ROMA – Per decenni la sicurezza alimentare africana è stata raccontata come una questione di produttività: più terre coltivate, più rese per ettaro, più fertilizzanti, più tecnologia, più raccolti. Ma questa è solo una parte della storia, perché una domanda scomoda continua ad essere elusa: quanto cibo dobbiamo davvero produrre in più, se una quota enorme di quello che già produciamo non arriva mai al consumatore?
Le perdite post-raccolto. Sono uno dei grandi paradossi dei sistemi alimentari africani, e non solo. Il cibo si perde nei campi, durante la raccolta, nel trasporto, nei mercati, nei magazzini e nella trasformazione. Nel frattempo, milioni di persone affrontano insicurezza alimentare e malnutrizione e gli agricoltori perdono reddito. È difficile immaginare una contraddizione più evidente. A livello globale, circa un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato: quasi 1,3 miliardi di tonnellate ogni anno, come documentato dalla FAO nella sua documentazione su Food Loss and Food Waste. In Africa subsahariana le perdite lungo la filiera superano il 30%. Una quantità enorme di cibo che potrebbe contribuire a nutrire popolazioni in rapida crescita finisce invece fuori dal sistema alimentare.
Ma si continua ad investire soprattutto per produrre di più. È qui che emerge uno dei paradossi più costosi della politica agricola internazionale. Negli ultimi trent’anni, appena il 5% degli investimenti nella ricerca agricola è stato destinato alla riduzione delle perdite alimentari, contro il 95% rivolto all’aumento della produttività. Abbiamo imparato a produrre più cibo molto più velocemente di quanto abbiamo imparato a conservarlo, trasformarlo e portarlo a destinazione. Il risultato è una sorta di crescita agricola a perdere.
Il raccolto che non arriva a tavola. In Africa subsahariana, le perdite post-raccolto rappresentano fino a 4 miliardi di dollari di valore economico perduto ogni anno, secondo Reducing Food Loss Along African Agricultural Value Chains, studio Deloitte del 2015. Per milioni di piccoli produttori, perdere il raccolto significa perdere reddito, investimenti e possibilità di crescita. Le stime disponibili indicano che centinaia di milioni di agricoltori e operatori agroalimentari subiscono una riduzione significativa dei propri guadagni a causa delle perdite post-raccolto, come stimato dalla Rockefeller Foundation nel Food Waste and Spoilage Brief, che considera circa 470 milioni di piccoli agricoltori e 290 milioni di operatori agroalimentari.
Ma il costo non è soltanto economico. Quando frutta, verdura, cereali, latte o altri alimenti si deteriorano prima di raggiungere il mercato, non scompare soltanto una merce. Scompare una parte della sicurezza alimentare di una famiglia. Scompare una fonte di reddito. Scompaiono nutrienti che sarebbero potuti arrivare a consumatori vulnerabili. E vengono sprecate acqua, terra, energia e lavoro utilizzati per produrre quel cibo. Perdere cibo significa quindi perdere risorse tre volte: prima nella produzione, poi nel reddito e infine nell'ambiente.
All’orizzonte si prevede una crescita demografica consistente. Entro il 2050 la popolazione del Continente supererà i 2,4 miliardi di persone e rappresenterà più del 25% della popolazione mondiale. Se la risposta sarà semplicemente produrre molto di più, la pressione su terra, acqua e foreste sarà enorme. Ridurre le perdite offre invece una possibilità diversa: aumentare la disponibilità effettiva di cibo senza chiedere alla natura di produrre proporzionalmente di più.
La politica agricola che preveda anche i frigoriferi. Lo sviluppo agricolo tende a celebrare il momento della produzione: il seme che germoglia, il raccolto che aumenta, la resa per ettaro che cresce. Ma il vero valore economico di un alimento emerge soltanto quando quel prodotto supera indenne il viaggio dal campo al consumatore. Questo significa investire in strade e trasporti, ma anche in magazzini, catene del freddo, essiccazione, imballaggio, sistemi di qualità, trasformazione agroalimentare, informazioni di mercato e accesso alla finanza.
La maggiore forza che dovranno avere cooperative e piccole imprese. Per migliorare gli standard sanitari e costruire mercati capaci di assorbire produzioni stagionali. In altre parole, ridurre le perdite post-raccolto non è un intervento residuale dell’agricoltura. È politica industriale, politica occupazionale, politica alimentare e ambientale allo stesso tempo. È una conclusione coerente con quanto emerge, ad esempio, dal rapporto della Banca Mondiale del 2025 Rooted in Opportunity: Shaping the Future of Burundi’s Agri-Food Economy, che individua nello stoccaggio, nella trasformazione, nel confezionamento, nella logistica, negli standard di qualità, nella finanza e nelle capacità del settore privato elementi centrali per la trasformazione del sistema agroalimentare.
Il cibo perso è anche lavoro perso. Man mano che le economie crescono, una quota crescente dell’occupazione agricola si sposta verso le attività che stanno tra il campo e il consumatore: trasformazione, stoccaggio, controllo qualità, commercio, distribuzione e servizi. Le perdite post-raccolto si concentrano in questo spazio. Ridurre le perdite significa quindi creare domanda per imprese, servizi e competenze.
Il cibo che oggi marcisce potrebbe diventare il lavoro di domani. Per un continente giovane come l’Africa – dove l’età media è di 19 anni – e con centinaia di milioni di giovani che entreranno nel mercato del lavoro nei prossimi decenni, il cibo che oggi marcisce potrebbe diventare il lavoro di domani. Non è una formula magica, naturalmente. Ridurre le perdite richiede investimenti, infrastrutture, energia, competenze e mercati. Ma proprio per questo può diventare un terreno concreto di trasformazione economica: non soltanto produrre più materie prime, ma trattenere una quota maggiore del loro valore nei territori africani.
E poi c’è il clima. C’è infine una ragione ancora più elementare per smettere di considerare le perdite post-raccolto come un problema secondario: ogni alimento perso porta con sé tutta l’impronta ecologica della sua produzione, come il consumo di acqua, terra, energia e lavoro. Eppure, il prodotto finale non ha svolto la sua funzione. Secondo le stime FAO, se lo spreco alimentare fosse considerato un Paese, la sua impronta di carbonio sarebbe la terza più grande al mondo dopo Stati Uniti e Cina, mentre la superficie agricola impiegata per produrre cibo che non viene consumato sarebbe equiparabile a quella di tutta la Russia. In Africa questo assume un significato particolare. Ridurre le perdite può contribuire a contenere la necessità di espandere continuamente le superfici coltivate, riducendo così la pressione su foreste, ecosistemi e risorse idriche.
Dalla logica del raccolto alla logica del sistema. La vera sfida è cambiare prospettiva. La sicurezza alimentare non comincia e non finisce nel campo. Un sistema alimentare funziona soltanto se il cibo prodotto può essere conservato, trasportato, trasformato, commercializzato e infine acquistato e consumato. Per questo le perdite post-raccolto dovrebbero trasferirsi dalla periferia al centro delle politiche agricole. Non come un capitolo tecnico dedicato alla gestione degli scarti, ma come una delle infrastrutture invisibili della sicurezza alimentare. È qui che si trova una delle opportunità meno celebrate dello sviluppo africano: non coltivare di più, ma fare in modo che ciò che viene coltivato arrivi finalmente a destinazione.
*Jacopo Resti è analista e ricercatore di politiche pubbliche e allo sviluppo. Si occupa di sicurezza alimentare e governance economica nei Paesi africani con diverse organizzazioni internazionali.