificati e sottratti ai conflitti, si apre poi la fase decisiva della reintegrazione sociale: un percorso necessario per restituire ai bambini non solo protezione, ma identità, relazioni e futuro.
Il costo della reintegrazione. Una delle sezioni del rapporto analizza il costo della reintegrazione dei bambini coinvolti nei conflitti armati, mostrando come la pace abbia un costo concreto, preciso e misurabile. Il documento sottolinea che reintegrare un bambino ex combattente significa accompagnarlo in un lungo percorso di recupero umano, sociale e psicologico.
Per la prevenzione: 7-10 dollari a bambino. Per quanto riguarda la prevenzione e la sensibilizzazione, lo studio stima un costo compreso tra i 7 e i 10 dollari per bambino. In questa categoria rientrano campagne comunitarie, identificazione precoce dei minori a rischio e attività di educazione e prevenzione.
Il supporto psicologico richiede invece circa 40-50 dollari all’anno per ciascun bambino. Questi interventi comprendono terapie specialistiche, sostegno trauma-informed e assistenza sociale. Il documento evidenzia quanto la comunità internazionale investa ancora troppo poco rispetto alla gravità dei traumi subiti dai minori nei contesti di guerra.
Più articolato risulta invece il costo del case management individuale. Che varia da 167 fino a 2.423 dollari per minore, con una media di circa 800 dollari annui per bambino. In questo percorso rientrano l’assistenza continuativa, la ricerca familiare, il recupero dei documenti, il supporto specialistico per la salute mentale, l’educazione e la protezione legale.
Le amare conseguenze della mancata reintegrazione. Secondo il rapporto, il dato più importante riguarda però le conseguenze della mancata reintegrazione. Non reintegrare un bambino costa molto di più alla società, perché aumenta il rischio di nuova radicalizzazione, reclutamento armato, criminalità, dipendenza umanitaria, povertà cronica e pressione sui sistemi sanitari e giudiziari.