ROMA – Ci sono i dati dell’Humanitarian Needs and Response Plan del 2026 che ci dicono: nel 2025 sono tornate in Afghanistan ben 2,8 milioni di persone; per il 2026 se ne prevedono altri 2 milioni. Insomma, c’è un flusso smisurato di persone che varca i confini afghani a centinaia di migliaia – cominciato nel 2023 – sia perché lo hanno deciso spontaneamente, sia perché indotti da decisioni di altri Stati con le loro politiche di espulsione, soprattutto dal Pakistan e dall’Iran e, in misura minore, da altre nazioni. All’origine ci sono ragioni simultanee, che vanno da quelle economiche alle scelte restrittive dei Paesi che hanno rappresentato un rifugio per mesi, o anni. Insediamenti informali sempre più estesi e fuori controllo, si registrano nelle province di Kabul, Kunduz, Jalalabad e Herat. Una crescita demografica, dunque, che ha cambiato la natura di questa nuova crisi migratoria legata ai rimpatri.
La pressione sulle aree urbane. Tutto questo genera una pressione massiccia sulle città di arrivo dei migranti rimpatriati, ma anche ai cittadini residenti nelle aree urbane e rurali già infraggilita, in un Paese dove la metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà (con meno di 2,15 dollari al giorno) e oltre 20 milioni di persone che sopravvivono a malapena con gli aiuti internazionali, peraltro discontinui e comunque insufficienti. Le politiche di respingimento di alcuni Paesi europei hanno fatto il resto: Amnesty International – ci informa – sottolinea a titolo di esempio, come nel 2025 la Germania ha espulso 80 cittadini afghani, nonostante gli appelli contrari – e come al solito inascoltati – delle Nazioni Unite. A tutto questo va anche aggiunto il blocco dei fondi esteri, dell'isolamento del Paese, della crisi climatica che impone una siccità severa e delle rigide restrizioni sui diritti e sul lavoro femminile.
Il collasso demografico. Le stime della Banca Mondiale ci informano che, dal 2023, i rientri in patria degli afghani ha superato la soglia dei 4,5 milioni, tanto che la popolazione censita al momento risulta essere aumentata del 13%. Un collasso demografico che si sovrappone ad una situazione economica già tragicamente compromessa, dopo il ritorno dei talebani al governo del Paese il 15 agosto del 2021, dopo la fuga ingloriosa del presidente Ashraf Ghani e con la contemporanea veloce evacuazione delle truppe statunitensi e della coalizione NATO.
Quasi 22 milioni di persone con la mano tesa che chiede aiuto. E’ il 45% della popolazione afghana, circa 21,9 milioni di cittadini che hanno visogno di assistenza umanitaria. Comprese persone che di bisogni ne ha di urgentissimi e che ha sulle spalle decenni di guerre sanguinose, di instabilità politica, di presenze straniere armate nel propri confini e – non da ora, ma in aggiunta – gli effetti di una crisi climatica globale.
E l’acqua non basta per tutti. La nuova situazione provoca conseguenze drammatiche anche per l’accesso all’acqua potabile, che già rappresentava un problema serie per chi era rimasto in patria. I tecnici avvertono che la pressione migratoria sta addirittura compromettendo le falde acquifere, che sarebbero in via di esaurimento. nella capitale Kabul, dove risiedono più di 6 milioni di abitanti, la disponibilità l’acqua è diventata una delle emergenze per la popolazione residente. La principale.